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Guè Pequeno si racconta a tutto tondo a Rolling Stone

 

Quando si parla di Guè Pequeno non è mai facile. Con i Club Dogo ha raggiunto negli ultimi anni un successo davvero notevole, proponendo dischi sempre più apprezzati dal grande pubblico. Tuttavia non si sono mai spente le critiche per l’attitudine di Guè e del suo gruppo, per le tante canzoni che sembravano modellate per un pubblico giovane, facilmente raggiungibile. Oltre tutto ha sempre destato qualche perplessità quell’esibizione della ricchezza ottenuta, quel dimostrare sempre di essere i migliori, quella continua riproposizione del fatto di “spaccare” sempre e comunque, quella volontà di fare sempre un po’ gli “scemi” a tutti i costi. Per questo quando si legge una nuova intervista a Guè, o agli altri componenti dei Dogo, fa un po’ sorridere come anche grandi testate, pur contestando queste questioni, si spendano in domande retoriche e banali, senza affondare in tali tematiche. Fa eccezione a questo discorso l’intervista che gli ha riservato Rolling Stone. La famosa testata ha fatto incontrare un suo giornalista, da sempre molto critico nei confronti dei Dogo, con Guè. Il risultato è stato perciò un confronto vero, leale e serio da entrambi le parti. Guè risponde con il suo solito stile, senza troppi fronzoli. Il giornalista invece puntualizza su alcuni aspetti che gli sono sembrati poco chiari, o che non gli son piaciuti, ma senza fondamentalismi o prese di posizioni definite. Si parla perciò di molti argomenti interessanti. Troviamo ad esempio una difesa forte della scena rap italiana, con Guè che afferma:

“Ma sai perché i ragazzi sono innamorati di questa musica? Da me e da altri artisti rap viene fuori uno stile di vita, un modo di pensare, un humour nero che non c’è in tanta musica pop da cui non viene fuori un niente. (…)
È che io mi sento davvero di difendere il genere a spada tratta: è molto più vero, attinente alla realtà: dal rap vengono fuori molte più cose vere che nella musica pop e rock”.

Si parla poi dell’attitudine di Guè, con riferimento particolare al suo continuare a ribadire concetti legati ai party, alle belle donne e ai soldi. Con l’artista milanese che puntualizza sopratutto l’ultimo aspetto:

“Ho fatto soldi a livello di strada, non a livello di Berlusconi. Sono i soldi del Monopoli. Di certo ho fatto tante cose brutte. Però una cosa veramente retorica è con una cosa così frivola aver reso felici delle persone. “

Infatti la cosa che non si può negare, ne a Guè, ne ai Dogo, è di aver attirato su di se un’attenzione trasversale, coinvolgendo un pubblico a volte anche distante dal rap, ma che ha trovato nella loro musica un motivo di sfogo o di divertimento. Per questo Guè non si capacita di come il rap in Italia, entri  a fatica nelle radio, seppur rappresenta oggi uno dei generi più ascoltati, specie dai giovani, poiché è uno degli specchi più diretti della realtà, come afferma:

“Invece, in Italia anche da parte di quasi tutta la stampa il rap non è mai stato non dico capito, ma nemmeno ascoltato, tranne forse adesso con Fibra. Mentre in Francia c’è Booba che è tamarrissimo e su Liberation lo paragonano a Celine.”

Oltre a questi spunti emergono poi considerazioni interessanti sul suo ultimo disco Bravo Ragazzo. Guè spiega come questo sia quasi spaccato in due tra brani più ironici e scherzosi e brani invece più intimi, riflessivi. Emerge anche un certo rapporto con il padre, che si capisce essere un punto di riferimento importante per l’artista milanese. Tuttavia non mancano i passaggi critici, con una discussione sul Guè come personaggio, più che come persona, e sull’ambiente che circonda i Dogo. Insomma un’intervista tutta da leggere per scoprire le diverse sfaccettature di un artista controverso. Tra il bianco e il nero, tra il bene e il male, ci sono tante gradazioni intermedie. Non tutto è negativo, non tutto è così definito. Gli artisti sono prima di tutto delle persone e come tali hanno punti di forza e punti deboli. Sta all’ascoltatore scegliere secondo il proprio gusto, magari evitando di cadere in preconcetti o schemi, perché alla fine la musica è divertimento, non è una religione.

(Francesco Zendri)

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia.

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