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Il racconto del concerto dei Run The Jewels a Milano

Run The Jewels

Decido di avviarmi al concerto dei Run The Jewels sfoggiando quel reperto archeologico che è la mia maglietta dei Cannibal Ox, la quale ricorda giustamente al mondo che i cinque microfoni destinati da The Source ai capolavori del rap non sarebbero comunque bastati al leggendario duo di Harlem.

Ma l’illusione di non sentirmi finalmente un esubero sociale pur con la sformata T-Shirt color vinaccia addosso dura giusto l’arco di una breve coda all’ingresso: un trio di candidi giovani con risvoltini d’ordinanza sorseggia avidamente una bottiglia di the freddo per evitarne la confisca da parte della sicurezza. La spensierata combriccola trasuda salutismo (la bevanda era alla pesca, per giunta), milanesità à la page e ragionevole speranza, non esattamente dei def jukies nostalgici insomma. Conscio del rapido evolversi dei tempi cerco, per l’ennesima volta, di archiviare un’adolescenza autistica musicata dal sitar di “The Fire in Witch You Burn” e varco le soglie del Magnolia.

Il locale è ancora semi-deserto e ne approfitto per consultare il tariffario degli alcolici, alla ricerca del distillato perfetto che non potrò permettermi. Fortunatamente iniziano a palesarsi alcune losche facce conosciute provenienti dalla province più remote province dell’impero, con le quali ho modo di intrattenermi sulle sempre avvincenti epiche da post-ferie, non-ferie e vecchi tempi andati. Giusto il tempo di qualche squallido amarcord e sul palco irrompe Shamir, direttamente da Las Vegas, Nevada (di cui il sottoscritto ignorava l’esistenza fino all’ora prima).

Una foto pubblicata da Chiara Carse (@kiarakarse) in data:

 

L’efebico artista, accompagnato da una band alquanto minimale ma efficace, regala al pubblico tre quarti d’ora di dance in salsa pop-funk e nu-disco. Apprezzo l’esibizione parecchio in sordina perché i ceffi dell’hinterland a cui mi associo non sembrano favorevoli agli acuti del buon Shamir. Devo accodarmi ai grugniti insofferenti al deficit di testosterone: mai contraddire i bruti dell’hinterland.

Dopo una breve parentesi di silenzio utile ad alzare il tasso di tensione per l’attesa insieme a quello della nicotina nel sangue, ecco finalmente DJ Trackstar sistemarsi alla consolle e annunciare i Run The Jewels. Complice l’estate fin qui pressoché insulsa sono quasi emozionato e il concerto, di traccia in traccia, demolisce quel “quasi” per investire il pubblico come un Millenium Falcon in corsa.
Killer Mike giganteggia, letteralmente, su ogni strofa dando prova di essersi guadagnato sul campo i gradi dell’eloquente pseudonimo. El Producto regge senza problemi il confronto col corpulento compare, rivestendo anzi il ruolo di frontman carismatico del magico duo, carica certificata dalla bottiglia di vodka imbracciata all’ingresso. Sull’inesorabile armageddon sonoro congegnato dal signor Meline lo show scorre dunque feroce e poderoso, ogni pezzo è una hit senza scampo: da “Oh My Darling Don’t Cry” a “Close Your Eyes”, passando per “Banana Clipper” e una commovente esecuzione di “Sea Legs”.

L’affiatamento fra i due MC’s impressiona quanto e più che su disco, risultato non certo scontato viste le cifre stilistiche apparentemente lontane. Gli interventi di Trackstar sono forse fin troppo discreti, ma non avendo certamente davanti un nuovo DJ Abilities mi accontento e in ogni caso i paganti non sembrano farci molto caso. Una platea per l’appunto rapita, coinvolta come di rado accade in Italia durante un live rap di matrice underground a stelle e strisce, faccenda che mi incuriosisce alquanto anche per un fattore storico, volendo: come si sarebbe comportata la florida ventenne dai capelli mossi davanti a me sulle note di “Deep Space 9mm” (la cui assenza in scaletta mi ha un po’ immalinconito, lo confesso)? Avrebbe scatenato in ogni caso il suo ardore danzante in preda allo spasso? Risposta esatta, no. Per fortuna ci pensa “A Christmas Fuckin Miracle”, brano di chiusura della serata, a censurare sul nascere certe pericolose riflessioni a proposito di un passato quantomeno “diverso”.

Si chiude così una delle migliori performance a cui abbia mai assistito in dodici anni di vagabondaggio hip hop e coi provinciali si fa ritorno ai sobborghi, sbagliando strada suppongo quattro volte, piuttosto scossi dal recente sisma andato in onda…“I been here making raw shit and never asked to be lauded, Run the Jewels is the answer, your question is “what’s poppin’?”.

(Davide Albanese)

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