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[Recensione] Ab Soul – These Days

Ab Soul - These DaysAutore: Ab Soul
Titolo: These Days
Etichetta: TDE/Interscope
Anno: 2014

These Days è un album spiazzante. Chi si aspettava un progetto intimista, alla stessa stregua di Good Kid, m.A.A.d. city e Oxymoron, non potrá che storcere il naso. Nel disco di Ab Soul non ci sono né travolgenti hit radiofoniche, né un filo conduttore che attraversi ogni traccia come lo é stato il rapporto tra Kendrick Lamar e Compton e quello tra Schoolboy Q e le droghe. O almeno così sembra. Se, infatti, non vi darete per vinti e ascolterete con maggiore attenzione quello che può, a un primo ascolto, sembrare un album confuso, a tratti raffazzonato, in cui ogni pezzo appare completamente scollegato dal successivo, avrete una piacevole sorpresa. Ad ogni play il mio terzo occhio, una delle metafore piú ricorrenti nei testi di questo artista, che simboleggia la ghiandola pineale considerata da sempre la sede della conoscenza umana, si è aperto sempre un po’ di più, cosicché il lavoro del più enigmatico e tecnicamente dotato dei Black Hippy ha acquistato, col tempo, maggiore coerenza e coesione alle mie orecchie.
L’epifania che ho avuto è che, nella sua terza uscita per la Top Dawg Entertainment, Ab Soul abbia volutamente preferito mostrarci le sue ottime abilità di emcee, piuttosto che raccontarci qualcosa in più su se stesso come aveva già fatto in passato con pezzi come “Book of Soul”, tratto da Control System e dedicato alla terribile sindrome di Stevens-Johnson che dall’etá di dieci anni l’ha reso particolarmente sensibile alla luce. Potremmo, in realtà, definire These Days come l’applicazione pratica del pensiero espresso da K.Dot nel suo tanto discusso verse di “Control”: un rapper che miri al primo posto del podio non può che circondarsi di artisti che stima profondamente ma con cui, al tempo stesso, deve necessariamente competere per guadagnarsi il titolo di miglior giocatore in campo. Senza fare sconti a nessuno, nemmeno ai propri compagni d’etichetta.
La competizione, quella sana dei cypher di una volta, è, secondo me, al centro di quest’album. Come a tutti i fuoriclasse, anche ad Ab Soul piacciono le sfide specialmente se il livello di difficoltà si fa piú alto del normale. Così, il liricista della west-coast ha pensato bene di concedere a tutti i suoi ospiti un vantaggio importante, permettendogli di sfidarlo sul campo a loro piú congeniale sia per quanto riguarda i suoni che i contenuti. Alla fine della partita, pur giocando in trasferta per quasi l’intera durata del disco, il rapper di Carson, LA, riesce comunque a portarsi a casa un buon risultato. “God’s Reign” con SZA, ad esempio, ha una produzione che si addice perfettamente all’eterea first lady della TDE, tant’è in linea con le sonorità sperimentali e sospese del suo Z EP ma, nonostante ció, Soulo riesce lo stesso a far propria la traccia grazie all’innegabile qualità delle sue rime farcite di figure retoriche ricercate. Basti pensare alla naturalezza con cui riesce a piazzare, uno dietro l’altro, un climax e un chiasmo potentissimi sin dalle prime due bars: “your soul sits on your third eye, Soul sits on the throne/Told you I was the third wheel, that’s three wheel motion on chrome”. Stessa cosa potremmo dire per “Hunnid Stax”, un tipico party anthem dedicato ai soldi e alle donne che sembra cucito a pennello sullo stile menefreghista e scanzonato di Schoolboy Q e Mac Miller ma apparentemente lontano dai temi più profondi e mistici ai quali ci hanno abituato le lyrics di Ab Soul. Qui il Black Lip Pastor s’inserisce sfoggiando una prova ulteriore del suo famoso wordplay, dimostrandoci che anche le metafore più sessualmente esplicite possono assurgere ad esempio di geniale maestria nell’uso delle parole (“my stock risin, you cock ridin/I’m splittin clits where the money clips”). “Nevermind that”, che ospita Rick Ross, sembra invece contrapporre all’autocelebrazione di stampo materialista del leader della Maybach Music quella cervellotica di cui si è fatto paladino il rapper dalle labbra nere, il quale, giocando sull’ironico ritornello cantato da BJ the Chicago Kid, afferma : “in realtá lo scopo della mia musica sarebbe quello di farti utilizzare un po’ il cervello…ma non farci caso bella, tu pensa solo a muoverti seguendo la musica.” Tra tutte le collaborazioni presenti è peró “Stigmata”, che ospita Action Bronson e Asaad, quella che finalmente combina al sapiente uso delle parole un’incursione più profonda nell’anima dell’emcee. I riferimenti religiosi tornano al centro della scena e, come in “Nothing New” tratto da Longterm Mentality del 2011, Herbert Anthony Stevens IV torna a paragonarsi a Gesú. Proprio per enfatizzare ancor di piú la suddetta similitudine, che ha l’esplicito scopo di sottolineare la superioritá dei suoi skillz  e del suo wordplay rispetto a quelli degli altri rappers, il top dawg californiano prende in prestito da “The Cross” le rime di un altro famoso emulo del Figlio di Dio (ovvero il “God’s Son” per eccellenza del rapgame), Nas: “I carry the cross, if Virgin Mary had an abortion, I’d still be carried in the chariot by stampeding horses, I’m more than a man, I’ve been died and rose again, Left these holes in my hands, so you know who I am, Stigmata…”. Ma è “Closure” con Jhéne Aiko, in cui il fantasma della fidanzata suicida Alori Joh torna prepotentemente a insediare i suoi pensieri, la traccia in cui il Soul Brother #2 (come Pete Rock, il soul brother #1 del rap, gli ha permesso di farsi chiamare) ci lascia finalmente spiare piú a fondo nella sua psiche mettendoci peró in guardia sul rischio che si corre nel rivelare troppo i propri sentimenti: “…in this world of selfish men you keep your heart inside your chest and not in someone else’s hand”.
Ci sono poi tracce in cui Ab Soul non si confronta con altri che con se stesso, come in “Tree of Life” o “Dubsac”, dove l’intrattenimento si fa ancora piú avvincente. Tutto questo ci lascia ben sperare per il futuro di quest’artista, convinti che il verse “these days have seen my best” non sia affatto vero e che il criptico rapper di Carson abbia conservato la sfida piú importante, quella con la propria ghiandola pineale, per il prossimo album che, sono convinto, lo consacrerá definitivamente come una delle menti piú illuminate dell’hiphop contemporaneo.

(Cristiano Papini)

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