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Ad ognuno il suo

Indipendentemente dalla diatriba di queste settimane sulle parole (fraintese?) di un’autorevole manager e su quelle infelici di un, meno autorevole, opinionista, un paio di parole sulla situazione attuale del rap italiano le vorrei spendere.
Cercherò di esporre le mie considerazioni, frutto non di 30 anni di militanza nella scena o di qualche master dello IED in giornalismo musicale, ma di 10 anni vissuti immerso fino al collo nella mia passione. Il rap appunto(sto appunto è superfluo).
Mi sono avvicinato al rap italiano dopo svariati anni di ascolto di rap francese e americano; stavo iniziando a scrivere i primi testi e avevo l’esigenza di capire con chi stavo per confrontarmi. Sono cresciuto in una città molto ostica, Roma. La città dei “Corveleno” e del “Colle” (per citare il mio amico SPARO aka IL TURCO). Dopo i leggendari rome zoo party alla snia, l’affluenza di pubblico alle serate era comunque ancora molto lontana dai numeri odierni. Alle serate ci si conosceva tutti e i graffiti erano ancora legati alla musica rap.
Quello che diede una forte scossa alla scena partì quasi come un gioco tra amici al teddy pub (luogo di ritrovo per molti espondenti della scena). I TRUCEBOYS.
La svolta che diedero alla scena fù importante: cambiarono il registro comunicativo del rap e così facendo allargarono enormemente il bacino d’utenza. Introdussero tematiche nuove, mescolarono all’immaginario classico hip hop elementi provenienti da altre “sottoculture”. Era anche l’inizio dello spostamento della “scena”: dai muretti e le banchine delle stazioni ad internet.
Capirono, e furono forse tra i primi, l’importanza dei video come mezzo di promozione virale, usando immagini d’impatto e messaggi provocatori come “fuck hip hop”.
Mi soffermo su di loro perché sono fondamentali come punto di passaggio. Si passa dal “b-boy fiero” a “fuck hip hop” e fu un passaggio che al tempo fece storcere la bocca a molti, ma solo ad oggi ci appare chiara la sua importanza. O almeno per me e per molti altri gruppi di roma lo fù. Smuovendo le acque e catalizzando l’attenzione sul genere, si creò lo spazio per la nascita di nuove realtà.
In quel periodo il rap era molto legato alla realtà: la promozione delle serate si faceva in strada con i manifesti ed i flyer, ogni gruppo, per poter contare qualcosa, doveva avere alle spalle un minimo di seguito e questo seguito se lo creava organizzandosi i live. 200 persone era un traguardo.
Poi è arrivato internet. Partendo da myspace fino ad arrivare a facebook. Ed è qui, proprio a questo punto che molti (compreso me) hanno cominciato a storcere la bocca. Sono di nuovo cambiate le regole del gioco. Chiaramente chi per anni ha giocato con delle regole, quando queste regole cambiano, si trova spiazzato a competere con persone che seguono regole diverse.
Chi inizia ora ha l’opportunità di arrivare ad un bacino d’utenza che chi iniziava dieci anni fa avrebbe potuto solo sognarsi. Ed è cresciuto in un contesto diverso. La separazione tra rap e le altri discipiline è oramai netta. L’essersi formati come rapper a casa, guardando video su youtube e senza un confronto diretto con quelli più grandi (magari ad una jam), ha fatto si che questi nuovi rapper crescessero completamente slegati dagli stilemi classici del rap italiano fino a quel momento. Presentando inoltre caratteristiche molto simili ad altri generi musicali, pensati e prodotti per i più giovani. L’orgoglio di far parte di una nicchia era anche questo, l’alternativa alla cultura dominante. Questo passaggio, con il fai da te del web, si è perso. Quello che ormai arriva è solo lo strumento, il rap. Fare delle rime su strumentali in quattro quarti. La democratizzazione imposta dal web ha abbattuto anche ostacoli che facevano da selezione naturale: per fare rap dovevi trovare un produttore che ti facesse le basi, andare in uno studio, pagarlo. Adesso scarichi una strumentale, registri a casa sul pc e in giornata metti il “singolo online”. Inoltre questo procedimento ha distrutto l’opera d’arte finale, il vero capolavoro: il disco. Lavori due anni al tuo disco e il pubblico lo dimentica dopo poco, a causa dell’enorme mole di materiale con cui il web bombarda quotidianamente qualsiasi appassionato.
Si è perso anche il gusto di prendere un treno e attraversare l’italia per vedersi un concerto. Si persa l’umiltà. Suonare per anni in giro ti insegna tante cose. Di venerdì suoni davanti mille persone; il giorno dopo sono in trenta. Questo ti riporta con i piedi per terra. Stampare un disco e ritrovarsi gli scatoloni a casa per mesi, dover andare a tutte le serate a fare il banchetto, ti da la dimensione esatta dei tuoi progressi. E ti impedisce di essere presuntoso.
Il feedback di internet, il media principale per il nuovo corso del rap, è diverso: una persona che non ha mai calcato un palco o non ha mai stampato un disco, può avere centinaia di migliaia di views e relativi fan. Che agli occhi di questi artisti (e alla luce della realtà attuale), danno solidità a questo movimento e leggittimano la loro esistenza.
Un mondo a parte, nuovo e completamente diverso rispetto al “classico”. E gran parte di questo pubblico è un pubblico “nuovo”. Può capitare di imbattersi in ragazzi che si sono avvicinati al rap da pochi mesi e che ignorano completamente artisti che per tutti quelli più addentrati sono veterani.
Può una persona che fa questa musica da anni arrabbiarsi per una situazione del genere? Oppure è necessario fare un passo indietro e capire che stiamo facendo cose diverse, pensate per un pubblico diverso?
Purtroppo, come già ho detto in altre occasioni, c’è una linea sottile tra la lecita indignazione e il passare per rosiconi. Il non riconoscere ai propri antagonisti i loro meriti è il primo modo per uscire sconfitti.
Queste persone che ci piaccia o meno hanno un seguito. Non è neanche un evoluzione naturale delle cose, è uno spin-off. E’ un nuovo genere, che si è staccato dalla nostra concezione hip hop. Come il cambiamento di messaggi e di immaginario, con relativo allargamento dei fruitori di cui parlavo prima, creò scompiglio, anche questo cambiamento del terreno di gioco lo sta facendo. Mistaman fece un intervista che mi colpi molto: paragonava la situazione attuale alla marea. Ora c’è l’alta marea… ma quando tornerà la bassa marea (perché come tutti gli eventi ciclici ,tornerà) lascerà una pozza un po’ piu larga di prima. E’ in ogni caso un allargamento.
Paradossalmente anche se ora la troviamo dannosa, questa esplosione di rap porterà, a mio avviso, buone cose per tutti. Certo, adesso gira un sacco di immondizia e il piu delle volte questa immondizia vende. Vende tanto. E proprio perchè vende e muove gente, viene spinta dalle major e da importanti esponenti della scena. Ma chi è cresciuto in un altro modo e porta avanti la sua cosa con i mezzi classici c’è e ci sarà sempre. Nessuno potrà toglierci la nostra cosa e l’unico modo che abbiamo è continuare così e resistere a questa ondata.
Ad ognuno il suo. Chi è abituato a mangiare sabbia ha le spalle grosse e supererà anche questa. Chi ha saltato la gavetta non va colpevolizzato. La cosa gli tornerà contro da sola.

(Lucci)

Rapper, membro dei BROKENSPEAKERS, carpentiere, allestitore di mostre, cuoco dilettante, store manager di GRAFF DREAM SHOP, avido consumatore di pornografia glamour, amante segreto di Sasha Grey, creatore di polemica, storico dell’arte mancato, collezionista di fallimenti, abile conversatore, marito mancato di Megan Fox, collezionista di dvd, convinto sostenitore dell’ozio e nemico giurato dell’attività fisica, gran bevitore, rido spesso e cerco di farlo il più possibile, grafico discreto, scacchista temibile, amo l’hip hop da sempre, odio il mare. That’s me.

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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