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Coez, Kento, Lucci e Prisma raccontano la loro esperienza in Palestina: Hip Hop Smash The Wall

Hip Hop Smash The Walla cura di Tancredi Marini e Giorgio Quadrani

Italia e Palestina. Roma e Ramallah. Due realtà apparentemente lontanissime, unite da una passione in comune: l’hip hop. Eh sì, proprio il rap è stato il pretesto per organizzare un incontro ravvicinatissimo tra artisti di due paesi che vivono in contesti sociali ed economici non proprio simili. “Assopace Palestina”, grazie anche al contributo della giornalista Eleonora Pochi, ha pensato bene di dare il via a tutto.
Così, Sul finire di settembre scorso è partita dall’Italia ed è arrivata in Palestina, dopo un rapido passaggio per Israele, una spedizione di artisti provenienti dall’ambiente hip hop italiano, pronti a confrontarsi con altrettanti giovani artisti del mondo arabo. Tra loro, tre b-boy, Francesco De Luca, Edoardo Bernardini e Tom’s Siemieniec (anche cameraman), una b-girl, Giulia Chimp, e il writer Gojo.
Ma anche quattro emcee, ossia Lucci, Coez, Prisma e Kento, da cui noi di RapBurger dovevamo inevitabilmente farci raccontare qualcosa della loro esperienza. Non ci sono sfuggiti.

RapBurger) Partiamo da una domanda semplice, ossia la presentazione del progetto “Hip Hop Smash The Wall”: da chi è partito il tutto?
Coez) Siamo stati contattati da una giornalista di Roma, Eleonora Pochi, che da sempre si occupa di hip hop e da sempre molto vicina alla causa palestinese. Ci ha coinvolti nel progetto organizzato dall’associazione umanitaria “Assopace”, dandoci così, dunque, una mano ad entrare in contatto con il comune di Ramallah, tanto per cominciare, a livello logistico.

RapBurger) Cosa vi ha spinto ad andare lì?
Lucci) Parlo per me. Seguo la situazione arabo-israeliana da diversi anni, anche quando ero piccolo e non avevo ancora un’idea politica precisa. Sono quegli anni in cui aderisci ad un’ideologia politica che ti piace senza porti troppe domande, e quindi ti “accolli” un po’ tutto quello che la stessa ideologia porta con sé: la causa palestinese faceva parte del pacchetto (ride, n.d.r.). Poi, ho avuto modo di approfondire col tempo, l’ho studiata per tre esami all’università, continuo a leggere libri in materia, etc., cambiando anche alcune idee negli anni su diverse cose. Se prima ero tutto pro Palestina senza “se” e senza “ma”, ora – seppur piccoli – qualche “se” e qualche “ma” ci sono. Qui ne facciamo una questione politica, mentre lì in realtà il problema è di natura prettamente religioso: abbiamo due fazioni, estremiste, in cui una ci sono gli ebrei ortodossi che sono considerati un “dito in culo” dagli stessi israeliani. Sono come qualsiasi estremista, così come lo sono quelli dell’Isis. Questi sono convinti che quella terra gli spetti, perché nell’Antico Testamento c’era scritto così. Capite quindi che nel 2014 suona un po’ strano.
Gli altri, invece, hanno ragione su un sacco di cose, però sono anche passati sessant’anni ormai da quella decisione: puoi smantellare uno stato perfettamente funzionante improvvisamente?
Se mi chiedono “da che parte sono?”, la risposta è ovvia ma la soluzione non sta nella ragione.

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Tomson/Barbuka Production

RapBurger) Chiarissimo. Dove alloggiavate?
Coez) Per farla breve: inizialmente, dovevamo alloggiare in un albergo, ok? Ma dell’hip hop in Palestina non gliene frega un cazzo a nessuno e quindi, giustamente, il budget iniziale del progetto è stato destinato ai rifugiati di Gaza.
Prisma) Sì, perché nel momento in cui è scattata la tregua (ad agosto, n.d.r.), si è aperto un canale di comunicazione tra la Cisgiordania e Gaza e, quindi, i soldi inizialmente destinati al nostro progetto sono stati impiegati per dei rifornimenti.
Kento) Parliamo dei soldi messici a disposizione dal comune di Ramallah, per chiarezza. La domanda che ci è stata posta è stata in parole povere: i soldi li mandiamo a Gaza dove ci sono i bombardamenti o li vuoi tu per dormire nell’hotel a tre stelle? La risposta è facilmente ipotizzabile.
Prisma) Quindi, ci siamo messi a dormire in una palestra acchittata come un campo per rifugiati, con delle tende.
Coez) Siamo arrivati là e abbiamo messo su una tenda noi quattro. Siamo tutti, all’incirca, trentenni, e per un discorso di età l’abbiamo sentita parecchio addosso quest’esperienza (ridono, n.d.r.).
Lucci) Non dormivamo praticamente mai perché i ragazzini strillavano, c’era un clima di fomento tutta la notte: in pratica, siamo tornati ai tempi del camposcuola del liceo.
Coez) Quindi, condizioni spartane e acqua fredda per una settimana. A quel punto, abbiamo imposto una regola tra noi: ognuno almeno una doccia ogni due giorni.
Kento) Sì, quarantacinque gradi nell’aria, in quattro in una tenda al chiuso. Beh, potete immaginare…

RapBurger) Facciamo un attimo il punto della situazione sugli spostamenti. Siete atterrati a Tel Aviv, giusto?
Kento) Sì, abbiamo passato i controlli a Tel Aviv. Da lì un taxi collettivo fino a Gerusalemme, dove abbiamo dormito la prima notte. Abbiamo preso, poi, un autobus pubblico, abbiamo passato il check point di Kalandia e siamo arrivati a Ramallah. Siamo stati sempre lì, tranne un giorno a Hebron. Al ritorno, percorso inverso. Provo a spiegare in base a quello che ho studiato: c’è Israele, poi il check point, e subito dopo non inizia immediatamente il territorio sotto la giurisdizione palestinese. C’è un’area, una sorta di terra di nessuno. Non essendoci polizia, tutti i criminali si muovono in quella zona.
Coez) Confermo, c’è una via con i dealer, dove mi sono incamminato per curiosità. Lì avverti molto più disagio di quanto se ne senta a Ramallah “centro”. Ma niente di assurdo, comunque. Mi ricordava un po’ una delle diverse periferie delle nostre città, con i bori sotto le case popolari che ti imbruttiscono. Per strada, quindi, giri tranquillo. Non vedi gente con pistole o che ne so.
Prisma) Per spiagarvi, a differenza di questa zona-cuscinetto, a Ramallah i benestanti ci sono. L’ultima serata l’abbiamo passata in una zona dove c’è un teatro e qualche locale.

RapBurger) Per strada che aria si respira?
Coez) Allora, quando giravamo, venivamo visti un po’ come degli alieni. I ragazzini mi toccavano i tatuaggi per capire se i disegni fossero in rilievo. Eravamo visti in maniera simpatica, anche perché non potevamo essere israeliani.
Kento) Sì, perché è proprio vietato dalla legge israeliana: tu cittadino israeliano non puoi entrare in quel territorio.
Coez) Il turismo da quelle parti è minimo, quindi vedere un occidentale dal vivo a loro fa un certo effetto.
Lucci) Torni e ti fanno “è un posto bello?”. No, regà, non è un posto bello. Di bello ho visto poco, a parte Gerusalemme, che comunque resta un posto folle con la tensione nell’aria. Ah, poi non avevo mai pensato a una cosa, mentre mi trovavo di fronte al Muro del Pianto, la meta di preghiera di tutti gli ebrei del pianeta: è uno dei quattro muri perimetrali della spianata delle moschee. Cioè, dietro il muro ci sono la moschea di al-Aqsa e il Tempio della Roccia che, dopo La Mecca, sono tra i principali riferimenti religiosi dei musulmani. È una pazzia.

Tomson/Barbuka Production

Tomson/Barbuka Production

RapBurger) Tornando al progetto vero e proprio e, quindi, anche all’hip hop: come è stato sviluppato e quali saranno i risultati?
Coez) In tre giorni effettivi di studio (in casa di uno dei ragazzi), abbiamo registrato un disco di dieci brani. I restanti giorni li abbiamo dedicati ad altro, vedi il live finale, il giro ad Hebron, etc.. Abbiamo fatto una posse track con tutti quanti, con una ventina di emcee coinvolti.
Prisma) Otto misure a testa, altrimenti sarebbe uscito fuori un pezzo infinito, visto che già è lungo così.
Kento) Io avevo iniziato a scrivere qualcosa già da Roma.

RapBurger) Tu invece, Coez, tutti ritornelli pure lì…
Coez) No, no, uno solo (ride, n.d.r.).
Prisma) In realtà, abbiamo un ritornello a testa.
Coez) In ogni caso, in tre giorni abbiamo chiuso tutto il lavoro con i ragazzi, cercando di distribuire il più possibile italiani e palestinesi.

RapBurger) I ragazzi del posto rappano tutti in arabo?
Kento) No, rappano sia in arabo che in inglese, ed alcuni addirittura pure in ebraico. Però, nelle nostre collaborazioni, c’è solo rap in arabo e in inglese. Nelle scuole profughi, insegnano l’inglese, quindi lo parlano senza problemi. L’arabo, poi, si presta molto all’extrabeat, non a caso loro sono in fissa con rapper come Tech9, Twista e Busta Rhymes. Tra l’altro, la palestina ha un’ottima tradizione di poesia e, da quel che ho potuto capire, il rap si rifà molto alla letteratura.

RapBurger) A proposito, una domanda sulla stesura dei pezzi. Se già con dei rapper del proprio paese non è semplice trovare un’intesa artistica, ci chiediamo quanto lo sia a maggior ragione con rapper sconosciuti e che parlano un’altra lingua.
Coez) Premessa: Kento, che tra di noi è quello più “politico”, si è preso la briga di scegliere il beat della posse track, con un sound arabeggiante, realizzato da Ice One. Ecco, lui ha scritto il ritornello e una strofa, e da lì è partito tutto. I beat sono sia di ragazzi arabi, che di producer italiani come Ice One, appunto, e Ceri. Detto ciò, ci siamo accordati per fare un solo pezzo “politico”; sono ragazzi, giustamente, quindi – oltre alla politica – trattano di tutto.

RapBurger) Quindi, magari vi impegnavate a fare un pezzo politico, e loro nel frattempo parlavano di figa..
Coez) (ride, n.d.r.) No, di figa proprio no, metteteci una croce sopra. Non esiste.
Prisma) A proposito di figa, c’era un emcee femmina che ha avuto anche dei problemi: è stata richiamata dai genitori, in quanto era l’unica ragazza in mezzo a tutti ragazzi.
Kento) Viene da un campo profughi. Immaginatevi una ragazza di vent’anni musulmana, col velo. Malgrado ciò, alla fine è riuscita a convincere i genitori, è tornata e ha registrato il suo pezzo. Tutti i pezzi suoi – mi sono fatto spiegare – sono contro il femminicidio, a favore del rispetto della figura della donna nel mondo musulmano. Una cosa molto bella.
Prisma) Era quella con più palle. Alla fine, si trovava lì a combattere contro la sua cultura. Era l’emblema dell’hip hop.
Lucci) La penso un po’ diversamente da loro. Per me che sono molto ateo, e quindi non concepisco minimanente le religioni, non riesco a capire come tu, donna che vuoi emanciparti da quel mondo lì e fare una cosa considerata uomo anche in un paese occidentale, mantieni il velo, mantieni le distanze fisiche dai ragazzi, ti scandalizzi se qualcuno accende una sigaretta, eccetera. Quindi, se da un lato ero affascinato da questa figura che rappava (e anche bene), dall’altro non capivo a che livello di emancipazione volesse arrivare.
Kento) Alla fine, comunque, è uscito fuori un disco molto vario: ci trovi il pezzo politico, quello riflessivo, il pezzo con le rime da battaglia, eccetera. Questi ragazzi – senza retorica – sono rapper a tutti gli effetti.
Coez) Il disco doveva essere il fine, ma si sapeva già dall’inizio che sarebbe stato il pretesto per passare del tempo insieme a questi ragazzi. Quel che conta è l’esperienza in sé.

RapBurger) Immagino che i ragazzi nei loro testi, specialmente in quelli con più punchline, esprimano quello che provano verso gli israeliani, o no?
Kento) Per loro Israele è il diavolo, quindi potete facilmente immaginare.
Coez) Io ho parlato con un paio di loro che mi hanno spiegato che, se dovessero mai conoscere un ebreo al di fuori di Israele, con molta probabilità non proverebbero nemmeno rancore nei suoi confronti. Però, in quel contesto, sono nemici e basta.
Prisma) Molti ragazzi del luogo chiamano Israele “Palestine Occupied”, o “Palestine 48”.
Kento) Scordiamoci del fatto che questi ragazzi siano dei terroristi, così come scordiamoci che questi ragazzi siano delle vittime. Questi ragazzi vogliono fare una vita normale, andare appresso alle ragazze, ascoltare il rap, eccetera. Loro odiano, addirittura, Hamas.
Coez) Per chiudere la risposta, comunque, nei loro testi non trovate riferimenti anti-semiti. E aggiungo un aneddoto extra-politica: c’era un ragazzo writer che faticava a trovare gli spray visto che lì non c’è nessuno che dipinge. Ha avuto modo di conoscere Gojo, il graffitaro della nostra spedizione, che in due sole giornate gli ha dato qualche bella dritta in materia. Bene, oggi mi è arrivata una foto che questo ragazzo ha fatto al suo ultimo graffito e, devo dire, che mi sono stupito per come sia migliorato notevolmente in così poco tempo. Anche lo stesso Telemare, breaker che ha fatto vedere due passi a questi ragazzi, che dopo tre giorni sapevano ripeterli da paura.

Tomson/Barbuka Production

Tomson/Barbuka Production

RapBurger) Siete rimasti in contatto con alcuni di loro, quindi?
Coez) Ormai, con loro ci scriviamo quasi tutti i giorni da quando siamo tornati. Dico la verità: ho accettato le richieste di amicizia solo a Roma perché avevo un po’ la paranoia che, una volta di ritorno ad Israele, ai controlli mi chiedessero “hai avuto rapporti con arabi?”. E tu devi rispondere di no.
Kento) Sembrano seghe mentali, ma vi assicuro che non lo sono. In poche parole, alla sicurezza d’Israele non gli devi cagare il cazzo. In ogni caso, siamo con la coscienza a posto perché siamo andati a fare una cosa a favore di qualcuno, non contro qualcuno.
Coez) Si è creato un bel legame, al di là delle paranoie, con questi ragazzi. L’ultimo giorno, prima di andarcene, abbiamo voluto chiudere tutta l’esperienza in un cerchio “umano”, con cui ci siamo proposti degli obiettivi. E, ammetto, è stato piuttosto toccante.
Kento) Cerchio proposto nientemeno che dal “cinico” Coez (ridono, n.d.r.).
Prisma) Non si direbbe, ma qualcuno di loro si è anche commosso.
Lucci) L’idea che noi saremmo tornati qui, con tutte le comodità del nostro mondo, e sapere che invece i pischelletti sarebbero tornati al campo profughi, beh, è stata un po’ una pezza a livello emotivo.

RapBurger) Il disco uscirà in Italia? Se sì, quando?
Kento) Diciamo dicembre, anche se onestamente ci sembra un po’ troppo presto ad oggi. In ogni caso, uscirà sia Italia che in Palestina, sia in supporto digitale che fisico.
Coez) Il fine della spedizione era realizzare il disco, e vi dico anche che ci siamo massacrati per portare tutto a termine nell’arco di pochissimi giorni; però, allo stesso tempo, non era il fine. Il fine era tutto quello che abbiamo raccontato finora.

RapBurger) Tornerete in Palestina o, comunque, la ripetereste un’esperienza del genere?
Kento) Sicuramente sì, non sappiamo quando. Ho risposto per tutti, scusate (ride, n.d.r.).
Lucci) Sincero? No. Sia a livello psicologico che fisico è dura, specie il passaggio per Israele. Ancora non mi sono ripreso del tutto. Eventualmente però, se il progetto dovesse proseguire con molta continuità (cosa che mi auguro), fra un bel po’ un pensierino ce lo rifarò. Tanto per cominciare, ci stiamo organizzando per mandargli delle cose, in particolare di vestiario che da loro non arrivano proprio, come il classico abbigliamento da rapper.
Prisma) Anche senza il progetto, si ritornerà là. Anche perché ormai abbiamo degli amici. Che, a dirla tutta, io inizialmente non ero nemmeno coinvolto nel progetto. Infatti, una settimana prima di partire mi chiama Raffaele che mi fa “ho una proposta hardocore”. “Dammi un po’ di tempo per pensarci”, ma dopo un’ora poi l’ho chiamato per confermare la mia presenza!
Coez) Per quanto mi riguarda, invece, non credo si possa ripetere realisticamente. Ho fatto una cosa che non potevo permettermi per una serie di impegni che ho qui. Mi ha fatto molto piacere, ma non credo di essere il tipo di persona adatto a questi progetti. Non credo di poterla fare in futuro, ed è per questo motivo che ho deciso di andarci proprio ora. Di sicuro, però, ci impegneremo a trasmettere ad altri artisti quello che abbiamo visto, sperando che qualcun altro ripeta la nostra esperienza.
Prisma) Innanzitutto, ci impegneremo affinché questi ragazzi possano venire a Roma a presentare il disco.
Kento) Aggiungo: oltre a dirti che ritornerò là, ti dico che ora bisogna dare un senso, o meglio una continuità, al progetto. Far sì che questo progetto non diventi una gita scolastica, ma un qualcosa che ci porti a supportare il movimento hip hop palestinese e a favorire lo scambio di informazioni tra la loro e la nostra realtà, perché andando lì mi sono reso conto di tantissime cose che sfatano molti luoghi comuni che si sentono da queste parti. Non saremo di certo noi a vincere la guerra, ma è un progetto che comunque deve continuare.

Tomson/Barbuka Production

Tomson/Barbuka Production

(per qualsiasi ulteriore informazione sul progetto, potete visitare il sito: www.assopacepalestina.org)

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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