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Intervista a Nayt: “la mia musica è amore e odio”

Nayt

di Giorgio Quadrani

Qualche mesetto fa, siamo stati ospitati da 3D – nel suo Bunker Studio a Roma – per conoscere da vicino Saint, uno dei due ragazzi in cui il produttore romano ha intravisto del talento e su cui, poi, ha deciso di scommettere con la sua etichetta, VNT1.
Siamo tornati da quelle parti in occasione dell’uscita di Raptus, il mixtape appena pubblicato da Nayt, l’altro giovane coinvolto nel progetto VNT1.

Nayt, malgrado la giovane età (è del ’94), ha già alle spalle un disco ufficiale, Nayt One, uscito quando aveva solo diciotto anni. Una serie complicata di eventi ha fatto sì che il rapper si allontanasse dalla sua vecchia etichetta, la 40 Ladroni Records, per poi abbracciare la VNT1 di 3D, che crede in lui sin dai tempi di 21 Motivi.

È appena uscito in freedownload Raptus, il tuo nuovo mixtape, prodotto da Vnt1. ‘Mixtape’ perché all’interno ci sono alcune produzioni inedite (sette di 3D, una di Skioffi, NdR) e altre edite. O meglio, di produttori stranieri ma non proprio così note. Cosa vi ha guidato nella scelta del suono?
Quello che mi piace del mio modo di fare musica è che, sia col rap, sia col cantato e sia con la scelta delle strumentali, io non mi studio nulla. Nel senso che ho pensato a come avrebbe dovuto suonare il mixtape una volta completato, ma è l’istinto che mi ha guidato principalmente nella scelta del suono. Se mi piace un beat che trovo su un sito di strumentali, ci scrivo su; così come nel caso in cui mi ascolti una colonna sonora di un film che mi piace, che magari poi riadattiamo con 3D. Tutto quello che faccio avviene molto ‘a orecchio’.

Immagino sia nato da un confronto con 3D.
Sì, certo. Ma la scelta resta comunque mia, anche se lui conosce bene i miei gusti. Resta, in ogni caso, un mixtape con diverse ispirazioni, eccetera, anche se forse fin troppo ci abbiamo lavorato per essere, appunto, un mixtape (ride, NdR). Alla fine, la linea del disco l’ha decisa il mood, il concept.

Breve passo indietro. Raptus è il tuo secondo progetto con Vnt1, dopo l’EP Six of Sixteen pubblicato a febbraio del 2014. L’incontro con 3D sappiamo che risale a diversi anni fa – ripenso al disco 21 Motivi – ma cosa ti ha portato, di fatto, a firmare per la sua realtà?
Come dicevi, 3D lo conosco da prima di “No Story” (il singolo contenuto in 21 Motivi e in Nayt One, NdR) perché ho registrato alcuni miei provini qui da lui al Bunker intorno ai sedici anni. Lo conoscevo per fama, e in quella circostanza notò in me qualcosa d’interessante che mi portò a scrivere qualcosa insieme a lui. Da lì, è nato appunto “No Story”, primo singolo e video ufficiale. Poi, ho iniziato a lavorare con la precedente etichetta di cui non voglio nemmeno più parlare (40 Ladroni Records, NdR) e, non appena sono uscito da quella situazione insostenibile, abbiamo iniziato a lavorare come si deve, come volevamo fare già da tempo. Soprattutto con Raptus, più che con Six of Sixteen. Con Raptus abbiamo proprio alzato il livello, approfondito il nostro modo di fare musica.

Six of Sixteen era stato presentato come la prima parte di un disco ufficiale che sarebbe uscito successivamente. Come mai avete poi deciso di interrompere quel progetto?
In realtà, Raptus doveva originariamente essere pubblicato un anno fa. Però, poi, ho preferito aspettare, anche perché ho passato l’ultimo anno a cercare di definire il mio stile, la mia poetica. Mi sono trovato in un periodo buio in cui tutto quello che scrivevo non mi convinceva. Tra una cosa e l’altra, abbiamo quindi rimandato di un anno. Il disco uscirà, molto probabilmente, dopo il mixtape. Ci sto lavorando, però ci tengo che sia un lavoro che rimanga attuale nel tempo.

La vostra intenzione, mi sembra di capire, è che con Raptus abbiate cercato di capire come orientarvi in vista del disco ufficiale.
Sì, sto cercando di sperimentare, anche per vedere cosa mi piace e cosa piace di più al pubblico della mia musica. In realtà, però, il mio obiettivo principale è quello di innovare e di cercare di sdoganare questa musica il più lontano possibile.

In questo periodo di iper-produttività, ti è costato molto caro rimanere fermo per quasi due anni tra un disco e l’altro, no? Soprattutto alla tua età, immagino.
Diciamo che, se fossi stato costante, probabilmente sarebbe stato un continuo crescere. Però, penso anche che la mia musica di due anni fosse ancora un qualcosa di molto grezzo, molto immaturo. Quindi, nonostante tutto, sono molto contento di poter cominciare adesso a fare quello che volevo fare, magari, un anno e mezzo fa. Meglio così alla fine, resta solo l’unica nota negativa che prima era stata montata un po’ troppo la cosa. Era stato pompato molto il disco e soprattutto il personaggio. Ci poteva anche stare ma, non appena mi trovavo a lavorare in determinati contesti, non vedevo molta coerenza con la mia esperienza. Ma le cose per fortuna vanno come stanno andando ora e, secondo me, non possono altro che andar meglio.

Venendo al mixtape, Raptus, la scelta del nome a cosa è legata? Ascoltando il disco, e soprattutto l’omonimo brano, sembrerebbe che descriva un gesto d’impeto, d’istinto. È così?
Sì, come ti dicevo appunto, malgrado sia stato studiato, io continuo a non sapere precisamente come riesco a fare questa roba. È proprio un raptus, una cosa spontanea. Questo ho dentro e questo esce, senza starci a pensare troppo su, anzi. Quando scrivo, sono la voce della mia verità. È stata quindi la cosa più spontanea e genuina che potessi fare.

Nel video da poco uscito di “Raptus”, sei legato al cofano di una macchina in corsa lungo una strada di campagna. Mi ha colpito, devo dire, e mi chiedevo se l’auto in movimento rappresenti una sorta di sistema, destino che ti trasporta, da cui non riesci a liberarti.
Preciso innanzitutto che, a parte le braccia scottate dal sole ed i lividi sulle braccia, è stata una bella esperienza (ride, NdR). La macchina per me rappresenta un rischio, anzi la conseguenza del rischio di osare, di fare qualcosa in più rispetto al normale. Magari mi sto andando a schiantare contro un muro, però è come se volessi mettere alla prova i miei nervi. Rappresenta la consapevolezza nell’assumermi un rischio.

Questo è l’inizio, diciamo, burrascoso del disco. Poi, procedendo con l’ascolto, i toni tendono a smorzarsi. Diciamo che, prima del brano “Se Non Rappo” (siamo a metà disco, NdR), il percorso si presenta come molto introspettivo.
Sì, come dici tu, il disco è molto riflessivo. Ho mischiato tutte le mie ansie, le mie paranoie e le mie insicurezze alla speranza, al desiderio di rivalsa ed al sogno di riuscire ad ottenere tutto quello che sto rincorrendo. È un qualcosa di molto personale, ok, però credo si tratti di un qualcosa condiviso da diversa gente. Un po’ tutti siamo alla ricerca di un qualcosa e siamo tutti spaventati dall’ipotesi di non riuscire a raggiungerlo.

Ecco, “Se Non Rappo” mi sembra l’episodio più a sé del disco. Magari più sperimentale, con diversi esercizi di stile. Hai voluto un po’ metterti alla prova in un altro campo?
Sì, ma mi sento capacissimo tecnicamente di rappare, e lo dimostro soprattutto magari nei featuring, quando gli altri artisti si aspettano che io spacchi letteralmente il culo. Ho parecchia autostima!

Strano, i rapper di solito credono poco in sé stessi (si ride, NdR).
No, comunque nel mio disco cerco di fare qualcosa che sento più mio. In “Se Non Rappo”, ci ho messo molta tecnica e non è l’unico testo che ho scritto su quella scia nel periodo in cui mi sono fermato a ragionare. Però è il pezzo che rispetto agli altri seguiva un filo logico, cioè raccontava qualcosa.

Il fatto che il disco sia molto introspettivo e personale in qualche modo preclude la possibilità di tanti featuring. Infatti, troviamo solamente Saint in “Tutto Quello Che C’è” e Tormento in “Un’Altra Dichiarazione d’Amore”. Come nasce il featuring con Tormento, dal momento che vi separa un bel gap all’anagrafe? Tormento che, tra l’altro, ha firmato una strofa anziché un ritornello, al contrario di ogni previsione.
Con Torme mi ci sono conosciuto alla presentazione di 21 Motivi, quindi tre anni fa ormai a Milano. C’è stata molta stima artistica sin dall’inizio tra noi due e così siamo rimasti in contatto e ci siamo visti in diverse situazioni, in studio o in altre serate. Con un po’ più di confidenza, non appena mi si è presentata l’occasione, gli ho pensato di proporre il pezzo in questione. Gli è piaciuto il brano e ha scritto la strofa in studio in trenta/quaranta minuti. È l’approccio real che piace a me. Se si fa un feat, non si può aspettare una vita prima che uno si scambi la strofa. Il coninvolgimento è una componente fondamentale delle collaborazioni.

Chiarissimo. Ora, invece, m’interessa sapere da uno come te, che è stato fermo per parecchio tempo per scrivere il proprio disco, di tutta questa orda di ragazzini che pubblicano dischi, singoli e video uno dietro l’altro senza mai fermarsi.
Penso che non faccia bene al pubblico essere abituato a ricevere di continuo, ma soprattutto non credo sia salutare per gli artisti. Non voglio giudicare la musica altrui, perché magari c’è chi riesce a scrivere il pezzo sentito in cinque minuti, realizzare un video in cinque minuti e così via. Però credo che personalmente ci voglia del tempo per fare una cosa fatta bene, soprattutto se sei un rapper. Devi assorbire molte esperienze di vita per poterle raccontare poi come si deve, nei testi e nelle tracce. Quello che vedo ora, dei pezzi rap, della scena rap, è una cosa che mi ha stancato. Non è più musica, perché parliamo solo di una cosa che va. La gente lo segue perché è una cosa che va. È come andare a farsi le canne al parchetto o guardare la tv: è consumare qualcosa e intrattenersi. A me un approccio del genere non lascia nulla, a livello artistico. Vedo un sacco di artisti influenti che, per il seguito di cui godono, potrebbero influenzare molto la maggior parte del pubblico adolescente ma che continuano a limitarsi a fare quella musica perché sanno che quella cosa va.

Ma non pensi che la gente si sia un po’ stufata dell’andazzo? Molti vengono sgamati dopo un po’…
Sì, questo è possibile però poi il messaggio che arriva al grande pubblico è che la il rap sia quello di un certo tipo, quello più passato dalle radio, quello di un Fedez. Ed è veramente avvilente il fatto che la gente possa considerare quello come uno standard. Sinceramente, la trovo un po’ un’offesa nei confronti di chi lo fa invece in tutt’altro modo.

Per dirti, però, nella mia testa uno come Fedez è fuori dal discorso rap. Per me, rientra nell’insieme-rap nello stesso modo in cui rientrava Cristicchi.
Sì, quello è vero. Però tu in tv passi come rapper.

Giustissimo, ma credo che il destino del rap in Italia non sia nelle mani di Fedez. La spinta grossa di cui parli deve arrivare da gente che fa parte del mondo del rap. Chi gode di una certa visibilità, tra i rapper, dovrebbe mandare un segnale al pubblico. Per esempio, ho notato con piacere che nel 2015 gente come Marracash, Fabri Fibra e, ora, Guè Pequeno stiano dando la precedenza alla musica prima che a tutto il resto.
In Italia non si riesce a capire che Fabri Fibra non è la stessa cosa di Fedez. Ecco, quei tre artisti che citi stanno mandando un messaggio importante in questo momento. Da quando è esploso Fedez, noto come in molti si siano “indispettiti” nel vedere un personaggio che realizza il triplo dei loro ascolti e delle loro vendite e che, poi, è paragonato a loro stessi. Parliamo di due mondi diversi, però il paragone viene fatto di continuo.

Perfetto, torniamo a Raptus. Mi sembra che il fulcro del disco sia proprio la musica stessa. Nei suoi confronti provi amore e odio, almeno così dici in “La Mia Musica”. Dico bene?
Mi rendo conto di comunicare delle cose molto personali. Parlo di quello che vivo ed in certi pezzi mi fermo evidenzio il fatto che io comunque mi trovi qui a scrivere e che sia molto preso da questa musica ed, allo stesso tempo, in ansia a causa sua. La mia paura è quella di dover un giorno smettere perché magari non è bastato quello che ho fatto. Sono ansioso perché non capisco la gente e faccio fatica a fidarmi della maggior parte delle persone, perché il pubblico in questo momento va un po’ dove va il vento. Va conquistato, quindi, e non nascondo le mie paure a riguardo. Quando dico che la mia musica è amore e odio è perché penso che l’odio sia sempre legato all’amore: quando non puoi amare cominci ad odiare. Quello che sto cercando a comunicare a tutti quanti è un viaggio, un sentimento ed un qualcosa che si prova e poi si esterna.

Raptus farà da apripista all’album ufficiale, quindi?
Nel disco ufficiale ci sarà della musica che non ho inserito in Six of Sixteen, che ho iniziato a scrivere prima ancora che uscisse lo stesso EP. Questi brani verranno rivisti e rifiniti come si deve. Il disco uscirà quando sarà pronto. La cosa importante è che non voglio restare fermo e, quindi, al di là dell’uscita del mio disco ufficiale, non resterò con le mani in mano. Se voglio conquistare la gente, non potrò farlo solamente con i miei tempi ma devo adattarmi al mondo. In ogni caso, il disco voglio che sia il più maturo e completo possibile, che arrivi alle orecchie di tutti e che le persone – qualsiasi età esse abbiano – ne comprendano il valore, a prescindere dai gusti personali.

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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