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Intervista a Hyst: “tu musicista, le cose che dici nei pezzi le consiglieresti a tuo figlio?”

Intervista HystDi Koki e Francesco Zendri

Ogni volta che mi capita di chiacchierare con Hyst è sempre un’esperienza piacevole. L’artista di casa Blue Nox, così come nei suoi pezzi, nelle conversazioni quando usa le parole non le sceglie mai a caso e le sue risposte per quanto siano articolate sono sempre molto interessanti. Ad inizio settembre usciva Mantra, il suo ultimo album pubblicato per la Macro Beats Records e ho avuto occasione durante un pomeriggio di scambiarci qualche considerazione sul suo album e sul suo modo di pensare riguardo al rap ma non solo. Ecco cosa ci siamo detti.

RapBurger) Il disco parte con un brano dal titolo “Adesso Scrivo” continuando poi con “Adesso Parlo” e lo stesso nome dell’album Mantra mette al centro del  progetto la “parola”. Quanto conta per te l’uso delle parole?
Hyst)
Se parliamo di rap credo che sia se non centrale, quasi. La mia parte di scelte e decisioni artistiche è tutta qui; quali scelgo di usare e secondariamente come le combino ma la scelta che ne faccio è proprio la mia prima funzione in quanto autore.

RapBurger) Visto che oltre che al rap tu ti dedichi anche al canto, le parole le scegli anche per la loro musicalità?
Hyst)
In alcuni casi. Quando so che in una frase ci sono le parole che posso considerare centrali a livello di significato allora posso permettermi di trovarne altre che si combinano meglio musicalmente. Però prima le scelgo per il loro significato, non vale la regola “prima il suono e poi se ci capita un significato dentro tanto di guadagnato”. Per me semmai è il contrario.

RapBurger) Io ti considero un rapper molto intelligente. Delle volte però non hai mai pensato di avere dei concetti troppo complessi e dunque di dover rendere il tuo messaggio più semplice a vantaggio della comunicazione con l’ascoltatore?
Hyst)
Sì, assolutamente. Molto spesso però piuttosto che fare un’operazione di livellamento dei concetti, di portarli tutti verso una certa zona, mi piace più lavorare di contrasto, cioè tenere alcuni concetti che per loro natura sono complessi e poi magari dire una puttanata subito dopo. Onestamente io sento che la lingua italiana ci dà degli strumenti tali per cui siamo capaci, molto più di altre popolazioni o lingue, di arrivare veramente in profondità a certe idee, pensieri e sensazioni. Non utilizzare a pieno questi strumenti mi sembra una cosa molto stupida. Non mi interessa l’idea di schiacciare tutto ad un livello omogeneo, comprensibile ad un gran numero di persone, preferisco semmai fare questi contrasti: “non hai capito il concetto che ho detto prima? Almeno ti faccio fare una risata”.

RapBurger) E per fare questo trai ispirazione dai tuoi progetti extra-rap come il teatro?
Hyst)
 Non è tanto che traggo ispirazione quanto che l’idea stessa di comunicazione di linguaggio, cioè il metodo con cui decido di far passare le cose si influenza vicendevolmente tra tutte le discipline. Trarre ispirazione è una cosa un po’ diversa. Mi sto rendendo conto adesso che non mi ispiro ad altre opere perché quando ascolto altri musicisti o vedo film oppure leggo libri, rimango sorpreso sì dalle soluzioni, soprattutto da quelle tecniche, però non penso mai “ah voglio rifare questo con un pezzo di quello”. Cerco sempre di capire il metodo con cui quella cosa è stata concepita, non come è diventato lo strumento alla fine del ragionamento. Cerco di andare a monte, quindi non è tanto prendere ispirazione da quella poetica, da quel brano ma studiare la tecnica espressiva in tutti i suoi aspetti. Questo perché quando ascolto il prodotto artistico di qualcun altro, quello è già una traduzione tecnica della realtà.

RapBurger) Per quanto riguarda invece la musica, c’è una sorta di legge non scritta che impone gli artisti di rimanere al passo coi tempi…
Hyst)
Soprattutto il rap…

RapBurger) Soprattutto quello italiano. Ci sono quasi degli standard che devi adottare per suonare “fresco” e secondo me molti artisti scendono a compromessi facendo non tanto quello che gli piace ma della musica che potrebbe funzionare. Tu sei mai sceso a questo tipo di compromesso?
Hyst)
No e quando lo faccio non lo vivo come un compromesso ma come un gioco. Così in realtà anche la maggior parte di quelli che lo fanno, lo fanno per gioco. Non è un caso che in America questa operazione sia definita “The Game” e non riguarda solo le rime e le punchline ma anche le convenzioni dei linguaggi di una corrente artistica. Ti faccio un esempio: nasce il Dadaismo, quello si mette a fare quella determinata cosa con 3 colori. L’altro che lo vede si cimenta anche lui coi 3 colori. Non è un fatto di moda, quanto di rimanere sempre in dialogo e confronto con gli artisti che si stanno occupando della stessa cosa. Nel caso del rap quella cosa è molto evidente perché quando senti lo schema della punchline tipo di Shade e Fred De Palma riconosci delle similitudini di struttura ma, non è un fatto di copiarsi perché quella cosa vende, è un fatto di stare mentalmente in una stessa zona di ricerca tecnica. Poi come dici tu, alcune soluzioni tecniche in certi momenti sembrano anche avere più successo con il pubblico allora qualcuno ci resta, ci marcia un po’. Nel momento in cui io decido di fare questa cosa, e in Mantra capita, lo faccio per un senso di compartecipazione a certe strutture tecniche ma io la vivo molto come uno scherzo. In Mantra lo faccio con quel tipo di metrica/punchline attuale in cui si esprime un concetto e poi si chiude con una singola parola che riassume tutto senza nessuna preposizione, articolo o altro. Mi diverto a tentare di farla ma decido di farla solo con cose molto sconosciute, citando personaggi come San Giorgio, San Sebastiano e altri riferimenti rinascimentali per esempio.

RapBurger) Nelle tue canzoni mandi spesso un messaggio positivo, Mantra in generale gode di questo mood.  L’album però si chiude con “Cassandra”, un pezzo amaro quasi negativo. E’ come se per tutto il disco prima lanciassi la speranza e poi la uccidessi con il brano finale.
Hyst)
“Cassandra” non è conclusivo, si chiude quasi in “aperto” a livello musicale come se lanciasse una prosecuzione. Però il discorso che fai è giusto, ci sono 2 cose che devi considerare: 1) che la positività che esprimo nella totalità dell’album e nella mia carriera è una disciplina, una scelta a monte. La mia ottica è quella di far diventare vendibile un certo tipo di positività consapevole. 2) il fatto di come si vivono realmente le emozioni. Io so che quando faccio pezzi politici, sociali e antropologici sono mosso dall’amore. L’odio e il rancore che escono fuori sono sempre la negazione dell’amore, il fatto di sentire molto profondamente che la vita è molto bella e preziosa e vedere i fatti del mondo in cui questa importanza viene negata mi fa salire il veleno. Quando io parlo non parlo d’odio e Cassandra è questa cosa, la figlia di Priamo che urla una cosa che ha capito e non viene ascoltata, è il massimo della disperazione ed è quello che sento. L’ho lasciata come ultima perché molto emblematica della mia visione del mondo.

RapBurger) Parlando più del suono invece, com’è nata l’idea di avvalerti di così tanti beatmaker diversi creando quasi un’atmosfera particolare per ogni pezzo?
Hyst)
Beh io mi annoio molto quando sento i dischi uniformi a livello di produzione, mi rompo proprio i coglioni. Anche quando sento i dischi senza featuring, tendenzialmente mi rompo i coglioni, mi piacciono i dischi vari. In questo caso la scelta è stata di non partecipare come produttore, perché è proprio tutto un altro criterio di costruzione del percorso che in Mantra si basa sulla sorpresa. Piuttosto di scegliere una coerenza di tematiche o di atmosfere, io ho scelto lo stile classico, abbastanza “Golden Age” come ispirazione con alcune punte di freschezza sparse qua e là molto da addetti ai lavori. Credo che in quel senso la coerenza emotiva che passa, arriva dall’effetto “Golden Age”, dalla grassezza di certi suoni, dalla scelta delle batterie tutte calde e ruvide. Non ci sono batterie “moderne”, super pulite.

RapBurger) C’è una persona che ti ha guidato o accompagnato nella creazione di Mantra?
Hyst)
A parte commenti e opinioni delle persone di cui stimo l’orecchio, quindi Rafè, Kiave ecc… la persona di riferimento è Macro Marco che è il produttore effettivo del disco. Lui è l’unica persona da cui mi faccio dire eventualmente “questo no”.

RapBurger) Il Mantra è un concetto lontanissimo da quello che è la cultura occidentale e tu hai origini giapponesi. Quanto influenza ha la cultura orientale nei tuoi lavori?
Hyst)
Domanda difficilissima, nel senso che è difficile trovare una risposta. Io non mi sono ancora risposto su quanto di me e quali parti di me siano italiane e quali siano orientali, ancora non mi è chiaro. Quando cerco di fare chiarezza, in realtà sono io che decido di utilizzare degli aspetti che normalmente sono associati più a una cultura che a un’altra. Mantra nel suo significato etimologico, dunque la parola che diventa un’energia materiale che si manifesta nella realtà, non è tanto per dire che io ho il superpotere di rappare le cose e le cose poi diventano vere, quanto che è la parola stessa che per sua natura ha questa caratteristica. Io che ne sono consapevole nel momento in cui lo ammetto nel titolo, dichiaro anche una presa di responsabilità. In questo senso la “giapponesità” può essere questa, l’idea di disciplina che mi impongo, nel momento in cui scrivo, di mettere in circolazione solo parole, termini, concetti e valori che mi sento di sostenere moralmente e spiritualmente. Non metto in giro spazzatura. E’ un punto di vista un po’ critico ma è un fatto oggettivo: vengono messe in giro così tante parole ma nessuno si prende la responsabilità di quello che dice. La cosa che mi verrebbe da dire a certi musicisti è: “tu le cose che dici nei pezzi le consiglieresti a tuo figlio? Le consegneresti come il valore della tua esperienza a una persona a cui tieni?”. Nella maggior parte dei casi la risposta è “no”. Eppure c’è gente che a 40 anni continua a dire cose che uno è legittimato a dire a 16 anni quando non capisce un cazzo.

RapBurger) Ciò però può essere dato dal fatto che alla fine il target del rap è molto giovane.
Hyst)
Assolutamente sì. Lì rientra la questione del fare musica, arte e rap come mestiere e ragionare in termini aziendali: target, prodotto, cosa serve, a chi lo posso vendere, qual è il bacino più grande eccetera eccetera. Io nonostante sia perfettamente consapevole che il rap sia una musica tendenzialmente giovanile che si rivolge sempre alle generazioni di adolescenti ho fatto questo ragionamento: “se questo fosse mio figlio, mi sentirei di dirgli certe cose?” e la risposta è no. Quello che faccio lo faccio non perché non voglio vendere o non voglio fare i soldi ma lo faccio perché io voglio arrivare al giorno in cui chiuderò gli occhi, spero il più tardi possibile, sapendo che non ho detto una stronzata neanche pagato. Questa probabilmente è la cosa più samurai che si può trovare in Mantra.

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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