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[Recensione] Isaiah Rashad – Cilvia Demo

Cilvia DemoAutore: Isaiah Rashad
Titolo: Cilvia Demo
Etichetta: Top Dawg Entertainment
Anno: 2014

“Cilvia” è il nome della vecchia ma affidabile Honda Civic del 1995 che ha scorrazzato Isaiah Rashad in giro per Chattanooga quando era solo un under-dawg della sperduta provincia americana, ma è anche il titolo della sua prima release per la Top-Dawg Entertainment. Il giovane emcee ha, infatti, pensato che questa metafora fosse perfetta per descrivere l’inaspettato viaggio che, negli ultimi 2 anni, l’ha portato dall’esser uno dei tanti opening acts dello Smokers Club tour del 2012, fino a diventare un membro ufficiale della TDE e condividere lo stesso cypher, in diretta nazionale su BET, assieme ai suoi nuovi compagni d’etichetta: Kendrick Lamar, Schoolboy Q, Ab-Soul e Jay Rock, al momento, considerati da tutti come la crème de la crème dell’hip-hop.
Essendo cresciuto in Tennessee, venerando i pionieri del dirty south come Master P, Juvenile, UGK, Scarface e gli Outkast, ci si aspetterebbe che i testi di Isaiah Rashad fossero costellati di ricorrenti riferimenti ai grillz, in omaggio allo stile di Bun B & Pimp C, o farciti di apologie dedicate ai lussuosi status symbols tanto cari a Percy Miller, o intrisi delle atmosfere gangsta che hanno reso il leader dei Geto Boys il Tony Montana del rap, o che, perlomeno, fossero accompagnati da produzioni ridondanti e massicce come quelle forgiate da Mannie Fresh per le hits di Juve. Niente di tutto questo. Nonostante lo spirito dei suoi eroi aleggi costantemente su ogni singola traccia del “demo”, da “RIP Kevin Miller” a “Brad Jordan”, Spottie, nomignolo con cui il rapper è registrato su twitter, evita inutili imitazioni e si concentra su ció che gli riesce meglio: dare voce al disagio e alla voglia di rivincita che nutre la sua generazione. Con il suo tipico flow del south, generalmente morbido e laid back ma dotato di una delivery sferzante ed incisiva, Isaiah Rashad descrive lucidamente le difficoltá e le tentazioni con cui qualsiasi giovane afro-americano, e non solo, è costretto a dover fare i conti ogni giorno per sopravvivere nei quartieri poveri di una qualunque periferia urbana.
Ad esempio, in “Hereditary” il rapper racconta di come le uniche cose che gli abbia insegnato suo padre, quello che avrebbe dovuto essere il suo modello di riferimento, siano state tutt’altro che educative (“my daddy taught me how to drink my pain away, my daddy taught me how to leave somebody,..). Il tema del padre assente si riaffaccia anche nella travolgente “Banana”, dove, in preda alla rabbia e al risentimento, si scaglia contro il genitore che l’ha improvvisamente abbandonato, ancora bambino, per rifarsi una famiglia (“my daddy left me with no details, came back with a bitch and a stepson, I guess he forgot that he left something, he must have been saving the best burn”).
Nonostante i suoi 22 anni, altri due argomenti cui Isaiah Rashad dedica ampio spazio sono la depressione e, purtroppo, anche il pensiero del suicidio. Entrambi sono intesi come la naturale conseguenza di un sistema, quello americano, che sembra disegnato apposta per impedire a quelli come lui, nati in una situazione di estrema indigenza, non solo di riuscire a elevare la propria condizione sociale ma perfino di poterlo sperare. In “Heavenly Father”, come una disperata preghiera, l’emcee si rivolge direttamente a Dio implorandolo di palesarsi e d’impedirgli di commettere un atto irreparabile: “Yeah, now everybody tellin’ me a lie, Lordie, give me something for my soul , see I don’t wanna think of suicide”. In “West Savannah”, poi, lui e la dolcissima SZA, altra nuova recluta della TDE, come fossero i Romeo e Giulietta del ghetto, sognano d’innamorarsi sulle note di “southernplayalisticadillacmuzik” degli Outkast cosí da poter trovare un rifugio sicuro dai pensieri negativi: “Now can we fall in love while Southernplayalistic banging through the night, at least, we fell in love with something greater than debating suicide”.
Ma, sebbene riflessivo e intimo, la strada percorsa da Cilvia non è solo lastricata di tematiche difficili o, apparentemente, deprimenti. In pezzi come “I Shot Ya Down” e “Webbie Flow” c’è tutta la voglia di celebrare la rivincita, il coronamento del sogno di poter finalmente vivere facendo rime e non piú rimediando qua e là lavori saltuari: “I was flipping your burger high as a bitch, but I’m cool, I think I’m blessed now, I only stress about the stress now since I’m fresh now”.
Di certo Cilvia Demo non è un progetto costruito a tavolino, è un album genuino, privo di ogni velleitá di scalare le classifiche, sia per le non facili questioni affrontate che per il tipo di produzioni impiegate. Sebbene producers emergenti, come The Antydote e Mr. Carmack, abbiano saputo raffinare il suono grezzo del sud miscelandolo con beats old-school e campionamenti soul, creando cosí il background perfetto per le rime di Isaiah Rahad, il sound del disco rimane molto lontano da quello pomposo e twerkeggiante, che oggi caratterizza il rap più mainstream.
Consiglio a tutti quelli che amano l’hip-hop, ma che si sono abituati a suoni iperaccessoriati, di rinunciare a qualche optional per questa volta e farvi un giro a bordo di questa spartana Honda Civic alla riscoperta del piacere di ascoltare il rap per il contenuto e non per l’apparenza.

(Cristiano Papini)

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