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Worldwide Burger ep. 1: Kimchi Burger, il lato oscuro del K-Pop

kimchi burger

Worldwide Burger è la nuova rubrica di Fare Cose su Rapburger, in cui giriamo il mondo per scoprire le scene Hip Hop internazionali più affascinanti. Ogni ultimo venerdì del mese voliamo in un Paese diverso e prendiamo un panino che lo rappresenti, per poi parlare dell’hip hop locale.

Il nostro viaggio parte dalla Corea del Sud. Mangeremo un Kimchi Burger, parlaremo del successo di Keith Ape con “It G Ma” e vi racconteremo la storia di quella che chiamiamo Dark Side of K-Pop.

Il Kimchi è una deliziosa preparazione a base di cavolo cinese fermentato in sale, spezie e peperoncino piccante. E’ spesso servito come contorno, ma è anche usato come ingrediente in molti piatti coreani. Mettendolo in un hamburger si ottiene il Kimchi Burger, che solo a pensarci fa venire l’acquolina in bocca. Il Kimchi Burger è anche una perfetta metafora per la fusione tra tradizione locale e occidentale che si trova nella cultura sudcoreana.

Questo è il Kimchi Burger

Questo è il Kimchi Burger

Parlare di Hip Hop coreano, alla fine, è come parlare di un Kimchi Burger: si mettono insieme due cose che sembrano non avere niente a che fare l’una con l’altra, ma che insieme creano un’unione squisita. Una delle espressioni più pure di questo concetto è una canzone di un rapper coreano che ha avuto tanto successo da ricevere un remix con featuring di A$AP Ferg, Waka Flocka Flame, Dumbfoundead e Father pubblicato in collaborazione con Complex:It G Ma” di Keith Ape.

Il successo della versione originale può sembrare difficile da spiegare, ma lo è solo se si ignora l’evidenza. Guardando il video si entra in un mondo strano, ma bellissimo, fatto di grafiche viola vagamente seapunk, scimmie Bape, grillz e versi d’orca. Il testo è un miscuglio di coreano, giapponese ed inglese, ma ciò che attira di più l’attenzione sono gli urli di Keith tra un verso e l’altro. Viene da chiedersi perché un Coreano senta il bisogno di urlare cose come “UNDER WATER SQUAD“, “ORCA NINJAS GO RAMBO”, o “SKRRT SKRRT SKRRT”, ma si capisce subito che farsi queste domande non ha senso. Il video è figo e basta, e il fatto che esista è una cosa meravigliosa.

Keith Ape è uno pseudonimo dove “Keith” fa riferimento a Keith Haring e “Ape” al brand A Bathing Ape, e sintetizza perfettamente le influenze del rapper: gli Stati Uniti, il Giappone, l’arte, la moda. Ha adottato questo nome poco prima di pubblicare l’altrettanto delirante Hot Ninja, remix di Hot N****a di Bobby Shmurda, abbandonando il precedente nickname Kid Ash.

Il rapper fa parte del gruppo The Cohort, sotto l’etichetta Hi-Lite Records. Il gruppo è famoso per essere stranamente ossessionato con le orche e per usare Tumblr come principale mezzo di comunicazione. L’etichetta è relativamente piccola ed “indipendente”, nel senso che non è affiliata con le major coreane e con l’industria tradizionale, anch’essa concentrandosi su internet e su una comunicazione “alternativa”. La storia di successo di Keith Ape è un caso molto particolare, perché ignora completamente gli schemi dell’industria coreana.

Negli ultimi vent’anni lo sviluppo del K-Pop ha trasformato l’industria musicale sudcoreana rendendola una bestia imponente e complessa. Il K-Pop è il principale prodotto di esportazione culturale del Paese, ed è perciò supportato dal governo sudcoreano, che ha individuato una correlazione tra la diffusione della cultura locale e l’aumento dell’esportazione di prodotti non culturali. L’industria è praticamente dominata dalle tre label più grandi (YG Entertainment, SM Entertainment e JYP Entertainment), che dal 2010 si sono unite, insieme ad altre quattro etichette minori, nella società KMP Holding.

Il metodo in cui queste società creano le loro star è spesso oggetto di critiche. Gli artisti sono reclutati da giovanissimi (a volte anche a nove o dieci anni) con contratti vincolanti a lungo termine. I giovani vivono insieme in accademie dove seguono lezioni di canto, danza, lingue straniere e tecniche di comunicazione con i fans e i media. I rapporti tra i ragazzi sono regolati dalle etichette e spesso gli unici fidanzamenti concessi sono pretesti per accordi di carattere commerciale. Entrare in una delle tre major è spesso paragonato all’essere accettati ad Harvard o Yale. In migliaia ci provano, in poche centinaia riescono ad entrare, e tra questi solo poche decine avranno la fortuna di capitare in un gruppo di successo.

Ma, quando tutto va per il verso giusto, queste aziende sono capaci di creare dei prodotti incredibili, sia dal lato tecnico che dal lato artistico. Negli ultimi anni, ad esempio, alcuni degli artisti più grandi stanno producendo canzoni ad altissimo budget che non hanno paura di sperimentare con l’hip hop o la trap, con risultati tra il genio e la follia. Ci piace chiamarla The Dark Side Of K-Pop, ed ha più o meno questo aspetto:

Cos’ho appena guardato?“. Una cosa bellissima. Un video con un budget e una tracotanza che in Occidente non si vedevano dal 2006, che attinge spudoratamente dalla serie di Mad Max come dal video di “Otis” di Kanye e Jay-Z (o forse daReal Royal Street Rap” di Marracash e Achille Lauro). Dipinto ovunque c’è un logo a cinque strisce, che rappresenta i cinque componenti del gruppo, ma che ricorda il logo Adidas a livelli da querela. Nel pezzo ci sono diversi passaggi trap e strofe rap niente male, che non ti aspetteresti mai da gente vestita così.

Ecco un altro esempio, più strettamente hip hop:

Che ricorda video di qualche anno fa come “Make It Rain” o “Beamer, Benz or Bentley”, ma in più ci mette un Coreano che tiene al guinzaglio un cagnolino di Jeff Koons.

Un esempio femminile che mena pesante:

Tutti e tre sono stati prodotti dalla YG Entertainment, la stessa di PSY di “Gangnam Style”. I primi sono i Bigbang, che oltre ad essere il gruppo maschile più grosso della scena può vantare diversi componenti con carriere soliste di successo. Per esempio G-Dragon, che oltre ad aver fatto due album ed un EP ha partecipato a Dirty Vibe di Skrillex con Diplo e CL. Quest’ultima, che fa parte delle 2NE1, ha attirato l’attenzione dei musicisti occidentali come Skrillex e Diplo, ma anche del mondo della moda, diventando una delle ultime BFF di Jeremy Scott.

A differenza dell’Occidente, in Corea si continua ad investire nei video musicali, puntando sulla diffusione sulle televisioni locali come su internet nel resto del mondo. Al di là degli scherzi e di come a volte possano sembrare degli schizofrenici miscugli di cose scelte a caso, molti di questi hanno direzioni artistiche da paura. E i costumisti, che hanno la possibilità di vestire interi corpi di ballo con Moschino, Givenchy, KTZ o qualunque cosa gli passi per la testa, stanno praticamente reinventando la moda mondiale con i loro abbinamenti.

Ecco un esempio in cui vedrete un Coreano ballare hip hop con le treccine e una maglia Pigalle:

Il K-Pop è un po’ come i primi album di Tiziano Ferro: tutti lo conoscono per l’r&b melodico, ma pochi sanno che alcune canzoni più movimentate hanno una produzione, una tecnica ed una tracotanza tali da far impallidire qualunque artista americano. The Dark Side Of K-Pop è quel lato che non ti aspetti, dove i tipi che fino a poco prima stavano cantando una lenta ballata attaccano a rappare velocissimi su basi trap e ballano vestiti con lo streetwear più fresco sulla piazza. E fanno gasare.

Per quanto la Dark Side abbia raggiunto queste dimensioni solo negli ultimi anni, c’è sempre stata. Molti ritengono “난 알아요 (I Know)” dei SeoTaiji and Boys il primo pezzo K-Pop moderno, nonché il responsabile dell’esplosione del genere. Con un beat old school pesantissimo con sample spudorato di Flavor Flav dei Public Enemy e un riffone di chitarra elettrica come bridge, il pezzo è Dark come pochi altri nella storia. Il K-Pop, quindi, è nato dal suo lato dark.

Siamo partiti da un panino e siamo arrivati ai primi anni 90. È stato un lungo viaggio nello spazio e nel tempo e ci sarebbe tanto altro da raccontare, ma abbiamo tanti altri luoghi da visitare. Vi aspettiamo il mese prossimo su RapBurger con una tappa in Inghilterra, tra panini di patatine fritte, grime e violenza gratuita.

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