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Intervista agli autori di “The Piece Maker”, il documentario italiano sull’Hip Hop

The Piece Maker

Qual è il ruolo dell’Hip Hop nel mondo e l’influenza del movimento negli ambiti della moda, del music business e della cultura pop in genere, è un argomento già sentito e dibattuto.
Ma l’Hip Hop ha una forza speciale, di cui quasi mai si parla. È qualcosa che riesce a sconvolgere in modo radicale la vita delle persone, offrendo stimoli e rispondendo ad esigenze di milioni di ragazzi nel mondo.
Ragazzi che poi crescono e continuano a vivere la propria vita e affrontare qualsiasi situazione con il “filtro” mentale dell’Hip Hop.
Il documentario “The Piece Maker” di Gabriele Colombo parla di questo, e tanto altro, attraverso le interviste di oltre 30 artisti e personaggi legati alla doppia acca da sempre.

Per questo abbiamo incontrato Gabriele Colombo, regista e ideatore del progetto, insieme a Mastino e Valentina Pini che hanno condiviso con lui e tutto il team della Cooperativa Albatros di Legnano il lungo percorso per dare vita a questo progetto.

1) Come nasce il documentario, quanto è durata la lavorazione?

Gabriele) Il progetto nasce da un’idea che è nella mia testa dai tempi della tesi di laurea in scienze dell’educazioni e quindi circa nel 2002. Poi la vita e il lavoro non mi hanno permesso di realizzarlo fino a che con una collega, Elisa Casini, abbiamo dato vita a questo gruppo di persone, Rappark, che organizzava eventi per promuovere la “presa bene attraverso l’Hip Hop”. Era circa il 2009 e dopo due anni di eventi e tanti altri progetti in collaborazione con la Cooperativa Albatros di Legnano abbiamo preso i ragazzi che ci credevano e li abbiamo portati in questo turbinio di eventi che ha portato al documentario.
Abbiamo incontrato Mastino, Dabol T, Vigor e Kaso nell’autunno 2011 e loro sono stati preziosi per concretizzare il progetto nei 7 capitoli (che poi danno vita al documentario).  Finite le interviste, nel 2013 abbiamo ascoltato e sbobinato tutte le interviste e da lì io e Valentina Pini abbiamo estrapolato la sceneggiatura.
Io poi nell’estate mi son fatto il montaggio che è durato fino a settembre con la supervisione di Mastino. Night Skinny ha fatto un lavoro super con il montaggio audio, recuperando audio veramente inqualificabili e mettendo una stupenda colonna sonora al tutto, pensata e studiata per dare l’effetto che volevamo.
Ultimo passaggio quello di Federico Motta per la color correction e di Blat che ha fatto le grafiche.
Nel complesso direi 2 anni e mezzo di lavoro.

2) Quali sono gli stimoli alla base di questo progetto?

Gabriele) Lo stimolo per me è ridare all’Hip Hop quello che mi ha dato. Come dice Vigor. Ma non all’Hip Hop in quanto essenza o filosofia di vita, ma all’Hip Hop in quanto persone. E le persone che hanno lavorato con me al documentario e quelle intervistate mi hanno dato talmente tanto in questi anni che era un obbligo per me fare un bel lavoro. Ridare a chi mi ha regalato questo piccolo sogno, tutto quello che potevo, con i miei mezzi e lo sforzo di questi due anni. Le facce di chi si vede nel documentario sono il mio stimolo. In quanto direttore dei lavori e realizzatore del montaggio ci tenevo a mettere i visi sorridenti delle persone che mi hanno regalato un sogno che nutrivo da 10 anni e questo è stato lo stimolo più grande.

3) Quanto è stato difficile dare un senso logico così forte agli argomenti mixando le interpretazioni di tutti?

Valentina) Dare un senso logico a tutto il materiale che abbiamo raccolto non é stato facile, ma avendo precedentemente predisposto uno schema base (i capitoli ) a livello di scenografia é stato un lavoro lungo più che difficile.
Abbiamo cercato di dare più prospettive dei vari capitoli per non limitare il contenuto a un pensiero unico. Ogni persona ha la sua storia da raccontare, come dice DeeMo nella nostra intervista. Quindi abbiamo voluto raccontarne il più possibile.

Gabriele) La metafora migliore è quella del puzzle, “i pezzi non si incastrano per caso”. Citando Esa, grande assente del documentario… purtroppo per problemi tecnici non siamo riusciti a incastrare i suoi e i nostri tempi.
Abbiamo diversi file con le cose dette da tutti e se riusciamo metteremo online tutte le interviste integrali per rendere la quantità immensa di concetti detti in circa 30 ore di registrato. Il filo logico partiva da me e in una tabella molto semplice Valentina spostava le frasi scelte e le riordinava con il suo gusto. Io poi ho preso quanto creato da lei e nel montaggio ho sistemato il tutto per dare un taglio “simil-cinematografico”. Mantenendo il filo del discorso. E a quel punto avevamo circa 100 minuti di documentario. Descrivendo il processo si capisce la complessità del lavoro. Forse l’unica cosa che ha certamente aiutato è stata la bravura degli intervistati nel dire cose di una profondità incredibile che a volte le interviste si incastravano perfettamente da sole senza troppo sforzo.

Mastino) Il mio intervento, in questo senso, si può considerare come una specie di contrappunto alla lettura d’insieme del documentario. Per poter evidenziare il lato spirituale di tutta la faccenda ho voluto utilizzare il suo esatto contrario. All’inizio di ogni capitolo c’è una mia breve introduzione che parla di questioni legate al fisico, in senso stretto, ma in ogni contributo si possono ritrovare degli elementi che riguardano il tema specifico trattato nel capitolo. La cosa non è proprio evidente al primo ascolto, per i non addetti ai lavori.

4) Tutti gli intervistati hanno un grande senso di appartenenza all’Hip Hop. Quanto del loro atteggiamento è stato tramandato nelle generazioni successive?

Gabriele) Da quello che abbiamo sentito noi sembra poco, ma da quello che ci portiamo via da questi incontri direi tantissimo. Ognuno ci ha lasciato un pezzo della loro attitudine nei confronti del mondo esterno che fa trasparire una concezione di Hip Hop che va oltre la moda o l’apparire o il fare. Come dice Deemo (in un pezzo che non è inserito nel documentario) se fosse moda lui non sarebbe rimasto attaccato a questa cosa per tutti questi anni.

Valentina) Ascoltando le loro parole si percepisce che la volontà di comunicare la loro visione, il senso di appartenenza e i valori, é tanta.
Il fatto che tutte queste cose siano arrivate alle orecchie e alle menti dei giovani é una cosa che dipende da vari fattori. Certo è che loro hanno cercato sempre di comunicare lo spirito Hip Hop e lo fanno ancora.

5) Uno dei capitoli che più mi ha colpito è quello sulla “fotta”. La fotta è un concetto molto hip hop che è davvero difficile da spiegare. Nello stesso tempo chi l’ha provata non ha nessuna difficoltà a capirla e leggerla negli occhi degli altri. Qual è la tua definizione di fotta? La fotta è qualcosa che può andare oltre le 4 discipline?

Gabriele) La fotta per me è il dubbio. Il dubbio di non essere all’altezza o di trovare qualcuno meglio di te che ti spinge ad andare oltre per esprimerti oltre le tue stesse aspettative. Se ce l’hai, comunque, lo sai qual è il suo significato. Non la puoi spiegare a volte. E in quel capitolo si cerca di passare quell’idea. Con gioia e felicità. Non è il capitolo che preferisco ma è il più divertente.

Valentina) La fotta va oltre le 4 discipline. Noi gli diamo questo nome perché apparteniamo a questo contesto, ma la fotta é oltre la definizione. Ognuno ha la sua. Per me è una forza cieca, ma non in senso negativo. Capace di farci fare cose che non pensiamo per soddisfare una voglia interiore.

6) Se vogliamo sintetizzare il tema del vostro documentario si potrebbe dire che l’argomento principale è “l’amore”. E forse “Energia” è la parola chiave dell’opera. Il progetto è stato un lavoro di squadra, nei credits ci sono veramente molte persone. Quanto l’amore e l’energia sono stati determinanti in un lavoro di questo tipo? 

Mastino) Il cuore e il portafogli di Gabriele ne sanno sicuramente più di quanto possa dirti.

Gabriele) Nei credits ci son anche meno persone di quelle che hanno collaborato anche solo una volta nel progetto. Le riunioni del giovedì sera a Legnano nell’ufficio della Cooperativa Albatros erano piene di gente che entrava ed usciva. Gente che prendeva parte a qualche intervista e poi non si vedeva più, gente che ha lavorato tecnicamente ad alcuni pezzi e meno ad altri. Non c’è mai stato un obbligo per nessuno. Come detto prima per me era un progetto che avevo in testa da almeno 10 anni e quindi era un obbligo morale finirlo, ma per chi ha aderito al progetto c’era e c’è solo l’amore per questa forma d’espressione.

7) Nel documentario ci sono oltre 30 personaggi intervistati.

C’è stato qualcuno che ha lasciato in voi autori qualcosa in più? Chi è stato che ha lasciato un contributo più significativo?

Gabriele) Il più grosso rammarico è stato essere stati in due ad intervistare Deemo, per questioni sia organizzative che di spostamento a Bologna. Il suo è stato un contributo fantastico e, da fanatico di questa cultura, in certi momenti durante la chiacchierata ho avuto la pelle d’oca.
La più bella per me è stata quella a Tony Negri, che è l’unica intervista che ho scelto e realizzato completamente da solo. Per me David Nerattini è stato quello che con le sue rubriche su Aelle mi ha fatto conoscere le origini della musica rap, i sample e la musica black. Ci tenevo a parlare con lui perché volevo un taglio musicale dal punto di vista di una persona che ho sempre stimato a livello musicale e dopo la chiacchierata ancor di più a livello umano. Mi sono fatto Milano-Roma in giornata e non mi è pesato, anzi sono tornato a casa ancora più carico per il montaggio. I suoi contributi mi hanno lasciato molto. Devo aggiungere un ringraziamento speciale per il Banco di Legnano perché sono stati i primi e se non ci fossero stati loro con la loro disponibilità non avremmo iniziato. Come dice uno che ahimé non abbiamo potuto intervistare “Ogni viaggio inizia sempre con un passo”.

Mastino) Io ho avuto la fortuna di sentirmi tutti i file audio di tutti gli intervistati e devo dire che ogni riflessione ha lasciato qualche traccia nella mia poetica personale, sia che fossi d’accordo con le affermazioni o no. Stiamo parlando di gente che ha fatto di sta roba la sua vita. Devo dire che per linearità di pensiero, onestà e chiarezza nell’esposizione dei concetti Moddi è il campione. Ma senza ironia. Non ci sono espressioni e metafore migliori per rendere l’idea di quello di cui stiamo parlando. “La fotta è questa faccia qua, te lo devo dire con questa faccia”.

About Stefano Zanoni

Creative Director, hip hop lover e un altro paio di errori meno rilevanti.

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