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[Recensione] Club Dogo – Non Siamo Più Quelli Di Mi Fist

Non siamo più quelli di Mi FistAutore: Club Dogo
Titolo: Non Siamo Più Quelli Di Mi Fist
Etichetta: Universal
Anno: 2014

È uscito un altro disco dei Club Dogo. Per chi è cresciuto negli anni zero, i lavori del gruppo più influente del rap italiano sono un orologio che scatta con puntualità: escludendo Penna Capitale, i loro album non si fanno mai aspettare più di due anni. Non siamo più quelli di Mi Fist era criticatissimo già prima di uscire. Un titolo che ha spiazzato tutti, riprendendo il tormentone che sul web impazza ormai da qualche anno. Ma se guardiamo più da vicino, pur rappresentando una definitiva presa di posizione rispetto al loro passato musicale, è una scelta estremamente coraggiosa e hardcore; Quanti giornalisti non specializzati, quanti fan della seconda golden age, quanti potenziali acquirenti adulti sanno effettivamente cosa sia Mi Fist? Un titolo quindi poco accattivante e immediato per una grande fetta di mercato, ma esplicitamente rivolto a chi, effettivamente, ha amato “Cronache di resistenza” e “Vida loca”.
Il disco è stato in gran parte scritto, prodotto e registrato a Los Angeles, segno di un ulteriore perfezionamento qualitativo della loro produzione. Il 2 giugno 2014 esce il video di “Weekend”, il primo singolo. Don Joe fa centro con il sax, che – Macklemore insegna – è in gran spolvero nelle hit da club. La scelta dei singoli è un altro particolare che i Dogo non sottovalutano mai. Dopo il primo singolo, una hit estiva e leggera, “Fragili”, il singolo per le radio. Il brano, con l’inaspettata collaborazione di Arisa, funziona perfettamente e salta in vetta alla Fimi. Qualche settimana dopo esce il video di “Sayonara”, il pezzo hardcore e fitto di punchline destinato all’orecchio più hip-hop. I Dogo consacrano così una formula collaudata (vedi Guè, che lancia il suo disco solista con “Bravo Ragazzo”, “Rose Nere”, “Business”) che abbraccia interamente il loro pubblico. Se la copertina non passerà certo alla storia, la strategia di lancio del disco funziona e le numerose interviste rilasciate dai tre (avete notato il look total black che propongono senza eccezioni da qualche mese?) veicolano un messaggio preciso: è il disco della maturità.
Un disco nuovo, sì, ma che non accenna a tradire il filone Dogo, caratterizzato da un’identità talvolta ripetitiva per quanto solida. Inevitabile trovare evidenti richiami ai loro lavori precedenti: “Lisa” è il naturale seguito di “All’ultimo respiro”, come “Start it over” tenterà di replicare il successo di “P.E.S.” con una base reggaeggiante. Jake e Guè sono in forma, ma se il primo sembra trovare la sua dimensione più vera solo in gruppo, il secondo tocca raramente le vette di Bravo Ragazzo e, quando lo fa, non è certo nel filone autoriflessivo. L’m.v.p. dell’album è Don Joe, il ritratto del producer moderno: un orecchio piantato oltreoceano e l’altro in Italia, in una costante sintesi di sperimentazione e tradizione Dogo. Infatti, come specifica anche Guè Pequeno nell’intervista a The Flow, è praticamente assente la cassa dritta. Sempre parlando di sonorità, salta all’orecchio l’uso costante e totale dell’autotune, che delinea il tappeto musicale di “Lisa” e “Soldi”. Dopo anni di tabù, forse anche il pubblico italiano inizierà a digerire questo mezzo, spesso visto soltanto come un escamotage per stonati. Maruego (non a caso scoperto in ambiente Dogo) aveva già iniziato quest’opera di sdoganamento qualche mese fa. Non mancano quindi le rime da battaglia che contraddistinguono da sempre i due rapper (“Saluta i king, “Sayonara”, “Dieci anni fa”), né le tematiche più amare (“Lisa”, “Un’altra via non c’è”), mentre è destinata a far parlare “Soldi”. Un titolo che lasciava poco spazio all’immaginazione, soprattutto nella loro discografia, si rivela invece una tragica riflessione sul denaro e il suo lato oscuro.
La ricetta sembra sempre la stessa, eppure i Club Dogo riescono ogni volta – con l’aggiunta di qualche condimento – a servire un piatto gustoso.

(Prospero Pensa)

About Stefano Zanoni

Creative Director, hip hop lover e un altro paio di errori meno rilevanti.

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