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Intervista a Fritz Da Cat: “Giusto ripensare al passato, ma bisogna fare le figate adesso”

Di Koki

Fritz Da Cat è tornato. Il produttore del classico 950, ha sfornato un nuovo album a dodici anni di distanza da Basley Click. Il titolo del nuovo lavoro uscito il 1° ottobre è Fritz e al suo interno c’è gran parte della scena rap attuale, passando da Guè Pequeno a Noyz Narcos, da Turi ad Egreen e molti altri. Apprezzatissimo beatmaker negli anni 90, Fritz Da Cat si è saputo rinnovare fino ad arrivare a conquistare anche la nuova generazione e noi di RapBurger abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per chiedergli qualche domanda.

RapBurger) Come è nata l’idea di Fritz?
Fritz)
L’idea di Fritz è nata abbastanza spontaneamente nel divenire delle cose. Mi sono messo a rifare musica tre annetti fa, per dieci anni come alcuni di voi magari sanno ho avuto questo buco, ho fatto altro. Non avevo più voglia di fare musica, anzi, mi dava proprio letteralmente il voltastomaco. Avevo voglia, bisogno ed urgenza di fare altro. Passando del tempo con un po’ di amici, in primis Shablo e il gruppo di mio fratello, Reset, a tempo perso ho ripreso a fare un po’ di musichetta, finchè, per come sono fatto io che sono abbastanza squilibrato, mi sono messo quindici/venti ore al giorno al computer a fare basi una dietro l’altra ed a un certo punto mi son detto “facciamone qualcosa di queste basi”.

C’è un pezzo preciso che ha dato origine a questo disco?
Ero in Sicilia ospite dalla mia ragazza e mi son detto “basta, mi sono rotto i coglioni, facciamo questo disco”. Mi ricordo che avevo su Skype Gemitaiz perché mi aveva appena contattato. Lui adesso è diventato abbastanza grosso però due anni fa era sicuramente più sotterraneo e mi aveva contattato e allora gli avevo mandato una basetta al volo e mi aveva mandato un pezzo. Però poi ne abbiamo fatto un altro ancora e quello lì lo abbiamo ancora da parte.

Saprai di certo che in molti si auspicavano delle collaborazioni con Kaos, Bean e in generale con i partecipanti di 950. Te invece con quale criterio hai scelto gli artisti per questo album?
Per me questo è un momento di passaggio, io ufficialmente faccio ancora un altro lavoro. Quindi diciamo che da una parte ho adottato il criterio del quotidiano, ho scelto chi mi trovavo a beccare, tipo Guè Pequeno è mio vicino di casa e con Salmo avevo fatto un pezzo e allora andavo a casa loro. Un po’ l’immediatezza e la praticità, la logistica. Alcuni devo dire la verità, li ho costretti a beccarmi con loro vis-à-vis per fare i pezzi. Però poi alcuni sono andato a rincorrerli in giro per l’Italia e abbiamo registrato qua e là. Non c’è stato il tempo e il modo per fare tutto quello che volevo, per esempio hai menzionato Kaos e Bean… Bean l’ho beccato l’altro giorno, sicuramente adesso faremo delle cose insieme. Sì, comunque vedo che ci sono dei rimproveri in atto: “Dovevi coinvolgere quello! No! Quell’altro!”. Però d’altronde io sono un essere umano, non è che sono Superman, quindi ho il tempo che ho e per adesso ho arrangiato questa roba. Poi non rompete i coglioni, arriveranno i prossimi, coinvolgiamo tutti pian piano. Cioè no, tutti no, tutti quelli che mi piacciono.

Hai collaborato con tantissima gente in Italia, c’è qualcuno che stimi artisticamente ma con cui non sei mai riuscito a lavorare insieme?
Beh sì, ce ne sono un po’ ovviamente. Su tutti, che sta uscendo il suo disco adesso, Jake La Furia. Mi spiace che non siamo riusciti all’ultimo a fare una roba perché lui è proprio bravo bravo. E’ bravo anche Marracash, mi piace.

Arriveranno queste collaborazioni in futuro?
Sì, chissà, spero. Le cose devono venire un po’ da sole. I propositi ci sono, però poi c’è anche la vita reale di tutti i giorni che fa sì che alcune cose riusciamo a farle e altre no.

Cos’è mancato al rap in questi dieci anni in cui sei “sparito”?
Io sono anche molto snob e ho i miei gusti. Detta come va detta, quando ho smesso di fare musica potevo fare due cose: o la snaturavo e la facevo più semplice e fruibile dal grande pubblico, però non ne avevo l’intenzione sinceramente o facevo altro. Non lo dico per fare il figo, ognuno fa il cazzo che vuole, però io piuttosto che cambiare la mia musica e farla più facilotta mi sono messo a fare altro. I motivi per cui non ne potevo più, sono legati più a ragionamenti personali perché per come mi sono capito adesso, mi saturo facilmente, quindi come mi sono rotto i coglioni del mio lavoro adesso che ho fatto per tredici anni, mi ero bello che rotto i coglioni della musica e non escludo, anzi tendo a pensare che non continuerò a fare solo musica. Ci sono mille robe da fare a ‘sto mondo, la musica è una parte fondamentale di me però io voglio avere il tempo anche per fare altre robe e gli ambienti spesso mi soffocano. La musica poi è una cosa soffocante di suo perché becchi quello e quell’altro, poi ad un certo punto ti saturi e gli ego si scontrano e si sovrappongono e allora diventa più lo stress e l’angoscia che il piacere e siccome io la musica la faccio per piacere prima di tutto, se manca quello e se le tensioni sono più di quelle che sono il piacere, ciao a tutti, arrivederci, faccio qualcos’altro.
Questo per dire che non mi sento di fare analisi su cose successe nella scena, perché il rap ha avuto i suoi alti e bassi. Io parlo per me e mi ero rotto i coglioni e non escludo che risucceda.

Negli anni novanta in Italia si insisteva tanto che prima di fare qualsiasi cosa si doveva conoscere la roba vecchia e in generale si prendeva tutto molto sul serio. Oggi invece sembra che c’è voglia di distaccarsi da tutta quella seriosità. Da cosa dipende secondo te questo?
Presumo che questo sia dovuto al fatto che all’inizio quando è arrivato il fenomeno non c’era nient’altro e allora la cosa richiedeva un senso di appartenenza molto forte. Adesso è un termine completamente fuorimoda e questo dovrebbe far riflettere come sono le mode e le religioni, ma all’epoca si diceva B-Boy no? Adesso non si dice più, ma questo non è necessariamente un male, era una forzatura anche all’epoca. Tra l’altro questa cosa del famoso B-Boy e le Fly Girl c’era solo in Italia. Quando eravamo piccoli noi, il lettore di Aelle che apparteneva alla community Aelle, se era un maschietto era un B-Boy che in realtà nel resto del mondo voleva dire ballerino di breakdance, e Fly Girl che voleva dire “ragazza appartenente al mondo dell’hip hop”, in realtà nel resto del mondo vuol dire solo “tipa figa”. Per cui non credo necessariamente che il senso di appartenenza primordiale che c’era in una nicchia, siamo noi i buoni contro voi cattivi, sia una cosa giusta.
Per altro io so cosa vuol dire ‘sta roba e non me la deve spiegare nessuno perché io quando andavo al liceo ero l’unico stronzetto, l’unico in un istituto di 2000 persone, l’unico con la bandana allacciata davanti che credeva di essere Tupac, col pantalone largo, irriso. Quindi so di cosa sto parlando e se per noi era l’esigenza di essere diversi dalla massa, adesso non significa necessariamente che in questa fase storica debba essere lo stesso. Sarebbe voler riprodurre artificiosamente una cosa che c’è già stata e non è detto che ci debba essere ancora.
Con questo voglio precisare a tutti i modi che è stato un periodo magico, ci siamo divertiti ed è stato un momento di sperimentazione incredibile e viva quel periodo. Però sottolineo nello stesso modo che la DeLorean non l’hanno ancora inventata, mi dicono “Ah Fritz perché non torni a Kaos & co.” Ma quello che è successo è successo, tu non puoi pensare che col telecomando mi riporti a quindici anni fa, se no, ripeto, aspetta che inventino la macchina del tempo e torna a vivere lì. Del resto bisogna a fare le figate adesso. E’ giusto ripensare a quanto erano fighe le cose del passato, ma rimboccarsi le maniche e fare figate adesso è lo spirito, io penso.

Quanto è diverso l’approccio dei nuovi rapper rispetto a quelli degli anni ’90?
Adesso vedo che, come ti citavo quel primo pezzo di Gemitaiz, funziona così: tu mandi la base, questi ti rimandano le strofe e tu le appiccichi sopra. Però io devo dire la verità che ho adottato un po’ il mio modus operandi old school che consiste nel becchiamoci e facciamo il pezzo. Infatti mi viene in mente proprio Gemitaiz che ha fatto quel pezzo, ma poi io sono andato a prenderlo per le orecchie a Roma e gli ho detto “no adesso lo registriamo insieme”, e infatti è venuto, almeno per me, più figo e più consistente, e questo sono riuscito a farlo pressochè con chiunque. Per fare ‘sto disco sono andato con chiunque in studio e abbiamo registrato assieme e ci ho passato per lo meno qualche ora prima per concepire il pezzo insieme perché non ci sono cazzi, se il pezzo viene concepito assieme vis-à-vis verrà comunque diverso che se fatto a distanza. Per cui questa è anche una raccomandazione ragazzi, beccatevi e fate musica insieme. E’ una figata che io ti posso caricare su wetransfert il wav, la sessione, però possibilmente becchiamoci perché da quello nasce lo spessore.

I rapper hanno modo di esprimere sempre il loro carattere e il loro pensiero, cosa molto difficile invece per un beatmaker. Cosa deve fare un producer per diventare protagonista?
Per essere protagonista un beatmaker in Italia non saprei dirtelo perché in realtà non c’è un criterio unico o una formula fissa. Io dico sempre queste cose che a me sembrano ovvie, ovvero che:

a) Dimenticatevi dell’importanza del mezzo. Ancora vedo lì la gente che discute, ma tu cosa usi? Usi ancora il campionatore? Usi il computer? Campioni dal vinile o ti scarichi la roba? Col livello di mezzi che c’è adesso, il mio auspicio è quello di usare la testa. Quello è il mezzo più importante perché i mezzi tecnologici adesso sono tutti buoni come le automobili, magari quella ha l’interno più così, quella più cosà, ma funzionano tutte bene e ci vai con tutte in giro, quella va un po’ più veloce o un po’ più lenta però sono tutte buone, è inutile parlare di quale automobile è più bella, se una macchina la paghi 10000 euro o in quella fascia, son più o meno tutte uguali. La stessa cosa è per le macchine per fare musica. Se stai usando un campione esterno, o un Logic, o un Pro Tools, o un Ableton Live, o un Fruity Loops, son tutte buone, quindi io quello che vi consiglio è che l’investimento bisogna farlo nell’usare la testa e spremere le meningine per usare bene questi mezzi non per concentrarsi nel nuovo plugin. Poi per carità un po’ di aggiornamento tecnologico ci sta, però che non sia il fulcro.

b) A me sembra scontato, ma probabilmente non lo è così tanto, uscite da questa cosa, mi sento dirlo magari ai più giovani, che esce la tal base americana quel giorno e come pecoroni il giorno dopo tutti a fare la base uguale; ed è il momento trap e via col trap e così via. E’ giusto stare moderni, stare freschi e sul pezzo di quello che esce però un conto è vivere nella contemporaneità un conto è subirla. Rifarsi ed incanalarsi completamente nei trend è una cosa che secondo me si può evitare per dare un po’ di dignità a questo paese, per cercare un po’ più di via musicale nostra. Qualcuno nel calderone dell’elettronica ci è riuscito ma il nostro ambiente lo vedo ancora molto derivativo.

Usi ancora il 950?
No! Assolutamente! Sarebbe come chiedere a uno che viveva nel 1800 e si risveglia a metà del 900 “ma vai ancora a cavallo?”. No, a cavallo io ci posso andare se voglio sfiziarmi, se voglio passare una giornata diversa. Non so andare a cavallo eh, è una metafora! Per dire che però se no io vado in macchina… ok, non ho neanche la patente se per questo! Vado in bicicletta, diciamo così. Per dire che il 950 era il mezzo più semplice che io avevo all’epoca, era il campionatore che costava di meno e quindi io gli dedicai ‘sto disco perché era la macchinetta sacra per me, era la cosa che mi permetteva di interfacciarmi con la musica e trovare la mia dimensione. Adesso invece con lo stesso cazzo di computerino che abbiamo tutti, io non sento la necessità di distinguermi usando per ragioni di esotismo certi strumenti.
Attenzione però, ci sono un po’ di miei colleghi che usano ancora il 950 e fanno benissimo se hanno un loro modo di lavorare assestato così. C’è Mr. Phil, Next One che usano il 950 e fan bene se ci si trovano. Io però il 950 all’epoca, quando ho iniziato a lavorare, l’ho regalato. Neanche l’ho venduto, l’ho regalato nella speranza che qualcuno facesse qualcosa di buono. Adesso invece mi ritrovo come quasi tutti noi con un computerino, di cui non diciamo la marca perché non hanno bisogno di pubblicità ‘sti rotti in culo, però lo uso a modo mio. Questo è il senso, io uso un mezzo che hanno tutti a modo mio e questo credo che sia uno dei principi importanti dell’hip hop. Usare un mezzo che hanno tutti, a disposizione di tutti, possibilmente anche progettato per fare altro, però io lo uso a modo mio per fare le mie cose diverse da tutti gli altri. Quindi lo spirito è usare la cosa che hai più a portata di mano, più veloce per fare una roba però tua e non uguale a tutti gli altri. Torno a ripetere, il mezzo è accessorio, 950, Akai, Roland, Emu, qualsiasi hardware o software, l’importante è che lo usiate in maniera diversa.

(Koki)

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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