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Dargen D’Amico alla conferenza stampa di “D’iO”: la mia influenza più grande è Milano

Dargen D'Amico D'iO

Oggi sono stato alla conferenza stampa ufficiale di presentazione del nuovo, atteso, disco di Dargen D’Amico: D’iO. Il clima era disteso e Dargen è sembrato davvero in ottima forma. Pronto a ribattere alle domande di tutti i vari giornalisti presenti, sempre con ironia e un pizzico di sarcasmo. Ha parlato di moltissime cose, come del resto fa anche nel disco, usando diversi registri, passando da risposte più scherzose ed irriverenti a constatazioni più profonde e ricercate. Potete averne un assaggio con lo stralcio della conferenza stampa che vi proponiamo qui di seguito.

Come nasce il titolo D’iO?
Nasce per tirare le somme, guardando ciò che avevo fatto fino ad oggi, in 10 anni di canzoni. E andando a stringere quello che ho riconosicuto nei miei brani era una scrittura che oscillava continuamente tra il personale particolare e l’universale e non c’era quindi titolo più adatto per racchiudere tutto quello che ho fatto di D’iO.

Il titolo si ricollega anche all’assenza di featuring che nell’album precedente abbondavano?
Sicuramente la scelta di un disco in cui ti guardi molto tu all’interno preclude il fatto di realizzare brani in cui ci siano altri ospiti.

Nel momento in cui ti guardi dentro, scrivi però un brano come “La Mia Generazione” che è condivisivo per forza. Come mai?
Il mio tentativo era di vedere se ero in grado di scrivere un brano generazionale. Mettere a nudo te stesso per mettere a nudo quello che è la tua generazione. E’ difficile scrivere brani che contengano sensazioni condivise: più che fare un selfie ho tentato di fare una panoramica.

Un altro brano famosissimo in cui si parla de “la mia generazione” è quello di Gaber “La Mia Generazione Ha Perso”. Secondo te la tua generazione ha vinto o ha perso?
Non penso ci sia una gara tra generazioni. Questo tentativo di far vivere sempre le cose come se fosse una gara è più un modo per dirigere i consensi, le antipatie, i disagi. Nella realtà dei fatti, in un’ottica storica, si scoprirebbe che non c’è niente da vincere e niente da perdere, è vita.

Sei passato da “Sms Alla Madonna” a “D’iO” ci sono continue tue citazioni a personaggi cristiani, come mai?
Uso queste metafore perché legate alla cultura di questo Paese, per me sono metafore per parlare della spiritualità. Io cerco di guardare quello che sta oltre al nome, sono dei trampolini per parlare di qualcosa di cui non si riesce a parlare.

Come hai deciso di raccontare Milano? Ha per te un’importanza particolare?
L’idea del brano è nata da questo chiacchiericcio che c’è da qualche anno attorno a questa città, per meriti e demeriti. Il bello di Milano è che non sai mai se le sue caratteristiche siano meriti o demeriti. Quindi sentendone tanto parlare mi sono detto potrei raccontare le mie sensazioni su questa città. Nella realtà dei fatti non sono mai stato in grado di scrivere da un’altra parte con la velocità con cui scrivo a Milano. E’ la controprova che è per me quasi come un genitore che ti conosce perché ha seguito l’inizio di un tuo certo comportamento, quindi lo sa riconoscere in altre cose. Un rapporto a livello di scrittura che non riesco a trovare con nient’altro. La mia influenza più grande potrei dire che sia proprio Milano perché c’è tutto, un microcosmo che ti insegna moltissime cose, perciò le sono veramente riconoscente.

Nel brano “Modigliani” c’è il concetto della solita rivalutazione degli artisti che si fa post-mortem. Anche dal punto di vista degli artisti musicali sembra stia accadendo e accada tuttora. L’hai scritto pensando a questo?
A volte la morte è utile e purtroppo gli artisti morendo non possono sfruttare la loro arte. In un futuro bisognerebbe provare a morire temporaneamente e dopo due tre anni torni facendo il disco definitivo. Se potessi io farei così.

Credi che la traiettoria del rap italiano sia destinata a mantenersi lunga o è una bolla?
E’ una bolla, sicuramente, ma le bolle hanno anche un fascino molto forte. Una volta scoppiata la bolla rimarrano artisti capaci e maturi. Credo che sia stato e sia molto ultile il rap italiano per la musica italiana. Capire che c’era la possibilità di argomenti che non fossero sempre i soliti e di avere un riscontro di pubblico, credo che abbia aiutato gli artisti italiani a rileggersi, a provare nuove traiettorie. Bisogna riconoscere questo valore del rap italiano. Io sono convinto che sia sempre stato un genere molto antipatico, alle radio, ma anche alle varie fanzine, ad esempio quelle indie rock. Come se attendessero di avere la carcassa del rap. Ma sono cicli inarrestabili, tornerà e se ne andrà di nuovo.

Hai pensato di partecipare a Sanremo quest’anno? Avresti paura di parteciparvi?
Per la prima volta quest’anno avevo intenzione di partecipare ma non è stato possibile per questioni varie. Avevo due brani di D’iO con cui avrei voluto presentarmi. Non avrei paura. C’è anzi molta curiosità nei confronti di Sanremo, l’ho sempre seguito anche da piccolo. Anche perché oggettivamente è innegabile che a rileggere i Sanremo passati ci sono fotografie della musica italiana. Nonostante alcuni artisti non si presenterebbero comunque mai a Sanremo per un questioni di etichetta. Ma se vuoi guardare alla musica italiana degli ultimi 40-50 anni, ti vai a rivedere Sanremo.

Ti hanno proposto come è accaduto ad altri tuoi colleghi una partecipazione a un talent o un programma simile?
Mi hanno proposto una partecipazione a un talent e mi interessa. Idealmente mi interessa tutto, poi quando ti trovi lì a parlare con gli autori magari ti passa tutto. Ed è il rapporto che ho con la televisione italiana. Mi affascina molto, poi quando la guardo il fascino muore. Ed è un po’ anche il problema dell’Italia: sulla carta è un posto pazzesco, poi quando la vedi da vicino ti cadono le braccia. E’ un progetto comunque ancora in vita, non ho dato una risposta.

Ti è capitato anche con la musica di trovarla bella solo da lontano?
La mia musica ad esempio la trovo molto bella da lontano. Ma quando scrivi un brano passi da uno stato di dubbio totale che è quello della vita, ad un flash di certezza e ti pare di aver trovato una risposta. E’ il momento della scrittura. Poi la devi registrare, mixare e poi ascoltare il master. Quando ti avvicini a un brano però ti domandi “E Quindi?”, ed è lì che decidi di scriverne un altro. Quando mi piacerà un mio brano da vicino avrò finito di fare musica.

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia.

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