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[Recensione] Dr. Dre – Compton

1035x1035-dre-compton-soundtrackAutore: Dr. Dre
Titolo: Compton
Etichetta: Aftermath/Interscope
Anno: 2015

Sarò sincero: se avessi dovuto scommettere più di dieci euro sull’uscita reale di un nuovo album di Dr. Dre, dopo anni e anni di annunci e rinvii del famigerato “Detox”, ci avrei avrei pensato su perlomeno qualche minuto. Ancor di più ci avrei pensato su se avessi dovuto scommettere sull’effettiva qualità dell’album in questione; perché diciamoci la verità: a 50 anni suonati, con i miliardi – miliardi! – di dollari in banca, ecco, qualche dubbio che il fare musica non fosse più tra le priorità di André Young effettivamente mi era venuto. E invece eccoci qui, a parlare di questo “Compton: A Soundtrack by Dr. Dre”, terzo e ultimo album del più importante produttore West Coast della storia dell’hip hop, il suo grand finale, a rimarcare in maniera indelebile il suo essere nell’essenza un Re Mida del rap, ancora nella competizione nonostante i soldi, il successo e il non dover dimostrare più niente a nessuno.

Per chi come me ai tempi di “2001” aveva attorno ai diciotto anni, l’attesa di “Detox” ad una certa aveva assunto connotati abbastanza ridicoli. Magari voi siete molto più giovani e non sapete bene la cosa, ve la riassumo in due parole: “2001” esce nel 1999 ed è un mega-successo planetario, con delle hit paurose ed un suono che chiude in bellezza gli anni Novanta. L’attesa di un nuovo disco è quindi fortissima, e attorno al 2002 inizia a girare la voce che Dre, nei suoi laboratori segreti, stia per terminare il suo nuovo capolavoro, “Detox”, la degna conclusione della trilogia iniziata nel 1992 con “The Cronic”, altro grande classico. Tutto bene. O quasi, perché “Detox” non esce mai, viene annunciato e poi rinviato, annualmente, più e più volte, e nel mentre c’è sempre qualcuno dichiara a mezzo stampa che sì, lui l’ha ascoltato, ed è una bomba clamorosa, un album destinato per sempre a cambiare la storia del rap. Così per più di dieci anni, con giusto un paio di singoli – nella media – usciti e un milione di punti interrogativi.

Come uscire dall’impasse? Semplice, “Detox” non esce più, non uscirà mai più, e il perché ce lo spiega Dre con un candore e una chiarezza quasi sublime: I didn’t like it. It wasn’t good, e ancora: The record, it just wasn’t good… I worked my ass off on it, and I don’t think I did a good enough job. Chapeau.

Chiuso il capitolo “Detox” ecco che se ne apre subito un altro. Inaspettatamente, direi. Pare che Dre, durante le riprese di “Straight Outta Compton”, il film di imminente uscita che narra la storia degli N.W.A., abbia avuto un grosso momento di ispirazione e abbia sentito la necessità di tornare in studio, a creare. E così, finalmente, ci troviamo nelle orecchie un nuovo album di Dr. Dre, più precisamente un album ispirato ad un film che parla della sua storia; sembra un gioco di scatole cinesi, ma tant’è.

Ma com’è questo “Compton: A Soundtrack by Dr. Dre”? Personalmente credo che sia un album grandioso, per tutta una serie di motivi che cercherò di elencare. Vero, sono passati giusto pochi giorni ed è ovviamente impossibile metterlo in prospettiva, paragonandolo ad esempio a “The Cronic”, che è un autentico pezzo di storia dell’hip hop. Vero anche che rispetto al precedente “2001” questo non è un album dalla tale potenza di fuoco, qui non abbiamo quei banger irresistibili alla “Still D.r.e.” o “Forget About Dre”. L’idea che mi sono fatto io in questi giorni di ascolto intensivo è che “Compton” sia sostanzialmente un disco di pura competizione. Competizione in senso hip hop. Quindi amore per la musica, amore per la propria città, amore per i propri fratelli ma all’atto pratico amore sempre e comunque per lo spaccare il culo a tutti, perché in fondo l’hip hop è un atto creativo basato sostanzialmente su quello.

Il sistema di lavoro di Dr. Dre è quello solito ed è tutto sommato molto semplice (si fa per dire): chiamare a raccolta i migliori. Lui è una macchina da studio: si circonda di rapper, produttori, ingegneri del suono, strumentisti, ghostwriter e chissà chi altro; delega, supervisiona, sta in cabina di regia, lascia che siano gli altri a sviluppare le sue idee e poi arriva lui e mette il marchio a fuoco, il tocco magico. Da sempre è un talent scout grandioso e qui troviamo tutta una nuova fucina di talenti pressoché sconosciuti – il più presente è il bravissimo Anderson .Paak, giro Stones Throw –, pronti al grande salto; inoltre, se “2001” era l’album con Eminem, “Compton” è il disco con Kendrick Lamar, dato che oltre i tre featuring vocali si suppone che gran parte delle liriche dell’album siano state appunto scritte da Kendrick, in veste di ghostwriter o co-writer che dir si voglia.

In effetti, tra “To Pimp A Butterfly” – l’ultimo, grandioso album del sopracitato – e “Compton” ci sono forti analogie, non necessariamente da un punto di vista sonoro quanto più di concetto. Sono entrambi due album molto profondi, stratificati, che dialogano in maniera proficua con il suono di Los Angeles degli ultimi quarant’anni. Personalmente vedo una forte triangolazione tra “To Pimp A Butterfly”, “Compton” e “The Epic”, altro magnifico album uscito quest’anno dalla West Coast, trattasi del monumentale triplo cd di Jazz cosmico del compositore e sassofonista losangelino Kamasi Washington, che ha suonato tra l’altro nel disco di Kendrick.

A livello sonoro “Compton” colpisce innanzitutto per la qualità estrema del missaggio e del mastering: il suono è infatti potentissimo, e sono davvero curioso di ascoltarlo su Cd in un impianto di qualità per constatarne ulteriormente la definizione (per ora è uscito solo l’mp3, la versione fisica uscirà il 21 di agosto). Musicalmente, e non poteva essere altrimenti, siamo invece su territori piuttosto diversi rispetto agli altri suoi due classici. Questo è un disco del 2015, non del 1999 o del 1992: nessun effetto revival. Dr. Dre ai tempi ha inventato un suono, e anche qui, quando si confronta con un materiale non suo – ad esempio i vari momenti trappeggianti tutto 808 e hi-hat – si dimostra ad un livello successivo, curando maniacalmente anche i più minimi dettagli di ogni singolo passaggio. Per il resto le sonorità sono abbastanza varie, ci sono momenti più soul, momenti più sample-based, momenti più funkeggianti e così via. I beat comunque, pur essendo all’apparenza minimali, sono davvero ricchissimi di sfumature e di piccole variazioni molto efficaci, che risaltano fuori man mano con gli ascolti.

A livello di rap invece il discorso si riavvicina abbastanza ai suoi standard. Dre è da sempre un rapper nella media, il suo stile è molto solido ma non è certo uno di quelli che ti stupisce con delle tecniche estreme. Liricalmente ci sono le solite storie che raccontano Compton, narrate in maniera vivida – ma d’altronde c’è Kendrick Lamar dietro –, ci sono pezzi autocelebrativi, pezzi che fanno un bilancio della vita/carriera del produttore, ecc. C’è poi la solita parentesi misogina – con la solita polemica mediatica annessa – ma è meglio soprassedere. Ovviamente poi ci sono tantissimi rapper chiamati a partecipare, tant’è che è difficile elencarli tutti. Credo comunque che a livello tecnico/lirico la palma dell’MVP di gara se la porti a casa Eminem, con una strofa incredibile per flow e delivery. (PS: la gente che nel 2015 ancora si scandalizza dei suoi testi violenti sarebbe meglio riconsiderasse le sue priorità).

“Compton: A Soundtrack by Dr. Dre” per concludere è un album molto coeso, per certi versi piuttosto ruvido, senza cadute di tono. Anche per questo a mio avviso è un disco diretto più alla comunità hip hop che non al music business. Qualche indizio: non c’è una mega hit, è difficile individuare un qualche episodio radio friendly; inoltre è uscito ad inizio agosto, non certo il periodo delle uscite musicali, e poi è lo stesso Dre ad ammettere chiaramente che ormai non ha più bisogno dei soldi dell’industria musicale, come dice in “Talk About It” Still got Eminem checks I ain’t opened yet. Per questo è un album che suona molto sincero. È difficile dire se nel corso degli anni acquisterà lo status che hanno acquisito due autentici classici come “The Cronic” e “2001”, è davvero molto difficile. Tuttavia l’impatto ravvicinato è stato notevole e continua ad esserlo anche con il prosieguo degli ascolti. Nella conclusiva “Talking to my diary” Dr. Dre si definisce così: I’m strong; financially, physically. Mentally I’m on a whole another level. Musicalmente, è difficile dargli torto.

(Filippo Papetti)

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