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Marracash si racconta nella presentazione di Status: “gli artisti hip hop non sono tutti uguali”

Marracash

Oggi siamo stati invitati alla conferenza stampa per la presentazione di Status, il nuovo album di Marracash in uscita il 20 gennaio. Con questo disco Marra cerca di puntare più in alto di qualsiasi artista rap prima di lui, come scritto sulla cartella stampa che troviamo una volta entrati in sala conferenze: “ora ci troviamo davanti ad un disco che da solo si ripropone di mischiare completamente il mazzo delle carte del rap e di cambiare ancora una volta le regole del gioco (…) basta ascoltare le parole e i significati accuratamente selezionati in questi tre lunghi anni di preparazione da Fabio Rizzo aka Marracash per accorgersi che il rap non è tutto uguale”.
Questo sarà più o meno il leitmotiv di tutta la conferenza. Marracash ci tiene a dire che lui è un artista e che sta provando a fare musica di qualità, cosa che in Italia, per via di tanti motivi, è una missione davvero ardua.

Cosa è successo in questi 3 anni?
Partendo dal presupposto che non faccio musica per rispettare dei calendari o delle leggi occulte di mercato che impongono che un disco debba uscire ogni anno o anche meno, 3 anni non stati tutti dedicati alla scrittura del disco ma anche ad accumulare un bagaglio di esperienze tali da avere qualcosa da dire nel mio album soprattutto per non fare un album che sia la fotocopia dei miei album precedenti.

Nella biografia scrivi che il rap si è inzuppato dei canoni stantii della musica pop italiana.
Tu non trovi che l’hip hop negli ultimi anni sia diventato parecchio pop e che abbia fatto suoi i canoni del pop?

E perchè il tuo rap, il tuo stare nell’hip hop non è sbagliato?
La discussione non è come sto io nell’hip hop ma come ci stanno gli altri. L’hip hop è questo, se tu hai ascoltato il disco capirai che è lampante che la roba è diversa. Se prendi un pezzo come “Vendetta”, c’è una quantita di testo esagerata e un altro livello di profondità. Con questo disco ho recuperato quello che volevo essere nella musica. Che l’hip hop abbia una vocazione pop è giusto e legittimo ma bisogna vedere poi come tu arrivi ad essere pop. Io non volevo sacrificare la metrica o le produzioni, non volevo diventare Laura Pausini e fare testi d’amore che non sono sentiti.

Si può dire che senti disagio nella grande “famiglia rap” e che quindi solo quelli che partecipano al tuo disco li rispetti e li gradisci?
Un po’ ci prendi. C’è un pezzo in cui dico “che ci faccio qui, cosa c’entro con loro?” che è una domanda che a un certo punto mi sono proprio chiesto. Mi son chiesto cosa stavo facendo, questa roba non mi rappresenta più, non c’entro più niente, non è l’hip hop che piace a me, non è quello per cui ho iniziato a fare musica. Uno poi arriva a pensare “forse non fa più per me questa roba”. Mi sono chiesto che senso avesse fare hip hop oggi e il mio disco è la risposta. L’hip hop deve educare i giovani ad essere ribelli soprattutto nel 2015.

I Dogo come te dicevano le stesse cose eppure sono stati invitati nel cinema, nella televisione e nel famoso mainstream di cui non vuoi far parte. Quindi se non vuoi fare quella roba lì, pensi che si possa rimanere “duri e puri” in Italia oggi?
Non vorrei essere frainteso. Così sembra che io non voglio andare in tv o in radio e non è assolutamente quello che dico. Trovo che voi giornalisti spesso non trovate differenze tra diversi artisti che fanno hip hop. Nel rock per esempio nessuno si sognerebbe mai di accumulare gli Afterhours ai Finley giusto? Forse per voi è più facile capire la differenza, ma perchè nell’hip hop non è così? Perchè devo essere messo in un calderone di gente che fa tutta altra roba, senza che questo sia un giudizio negativo, però non ho faticato per 10 anni per finire poi in un calderone di 15 artisti hip hop con cui non ho niente da spartire. Io non sono andato ad “Amici” perchè ci vedo loro e non mi ci vedo io, non è quello che sognavo dalla mia musica, poi se mi chiama Daria Bignardi ci vado a fare un’intervista. Stiamo parlando di musica, per cui bisognerebbe cogliere le differenze anche nel rap stesso. Per questo Jovanotti non dice di fare rap, perchè lui utilizza marginalmente lo strumento del rap.

Anche Fedez dice di non fare rap
Sì? Ai vostri occhi non è un rapper Fedez?

Fedez nelle interviste dice “non consideratemi rapper io faccio un’altra cosa”.
Bene, l’ha detto lui.

Tornando all’argomento precedente, forse varrebbe la pena liberarsi semplicemente dagli schemi. Esistono belle canzoni con dei bei testi anche nell’hip hop.
Molto spesso non c’è bisogno di rimarcarlo ma è con l’hip hop che si fa veramente tanta confusione. Escono gli articoloni sui giornali in cui dicono che è l’anno dell’hip hop e poi sotto mettono tutti. E’ giusto fare ordine invece.

La frase “se non passi in radio sei uno sfigato” è una provocazione?
E’ una provocazione ma io trovo che la radio sia ancora lo spartiacque tra un prima e un dopo. Si parla tanto del web come il nuovo miracolo della meritocrazia però allo stato dei fatti il web è un grande trampolino per poi tuffarsi in radio e televisione.

Pensi che la radio metta brutta musica?
Sì (ride). La cosa che posso criticare alle radio è che mette sempre le stesse 40 canzoni. Che poi trovi anche su Spotify o iTunes però, non è che sia quindi chissà che mezzo di rivoluzione. La radio italiana fa fatica perché ci sono pezzi che sul web sono una hit conclamate e invece poi qualcuno decide che in radio non possono passare. E’ un’anomalia brutta, se il pubblico decide che una canzone è una hit deve andare prima al music control e invece non è così.

Questo album lo hai lavorato tra Milano, Londra e Los Angeles, quali sono le cose più importanti che ti sei portato a casa da questa esperienza?
All’estero c’è molta più considerazione della musica, qui è visto come un furto come se fare il musicista non sia una professione. Qui c’è un deficit di critica preoccupante. Tutto è completamente lasciato in mano alla gente che fa i numeri su YouTube. C’è bisogno che voi giornalisti critichiate la musica dicendo questa tematica è profonda, questa metrica è figa, questa canzone è fatta con determinato impegno e così via. Questa cosa non avviene per me ma neanche per Dargen e per altri artisti che fanno musica non facile che ha bisogno di una interpretazione e una critica che qua invece latita.

Hai lavorato con Anthony Kilhoffer e ascoltando il tuo album è molto sperimentale un po’ alla Kanye West. Quanto ti sei ispirato ai suoi lavori e in cosa è nuovo Status in Italia?
Ci sono diverse ispirazioni nell’album proveniente da tante cose. Non trovo che ci sia più ispirazione che nella norma dei dischi italiani ispirati da altri dischi americani. L’hip hop americano rimarrà sempre un riferimento perchè è la cosa che loro fanno meglio. Il mio disco è quasi Progressive Rap secondo me, prendendo un termine dal rock, ha queste canzoni lunghe che superano 5 minuti in cui la base cambia e diventa qualcosaltro e c’è un tentativo di colpire gli stereotipi rap dove spesso ti trovi a sognare cose che realmente non vuoi ma che il genere sembra ti spinga a sognare.

Questa copertina come è nata? Visto che ha pensato a tutto, questa come la spieghi? E’ il tuo Status?
(Marracash) L’ispirazione è un po’ moda. Mi interessava che la copertina fosse bella visivamente.
(Paola Zukar): Noi abbiamo lavorato in team, l’idea della maschera è abbastanza iconografica. Tu sai che quando c’erano gli LP che si aprivano in 2 potevi fare una roba affrescata dove ogni dettaglio ti diceva qualcosa. Qui stiamo parlando di iTunes, dove hai un’icona piccola 1X1, non che sia stata studiata apposta per essere lanciata ma automaticamente ascoltando e vedendo diverse cose abbiamo optato per questa scelta.
(Marracash) Nei disco ho sempre giocato con la mia faccia. Volevo che la cover fosse bella nel senso di appetibile, oro che quasi ti soffoca e ti mangia il viso.

Tornando alla musica, pensi sia possibile da noi portare il discorso ad un livello più alto?
Vi vedo tutti molto fiduciosi però eh! Nel senso che poi vado a dubitare io: “ci riuscirà ‘sto Marracash? Ad alzare ‘sto livello del missaggio e Kilhoffer? Hai fatto la copertina con le foto di Gastel, hai fatto un gioiello apposta, ma siamo sicuri che in Italia ‘sta roba va? Non ti conveniva metterci una bella figa?” (risate generali ndr). Mi state facendo questo discorso! Io ci provo a portare la musica ad un livello più alto, ci provo dal giorno 1.In questo paese è molto molto molto difficile. Lorenzo Jovanotti è un grande perchè si mette in gioco ad ogni disco. Io sono un po’ un Lorenzo Dark. Lo ammiro molto e anche lui ci prova disperatamente, vi assicuro che in questo paese provarci così è molto difficile. Proporre un singolo come “Sabato” è molto difficile, poi devi capire la produzione, dove c’è la cassa ed è ovvio che tutto questo ha un prezzo e la prima cosa che succede è che la gente non capisce. Soprattutto in un paese come questo dove i riferimenti sono proprio terra-terra, dove se tu chiami uno stylist per fare un video figo e l’unico riferimento che ha è Snoop Dogg con gli occhiali da pappone, dove devi farti la copertina, farti quasi l’intervista ogni tanto.

Nel disco in molti testi si può leggere una dichiarata contraddizione tra il raggiungimento di un certo status con determinate immagini, come l’Audi, e allo stesso tempo una critica al raggiungimento di questo status. C’è un po’ di insoddisfazione dentro a questo disco?
Questa frustrazione di cui parli fa sempre un po’ paura, che poi sembra frustrazione. Quando fai un pezzo come “Crack” di rottura, sembra che lo sei. Sul fatto del materialismo, io trovo che non ci sia niente di male, dal momento in cui tu ti guadagni e ti sacrifichi per qualcosa, a goderti le cose. Anzi è molto importante capire il valore dell’impegno e della gratificazione che tu ricevi dopo che ti sei impegnato e hai ottenuto qualcosa. Nel momento in cui vai a completare un discorso artistico così ci sta, ma se il tuo solo discorso è quello, il materialismo, l’apparenza e la tua unica forza sono le foto da Cioè che pubblichi su Instagram, allora si sbilancia tutto. Così come nell’economia del disco ci sta che tu faccia un singolo pop se poi ne metti 10 in cui dici delle cose interessanti. Il punto dell’Audi è questo, anzi trovo che sia molto ipocrita non dire che ce l’hai, non far vedere neanche di sfuggita, come fanno tutti vip italiani che hanno fatto i soldi davvero, neanche per sbaglio una foto con dietro casa loro e il lusso che hanno. Qui non si perdona niente a nessuno, si punta il dito su Saviano che dovrebbe essere un esempio di positività. Fare i soldi con quello che fai, soprattutto se ai livelli di Saviano… ma magari, i giovani dovrebbero sognare di diventare Saviano e di diventare ricchi così invece di premiare solo chi fa i soldi in altri modi come i calciatori.

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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