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Eyedea – The Many Faces of Micheal Larsen

 

Parlare in modo serio di uno dei propri rappers preferiti non è mai un’impresa semplice. Lo è ancora meno se il rapper in questione è mancato da pochi mesi e tu, nonostante l’avversione per i fiumi di Rest In Peace e altre simili melensaggini di facciata, davvero hai sentito che qualcosa nella tua vita sarebbe mancato da quel momento in poi.

Eyedea, rapper del Minnesota comparso sulla Terra il 9 novembre 1981 (come dice lui stesso nella sua strofa di Savior?, pezzo con Slug e Sole contenuto nella prima release della dibattuta label Anticon), è stato per me una vera folgorazione. Venivo da anni di nostalgia per le atmosfere, le sonorità e la realness tipiche degli anni ’90 e faticavo enormemente a trovare del rap nuovo che mi soddisfacesse appieno. Fu proprio quella strofa di Savior?, la seconda del brano, a farmelo notare: una voce sicuramente non particolarmente calda e forse neanche particolarmente piacevole ma una capacità superiore nell’esprimere concetti chiari, nel scrivere testi in rima fluidi come se stesse chiacchierando e nel mettere giù tecniche su tecniche, che mi impediva di ascoltare il brano fino alla fine: continuavo a tornare indietro e a risentirla, risentirla, risentirla.

Seguendo il solito iter che tutti noi crate diggers conosciamo bene, sono subito andata ad informarmi meglio in preda ad un semi-delirio e così sono incappata nei suoi lavori assieme a DJ Abilities, pubblicati tutti -tre in totale- sotto Rhymesayers Entertainment (per intenderci: l’etichetta di Sua Altezza M.F. Doom, degli Atmosphere e di Brother Ali) e usciti fra il 2001 e il 2009.

Enfant prodige, pare che all’età di quindici anni se ne andasse in giro ad eventi tipo Scribble Jam a divorare MC’s di dieci anni più anziani di lui; stessa sorte toccò ai malcapitati che finirono a sfidarlo alle Blaze Battle, e, a differenza di quel che spesso capita in Italia, i suoi lavori in studio sono assolutamente all’altezza della sua sfavillante carriera come battle MC.
Fra le varie, vantava l’appartenenza al collettivo The Orphanage con Albert Shepard (aka Blueprint), Ian Bavitz (aka Aesop Rock), Illogic e Sean Daley (aka Slug) e a due progetti piuttosto particolari: Face Candy e Carbon Carousel.
MC dei giorni nostri ma Hip Hop come una volta, aveva anche lui il vizietto di trovarsi un buon numero di pseudonimi ed identità parallele: nei panni di Oliver Hart, pubblica nel 2002, The Many Faces of Oliver Hart or How Eye One the Write Too Think per Rhymesayers dedicandosi non solo, ovviamente, alle rime ma anche alle produzioni e ospitando Slug e Carnage.
Già dalla seconda traccia emerge subito la sua personalità assolutamente real: poche pose da divo e nessuna pretesa di porsi per qualcuno di diverso da quel che era: un ragazzo bianco che ammette di non avere una gran voce ma che porta concetti e argomentazioni decisamente personali (Hey your voice is unique, I’ll leave it at that/but no rapper you know, has the ideas I have, da “Weird”).
A mio avviso una delle sue migliori doti era proprio questa capacità di scrivere testi che in qualche modo spiccano per originalità, spesso persino in brani che ricalcano gli argomenti-stereotipo del rap. Altro pregio innegabile era la sua arguta ironia, atteggiamento che manca tantissimo nella seriosa scena italiana. Questa capacità di ridere di sé (e degli altri), in alcuni momenti fa passare un po’ in secondo piano un Eyedea più serio, un Eyedea meno trascinatore e con meno appeal -fa eccezione forse Bottle Dreams, un toccante storytelling, pesante come un macigno, dove parla dell’orrore della pedofilia- ma sempre di impatto emotivo fortissimo. E di impatto è il concept che lega alcune delle tracce fra loro, così come molti degli argomenti trattati in questo disco: ascoltate i testi, leggeteli e capirete che maledetto genio ha perso l’Hip Hop!

Di pari livello, se non superiore, sono i primi due lavori con DJ Abilities e notevoli sono anche le produzioni di quest’ultimo: E&A, del 2004, è senza dubbio uno dei miei dischi preferiti sia dal punto di vista delle rime che dal punto di vista del boom bap; First Born, del 2001, non è certo da meno. Le atmosfere personalissime e intimiste che imperavano nel lavoro solista vengono messe da parte per parlare, facendo ancora ampiamente uso della sua tagliente ironia, molto più della/alla realtà che lo circondava. Certo è che lo ha fatto sempre scavando a fondo nei sentimenti e nella psiche dei protagonisti dei suoi storytelling, offrendo alle nostre orecchie un rap quasi sempre di ottimo spessore contenutistico, riuscendo più di una volta ad esprimersi sullo struggle senza risultare mai deprimente (anzi, spesso persino i testi più carichi di amarezza finiscono con l’avere una certa connotazione ottimista!), dimostrando persino una cultura generale non da poco per un ragazzo statunitense della sua età (If someone grew up in a cubicle as Plato once suggested/They would only know the cubicle and not the world outside it/And they wouldn’t view the cubicle as something geometric/We only know it’s a cubicle because we live outside it, diceva appena ventenne su Powdered Water Too pt. 1).

Tanti anche i pezzi che parlano di rap: okay, ammettiamo che si tratta di un tema inflazionatissimo ma…posso dire che se Eyedea è diventato il mio prediletto è anche per la sua capacità di affrontare un argomento così blasonato in un modo brillante, facendo passare messaggi relativamente  originali (Man these kids get on my nerves, but I can’t pretend I hate ‘em/Cause whack emcees are such a great source of entertainment ma anche You know we love to see ya’ll at the shows/But this is dedicated to the ones someone might call a *ho*/All I gotta do is wink to get you back to my hotel/I can’t respect a person that don’t respect themselves/You’re that one girl I went to highschool with/Back then you treated me like I wasn’t shit/You say if I give you a free CD you’ll show me your tits?/You get the CD for ten bucks like everyone else you stupid *bi-yotch*, da “Act Right”) e facendolo soprattutto in un modo assolutamente positivo (This one’s for all my people lovin’ hip hop that are truly gifted, da “Blindly Firing”).

Assieme a Mazta I, Abzorbr, Carnage, JT Bates (batteria) e Casey O’ Brien (basso) coi quali formava il gruppo Face Candy,  nel 2006 ha iniziato ad allontanarsi dai canoni classici del rap per pubblicare This Is Where We Were: un live album dove le sue skills da battaglia incontrano sonorità free jazz. Proprio questo allontanamento dai canoni classici del rap potrebbe rendere questo lavoro difficile da apprezzare ad un primo ascolto, specie per i puristi del boom bap alla Premier. Eppure, nel suo essere sperimentale, è un disco che mantiene ancora ben salde le radici Hip Hop: basso predominante, batteria, beat box, rime (e niente fastidiose chitarre o influenze electro).

Le chitarre sono arrivate invece a profusione l’anno successivo, con The Some of All Things or: The Healing Power of Scab Picking dei Carbon Carousel, pubblicato sotto la sua label CrushKill Recordings.
E’ un album che di rappuso ha ormai poco e lo stesso Eyedea ha preferito presentarsi al pubblico col suo nome proprio (Micheal Larsen) quasi a voler affermare un suo essere diventato adulto.

Non mi stupisce molto la sua deriva verso il rock (d’altro canto già nel suo lavoro solista metteva subito in chiaro come preferisse Jimi Hendrix alla maggioranza dei rappers!) ma non nego che l’ennesimo spostamento verso musica altra da parte di artisti che ritenevo lo zoccolo duro dell’Hip Hop di oggi, mi porta a farmi delle domande. Già RJD2 con l’uscita di The Third Hand finì sostanzialmente col definire il sampling un mezzo limitante per fare musica. D’altronde, tanti sono gli artisti che partendo dal rap underground sono finiti con l’approdare in altri lidi: i Company Flow, con le stravaganze di Big Juss nel progetto Nephlim Modulation Systems, sono stati forse uno degli esempi più noti e palesi di questo fenomeno, quasi come se il rap in sé portasse gli artisti ad un punto di saturazione; come se, dopo un certo numero di album realizzati, non offrisse più stimoli a chi lo ha fatto per anni, con conseguente calo di interesse per il genere; come se il rap fosse un genere di passaggio o, peggio ancora, destinato ad essere in eterno una roba per ragazzini.
By The Throat, l’ultimo album che Eyedea ha pubblicato con DJ Abilities nel 2009, porta inequivocabilmente i segni di questo particolare percorso artistico e, con tutta l’apertura mentale possibile, devo ammettere che solo poche tracce aiutano l’ascoltatore a capire che quel che sta ascoltando è ancora un disco Hip Hop.
E’ un disco a base di quel rap che fa sempre discutere le headsdure e pure con quelle più pronte alla novità: quel rap che personalmente mi ricorda non poco le sonorità di Anticon, etichetta dalla quale è partito il mio (e nostro) viaggio nella produzione di questo poliedrico e precoce talento del Midwest che ha dato un importante contributo all’indie rap degli ultimi dieci anni.

(Larri)

About Tommaso Fobetti

Art Director, Project Manager e altre cose non ben definite. Direttore Editoriale RapBurger. Segno Capricorno, allineamento Caotico Neutrale. Milano, Italia.
  • chris

    Eyedea was the best rapper that ever lived. Thank you so much for all your work.