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Intervista Ghemon

1) Da “Qualcosa Cambierà” a “Qualcosa è Cambiato” sono passati un po’ di anni. Quanto è cambiato l’ambiente, il tuo modo di fare musica e Ghemon stesso?

Ghemon) In effetti sono passati solo 5 anni, ma sembra un’eternità. Da allora sono usciti 5 progetti ufficiali, praticamente uno all’anno; penso che l’aver fatto sempre musica nuova ha contribuito a sedimentare, stratificare e a dare questa percezione di profondità… è come mettere gli specchi in una camera piccola. Io sono cambiato totalmente. Ho imparato dagli errori, ma cosa più importante ho fatto qualcosa, ho in mano qualcosa. Non solo tante belle parole. Ho cinque dischi fisici tra le mani e un sesto non troppo lontano da venire. Mi ero proposto di arrivare a tre dischi per i miei trent’anni, mi pare di avere quasi doppiato il traguardo.

2) Il disco-mixtape “Qualcosa È Cambiato” anticipa l’album ufficiale. Ha molti ospiti e rappresenta più aspetti della tua produzione. Parlaci di questo progetto.

Ghemon) Cambia il modo di fare musica, l’approccio è più libero ma allo stesso tempo più consapevole delle combinazioni infinite che le note e l’italiano mi danno. Sull’impegno nel lavoro, invece, siamo alle solite. Per ogni progetto concepisco una quantità di materiale molto grande, e poi lo seleziono. Quindi Qualcosa è Cambiato è una più una raccolta, se vogliamo definirla col suo nome. È una raccolta di pezzi non concepiti per stare assieme, ma che stanno assieme perchè li ho fatti io, quindi, con la stessa matrice. Sono parte di un processo grande. È come costruire una squadra vincente, e magari hai in mente un modulo preciso e di mercato in mercato compri un pezzo. Ti trovi con tre terzini sinistri. Gli chiedi un sacrificio, li metti insieme, e la squadra gioca per te.  Sono i pezzi in cui non mi sono curato di chi li avrebbe ascoltati o comprati, e li ho fatti per me, perchè mi servivano. Servivano a Gianluca. Ho aperto il rubinetto della scrittura senza pensare a chi pagava l’acqua. Fine della storia.

3) Il mercato musicale di oggi purtroppo guarda prima ai numeri che alla qualità. Nonostante i tuoi numeri siano decisamente buoni, a confronto con le visite di artisti meno affermati  risultano bassi. Nello stesso tempo tu e gente come Kiave siete sempre in tour, mentre rapper con numeri più elevati non riescono a trovare un live fuori dalla loro città. Come ti spieghi questa dinamica?

Ghemon) Tranne che in rari casi è stato sempre così, a dire il vero. La qualità non è per tutti e non sempre si può scegliere, perchè ti propongono solo due cose e devi scegliere una delle due, anzi, non devi nemmeno scegliere, hanno scelto loro per te e su un marciapiede c’è McDonald’s e sull’altro Burger King. Ho centinaia di concerti alle spalle, esperienze che nessuno può togliermi dalla memoria, sono cose che ti cambiano come uomo e messe insieme fanno numero. A volte sto là a chiedermi “cos’ha piu’ di me lui? Se potessi essere al suo posto spaccherei tutto”. Eppure ogni tanto guardo nello specchietto retrovisore e vedo quanta strada ho percorso, e becco un pò della gente che invidiavo a fare l’autostop…e penso “alla fine sono ancora in macchina che guido…”. Il mio viaggio per quanto sia in una macchina scassata, con le casse che vanno e vengono, è il mio viaggio, fatto di un sacco di particolari, ed è tanto meglio che averci solo i commenti di Youtube. Con tutto il rispetto… quello è un indice relativo di gradimento, la vita fino a prova contraria è ancora fuori dai computer.

4) Sei un grande appassionato di musica black. Dicci i tuoi tre artisti preferiti da sempre e i tre che ti hanno appassionato di più nell’ultimo anno.

Ghemon) D’Angelo, Marvin Gaye, Stevie Wonder, Donnie Hathaway. Sono 4, non posso toglierne uno. Ultimo anno? Kendrick Lamar, i Little Dragon, Frank Ocean forse? Troppa roba, credimi… Ma qui si può andare avanti per giorni, faccio la fine del tipo di “Alta Fedeltà”, le classifiche sono per chi è bravo con le tabelline.

5) Sentendo l’intro di “Il Pezzo Rap”, dove canti ironicamente stonato il ritornello, nessuno si sarebbe aspettato che un giorno ti saresti cimentato come soul singer. Dopo anni di studio (e risultati ben diversi da quello sopracitato) questo sembra il percorso che più ti appassiona. Raccontaci questa scelta e quanto è stato importante per te evolverti su questo aspetto.

Ghemon) Per me la musica è musica, il confine tra rap e cantato non esiste se mi pongo come ascoltatore. Cantare mi dà delle belle sensazioni, molto diverse da quando faccio il rap. Non migliori, solo diverse, e anche scrivere canzoni solo cantate è una bella sfida per un rapper. Le sfide con me stesso sono le cose che prediligo, quelle con gli altri mi fanno venire il latte alle ginocchia.

6) Sei membro di entrambe le crew più importanti per l’underground Hiphop italiano: Unlimited Struggle e Blue Nox. Parlaci dei pro dei due collettivi.

Ghemon) I pro? Il confronto. La cosa migliore sono i litigi e il mandarsi a fare in culo. Ed è la verità. Se la gente pensa che siamo sempre d’accordo per fare le stesse cose insieme come un’allegra combriccola, si sbaglia. Quando si dà quest’apparenza o non è vero o è per ragioni di opportunità. Io dico sempre la verità, vorrei che questo arrivasse alla gente. Che noi siamo gente vera e che abbiamo anche i nostri scazzi come tutte le comitive di amici e come tutti gli uffici di lavoro. Non stiamo tutto il tempo a bere whisky e parlare di libri rari e di soul. Il miglioramento viene soprattutto dopo che ti sei confrontato.; e il confronto ce l’ho solo con i miei amici veri. Perciò va da sè che…

7) Come in ogni intervista gli Chef di RapBurger chiedono una ricetta speciale. Dalla cucina vogliono sapere qual è la ricetta per piacere ai miti dell’old school facendo musica al passo coi tempi.

Ghemon) Essere se stessi sempre. Quando uscì La Rivincita Dei Buoni fui molto impressionato da un commento di Moddi. Mi disse che non tutti avrebbero capito che ci volevano veramente le palle a fare una copertina così fuori canone e contesto. Era una provocazione che lui aveva colto, qualcuno capiva che c’era una identità forte mentre la maggior parte vedeva solo l’ovvio. Perchè all’inizio non capiscono se ci sei o ci fai, nel durante dicono che sei sempre lo stesso e quindi ci sei e che palle, ma poi arriva il futuro e dicono che sei un modello di riferimento, perchè sei unico, non sei mai cambiato nonostante i cambiamenti. Quindi io sono stato sempre me stesso, e all’inizio per me era scomodo, mi sentivo nudo perchè davo tutto in un mondo in cui le bugie regnano sovrane. Poi ho capito che per me questo era un vantaggio, perchè la mattina mi alzo senza dover pensare a quale stronzata inventarmi. Che bomba è? Le persone che devono capire queste cose le capiscono, gli altri al massimo scrivono sui forum.

(Fotografie di Tommaso Gesuato)

 

About Stefano Zanoni

Creative Director, hip hop lover e un altro paio di errori meno rilevanti.

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