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[Recensione] Coez – Niente Che Non Va

Coez - Niente Che Non Va - CopertinaAutore: Coez
Titolo: Niente Che Non Va
Etichetta: Carosello/Undamento
Anno: 2015

Scordiamoci, ancora per una volta, il vecchio Coez.
Ma non mi riferisco al vecchio vecchio Coez, per intenderci, quello incazzato nero dei Brokenspeakers e, in particolare, di Figlio di Nessuno. Semplicemente quello incazzato e basta, che avevamo incontrato in un punto cruciale del suo cammino, all’incirca due annetti fa, quando ci è piombato tra le mani il disco che ha segnato la concreta svolta della sua carriera: Non erano fiori.
Sì, perché Niente che non va rappresenta l’ultimo upgrade della figura artistica di Silvano aka Coez, nientemeno che lo stadio (fin qui) più articolato e più complesso del personaggio tratteggiato nel precedente lavoro discografico. E, già da una rapida scorsa alla tracklist, si palesa ai nostri occhi questo ulteriore step evolutivo.

“Siamo morti insieme” vs “Niente di che”, confrontiamo due titoli a caso (e potremmo farlo con tutti, eccetto “Costole rotte”). Dal punto di vista visivo, la storia cambia eccome. Certo, anche se poi da quello del contenuto e della sostanza, non è in fondo così. E si tratta di un dettaglio non proprio da poco: Coez in qualche modo ha voluto addolcire la pillola (tanto amara, prima), ricamando centimetro per centimetro una veste tutta nuova – più delicata e variopinta – sulla sua musica.

In questo senso, allontanarsi ulteriormente dai canoni del rap l’ha di certo aiutato, soprattutto nel focalizzare l’attenzione in fase di scrittura sul nocciolo della questione, dando meno rilevanza al suo io rispetto a quanto abbia fatto fino ad ora. O meglio, il suo io c’è e si sente, ed è la parte predominante del disco. Quel che cambia, invece, è il come si manifesti alle nostre orecchie.
Coez in Niente che non va si mostra più “generoso” del solito, finendo per smembrare la sua anima musicale in tanti piccoli frammenti che sono andati a generare, poi, gli undici brani presenti nella tracklist, concepiti ognuno con una storia a sé stante – a differenza del precedente Non erano fiori, di fatto un album con un unico filo conduttore.

Lavorare sette giorni su sette a contatto con un produttore brillante e dinamico come Ceri, gli ha consentito di raccogliere quanto di buono già seminato con Non erano fiori, album che comunque ancora risentiva della sua vecchia vocazione da rapper.
Meno parole e più fatti (raccontati), si potrebbe sintetizzare così il passaggio dal vecchio al nuovo. Le linee di elettronica, o anche solo di piano (“Le parole più grandi”), tracciate da Ceri, sono la guida per tutto ciò che segue, dai vari strumenti chiamati in causa alle parole dello stesso Coez. Parole che, dicevamo, sono meno in termini numerici se confrontate con quelle del disco di due anni fa; ma, non per questo, di minor peso. Cambia, infatti, la loro funzione in termini d’incisività, in quello che dovrebbe essere il naturale passaggio dalla scrittura di un rapper a quella di un autore di musica pop.

Già, è proprio questo il punto. In molti lo attaccano sostenendo che la sua musica si sia cremoninizzata – anche se poi vanno a stemperare i toni dell’accusa con il solito “comunque sei un grande, daje Silvà!” a fine messaggio (leggete i commenti sul suo Facebook, tanto per farvi un’idea).
Per carità, ho individuato anch’io in qualche passaggio dei suoi brani qualcosa che richiami alla mia memoria sprazzi istantanei di altri esempi di musica leggera, tra cui lo stesso Cremonini. Va bene, ma comunque stiamo parlando di un approccio al pop, quello di Coez, quasi inedito per quel che riguarda il mainstream in Italia.

Un approccio, anzi una ricetta, a livello di sound in cui gli ingredienti risultano ben calibrati tra loro. Ceri ne azzecca la giusta quantità, le rispettive proporzioni e, nel mescolarli, riesce ad esaltarne le migliori proprietà. Sappiamo bene quanto sia sottile, nel nostro paese, il discrimine che divide il prendere spunto da hit d’oltreoceano e il rischio di scopiazzare (male) le peggiori tamarrate in voga – sia nel rap, che nel pop.
Ecco, invece, questa combo produttore–autore ci presenta un lavoro dai tratti molto sobri, che arriva dritto al cuore dell’ascoltatore, senza fronzoli o fastidiose prese di posizione da snob “intellettualloidi”.

Semplici riflessioni sulla vita, che poi alla fine così tanto amara non è, in “Niente che non va”, brano in cui cita tra le righe Rino Gaetano e dove si sente l’influenza di una band ispiratrice come i Blur; poi, in “ Con le tasche leggere”, il difficile rapporto con il padre raccontato, stavolta, con meno rancore del solito e con un pizzico di malinconia, accentuata da quei che fiati che richiamano la storica “Raindrops Keep Fallin’ on My Head” di Bacharach; o, ancora, un sopruso diventato tema d’attualità, in “Costole rotte”; infine, il suo amore disperato (un po’ alla Nada, in “Niente di che”) su cui sembrerebbe aver messo una pietra sopra (“Le parole più grandi”).

Alla fine di Non erano fiori Coez si trovava sul più bello, di fronte ad una strada che voleva far propria a tutti i costi. Ad oggi, possiamo affermare che la strada non solo è sua, ma che la direzione imboccata sembrerebbe quella giusta.
Qualche scelta che il pubblico non abbia ben digerito o pienamente recepito durante la fase di passaggio c’è anche stata, ma gli stessi fan si son fatti carico di questa sua esigenza di imprimere una nuova forma al proprio stile e, senza troppe storie, l’han seguito. I risultati non possono dargli torto, d’altronde, e chissà che anche lo stesso pubblico non abbia giocato un ruolo tanto decisivo da diventare un elemento indispensabile nella ricerca di quest’equilibrio, finora perfetto.

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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