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Intervista a Coez: “ho portato il coraggio del rap nelle mie canzoni”

Coez Intervistadi Giorgio Quadrani

Seduti ad un tavolino di un bar, abbiamo incontrato colui che un tempo era conosciuto a Roma solo con il suo nome di battesimo, Silvano, e poteva camminare indisturbato per le vie della città. Nel 2015 le cose sono un po’ cambiate rispetto a qualche annetto fa, fortunatamente in meglio per Silvano, che ora – però – risponde alle nostre domande nei panni del suo alter ego, Coez.
Scelte artistiche, lasciatemi dire, ‘anticonvenzionali’ hanno fatto sì che, proprio sul più bello, Coez abbia deciso di mettere la freccia nella direzione del pop, disorientando i più che lo avrebbero voluto veder sfrecciare lungo il rettilineo del rap.
Dopo gli ottimi consensi ottenuti con “Non Erano Fiori”, con “Niente Che Non Va” gli è stato chiesto uno sforzo maggiore: dimostrare quanto di positivo si fosse detto fin lì sul suo conto. I cartelloni pubblicitari con il suo volto in primo piano, sparpagliati nei diversi angoli della sua città, lo rendono orgoglioso ma, inevitabilmente, creano attorno a lui qualche nuova aspettativa. Meglio così comunque, no? Lo abbiamo domandato direttamente a Silvano in persona, mentre era tutto intento a sorseggiare il suo tè caldo.

RapBurger) Partiamo subito con una domanda su Niente che non va. Quanto è durata la gestazione?
Coez)
Dai primi pezzi che abbiamo registrato, “Con le tasche leggere” e “Niente di che”, fino a “Dove finiscono le favole”, l’ultimo in ordine di scrittura, sono passati circa dieci mesi di scrittura. Una volta ultimato quest’ultimo brano, sono serviti altri due mesi di lavoro. Quindi, in totale, un anno con un bel buco in mezzo, in cui per tre mesi non ho scritto un cazzo. Non riuscivo proprio, ho avuto un blocco a metà.

RapBurger) Da cosa dipendeva questo blocco? Anzi, ne approfitto per chiederti: eri già dell’idea, per esempio, di far produrre tutto il disco a Ceri? Oppure, che ne so, volevi continuare con Sinigallia?
Coez)
Dovevo fare la composizione con Stefano (Ceri, ndr.), la produzione invece doveva essere affidata inizialmente a qualcun altro, che ancora non avevamo ben inquadrato. Sicuramente, fra i nomi c’era anche Sinigallia. Il discorso principale era che, comunque, Ceri non aveva mai seguito, fin lì, l’intera produzione di un disco suonato. Aveva prodotto i lavori dei Rap’n’Bass e dei pezzi qua e là dei Fratelli Quintale. Ad un certo punto, però, ci siamo resi conto che la cosa migliore forse era andare avanti da soli, mettendo ognuno a disposizione le proprie conoscenze per far sì che fosse prodotto da noi.

RapBurger) Alla fine, l’ha prodotto quindi lui.
Coez)
Sì, l’ha prodotto lui, con Sine che ci ha dato una mano sui pezzi più tirati, quindi “Still life”, “La rabbia dei secondi” e “Niente di che”, in cui ha scelto un po’ di batterie, ci ha fatto un po’ di editing. Ha dato un po’ di pompa soprattutto sulle batterie elettroniche. Poi, sul disco hanno lavorato, tra i tanti, Patrick Benifei dei Bluebeaters, Architorti ai violini, Orang3 che ha realizzato diverse linee di basso, il mio chitarrista Alessandro Lorenzoni, Jacopo Volpe alle batterie. Una squadra immensa, c’era un botto di gente coinvolta. La partitura del disco è di Ceri e tutto quello che abbiamo fatto con i virtual instruments è stato poi sostituito da strumenti veri.

RapBurger) Con Ceri ti sei trovato molto in sintonia, quindi?
Coez)
Con lui mi trovo parecchio bene, perché lavoriamo a strettissimo contatto, appunto. Lui scrive gli accordi, suona, ed io inizio a scriverci subito sopra. Una volta che abbiamo una bozza di strofa o ritornello, registriamo subito. Così come avveniva anche con Sinigallia prima e Sine prima ancora. Devo dire che, per mia fortuna, anche Sine non aveva l’approccio classico da produttore hip-hop. Su “Invece no”, ai tempi, mettevamo le chitarre in levare, eccetera. C’erano delle aggiunte musicali, insomma. È stato il primo step verso quello che sono arrivato a fare ora.

RapBurger) Sul piano del sound, tra Non erano fiori e Niente che non va si sente una certa differenza. Differenza che è dipesa principalmente dal tuo gusto o dalla scelta dei produttori?
Coez)
A Riccardo (Sinigallia, ndr.) l’ho messo nella merda. Quando ho iniziato a lavorare con lui, mi trovavo esattamente nella fase di passaggio. I pezzi che ho scritto in quel disco potevano stare – senza alcun problema – in Fenomeno Mixtape, solo che ci siamo sforzati di spostarli dal rap a quello che poi è stato Non erano fiori. Le metriche di “Lontana da me” non è che sono così diverse da quelle di “Mille miglia”. “Le Camel Blu, le fumi ancora? Nuovo tattoo quanto ti dona..”: cioè, è la metrica ‘Rick Ross’ che andava di moda in quel periodo tra gente come Guè e Caneda. Voglio dire, quindi, che se la levi da quel contesto lì, sembra un’altra cosa. Diciamo, quindi, che Riccardo ha avuto più da fare nella fase di trasformare il pezzo rap in un pezzo “più canzone”. Da Ceri, dunque, sono arrivato un po’ più strutturato. Il pezzo chitarra e voce già era una canzone e non andava modificata chissà quanto, era quella. Con Ceri ho proseguito, perfezionandomi, nella direzione intrapresa con Sinigallia.

RapBurger) Certo che, anche se l’hai già detto mille volte, smettere di fare rap proprio nel 2013 (al suo apice in Italia), deve essere stata una scelta difficile da affrontare.
Coez)
Diciamo che non è stata proprio una scelta difficile. Ho dovuto, più che altro, scegliere se seguire quello che mi stava succedendo; è molto diverso. Io “Ali sporche” l’avrei scritto, e dovevo solamente capire se farlo uscire, o meno. Ad un certo punto, a te artista escono cose di quel tipo. Poi, sta a te capire se pubblicarle. Non tutti ragionano così, però. Nel mio caso, quando ho scritto “Ali sporche”, non poteva far uscire un disco con quel pezzo e con le restanti tracce che andavano nella direzione opposta. Quindi, ho voluto sviluppare la cosa, senza fretta.

RapBurger) Infatti, l’hai pubblicato prima di “Senza mani” (2012), addirittura.
Coez)
Sì, l’ho fatto uscire prima. Volevo presentarmi alla Carosello con questa novità, visto che stavo in quel trip. Ripeto, un pezzo come “Mille miglia”, se tu lo metti oggi, a parte la base di Lunice con i suoni elettronici che ricordano un po’ la trap, ha quella metrica lì. La gente ha gridato quando ha sentito i pianoforti di Sinigallia, i synth anni ’70 e i fiati. In realtà, quindi, le formule utilizzate in quel disco lì c’erano già prima. Venendo alla tua domanda, è stato difficile perché sapevo verso cosa sarei andato incontro. Sono convinto che anche questo disco qui non sia stato preso così bene. A Niente che non va do quattro mesi di tempo per arrivare alla gente a cui deve arrivare, perché non c’è ancora arrivato. Il fatto stesso che tutto il mio pubblico preferisca “Jet” la dice tutta. “Jet” piace, infatti, tantissimo al pubblico di Non erano fiori.

RapBurger) Sì, forse è il pezzo che poteva starci di più tra tutti i nuovi anche in un “Fenomeno Mixtape”.
Coez)
Appunto, ha un’attitudine più vicina al vecchio disco. Non erano fiori, per farti un esempio, è uscito a giugno e non ha fatto chissà che notizia; a settembre, avevo però la fanpage che cresceva di mille likes al giorno, anzi anche di più. Per poi creare il panico con l’uscita di “Lontana da me”, che ha portato con sé tantissime date live. I dischi li devi far arrivare alla gente che li deve sentire, piano piano. Con ogni disco, allargo sempre di più la portata della mia musica.

RapBurger) Ecco, il fatto che i risultati non siano arrivati immediatamente ti ha un po’ scoraggiato, nel caso di Non erano fiori? Ti è passato, che ne so, per la testa di fare un passo indietro?
Coez)
Guarda, è come quando lasci la tua ex. Se l’hai amata per una vita, non è che non te ne freghi più un cazzo da un momento all’altro. Però, capisci anche che il massimo lo hai dato, e che la cosa è un po’ finita. Non dico che non tornerai più sui tuoi passi o che quella persona la odierai, però tornare indietro sarebbe un po’ come accontentarsi di una cosa che non sarà mai più quella di prima. Per me, il rap è una bomba ma non farò mai più un disco come Figlio di nessuno. Quello che chiedo è, alla gente, di mettersi nei miei panni per un attimo. Ho fatto Figlio di nessuno, Senza mani, Fenomeno Mixtape: sono progetti che nessuno ha mai considerato più di tanto. Alla fine sai che c’è? Te ne vai pure abbastanza sereno, e non è che dici “oddio, mo’ mollo…”. Quando ho fatto uscire “Ali sporche”, avevo settemila fan sulla mia pagina. Mo’ si svegliano tutti, ma la gente che si è svegliata adesso è perché mi ha conosciuto con “Ali sporche”. Se non avessi fatto quello che poi ho fatto, neanche Figlio di nessuno avrebbe tutto questo risalto. Me lo rimprovera gente che ora ha quindici anni e che, quando uscì Figlio di nessuno, si guardava Peppa Pig, probabilmente (ride, ndr.).

RapBurger) Giusto, però credo che il pubblico ti abbia seguito bene, e assecondato, in questo percorso. I rompiscatole, come è giusto che sia, ci sono sempre. Quel che noto è che, comunque, ti rompono le scatole con affetto, senza astio.
Coez)
Sì, è vero. Anche perché io, in fin dei conti, non mi sono mai posto male nei confronti del pubblico, né ho mai fatto il coatto. I pezzi miei sono tutti pezzi di cuore. Sono una persona che scrive, non sono di certo una persona cattiva. Non voglio fare nomi, ma ci sono tanti con un atteggiamento spocchioso o cattivo, perché magari fa parte del loro gioco. Dovrebbero insultarmi od odiarmi perché ho scritto “Ali sporche”?

RapBurger) No, anche perché non si tratta di quel pubblico fatto di tanti haters che si porta appresso, per esempio, un Guè Pequeno. Lui si diverte a provocare…
Coez)
Lui fa anche bene. Tra l’altro, forse è uno di quelli che continuano a piacermi di più: si rinnova di disco in disco. Penso, tornando a me, di essere molto apprezzato dal mio pubblico. Se ti fai un giro sulla mia bacheca, per ogni paio di post d’insulti ce ne sono tanti in cui si complimentano con me. Quelli che ascoltavano solo ed esclusivamente il mio rap penso che mi abbiano mollato, forse. Non sto facendo il rap commerciale; sto facendo tutt’altro.

RapBurger) Poi, noto con piacere che rispondi un po’ a quasi tutti i commenti. Immagino, un po’ per testare i gusti e capire cosa sia arrivato del disco.
Coez)
Sì, e mi accorgo come ci siano pezzi come “Dove finiscono le favole” apprezzati da persone che ascoltano principalmente musica italiana, quella che spacca, che mi dicono “questa è una bomba atomica!”. La gente del rap quel pezzo lì non ha nemmeno capito cosa sia.

RapBurger) Comunque, vi va dato atto del fatto di aver creato della musica con una propria identità. A maggior ragione, evitando di scopiazzare hit del momento, come invece hanno fatto, e continuano a fare, tanti altri artisti.
Coez)
Sì, non siamo di quella scuola che entra in studio, sente un pezzo e dice “ah, facciamo questo!”. Per mia fortuna, ho lavorato sempre con produttori che avevano già superato quella fase, per esempio un Sine che potrebbe essersi ispirato in passato a dei beat di Premier. Se è andata così, ti parlo comunque di roba di quindici anni fa. Quella fase è stata superata, ha un suo sound. Invece, ora ci sono quelli che stanno in studio, prendono come riferimento il sound francese o la roba che va ora in America, e scelgono che ispirazioni prendere per il singolo. Noi andiamo in studio e ci divertiamo. Abbiamo pochi parametri; tutto quello che faccio l’ho assimilato, magari, prima. Non ho tante cose che mi contaminano, ora come ora.

RapBurger) Ecco, a proposito di musica attuale, specialmente rap, cos’è che ti piace e cosa no? Che idea ti stai facendo di quello che esce?
Coez)
Il rap continua ad avere una libertà di scrittura, che in altri generi non esiste; c’è un coraggio che in altri generi non c’è. Nel mio piccolo, penso di aver portato quel coraggio, di cui ti ho appena parlato, nella canzone. Niente che non va è un disco che si va a schierare nel pop e tratta, tra i tanti, il tema di Cucchi, la rabbia dei secondi e diversi temi sociali (vedi, all’interno della title-track stessa). Nel rap, queste cose si trattano, negli altri dischi quasi mai. A meno che, ovviamente, non parliamo del vecchio cantautorato. Vedi Rino Gaetano, Vasco Rossi, Lucio Dalla. Era gente che si cimentava in testi coraggiosissimi. E loro erano di quelli di rottura, all’epoca. Oggi, quelli del rap, pur essendo di rottura, sono troppo integrati nel meccanismo all’inverso – in questo sono critico. Non mi piace la tendenza a non crearsi una propria identità, o anche il solo fatto di essere troppo vigili su quanto accade in America o in Francia.

RapBurger) C’è qualche artista che trovi originale?
Coez)
C’è Caparezza che, pur non piacendomi, ha dato vita ad un qualcosa di originale; non è hip hop, secondo me, però ha fatto una cosa sua e gliene devo dare atto. Guarda, dalla scena da cui provengo la maggior parte dei rapper ha gli occhi puntati sull’America. Alla fine, è sempre stato così, anche se qualcosa di originale c’è stato qua e là. Senza false modestie, ti posso dire che Senza mani, soprattutto a livello di produzioni, era un progetto che non aveva ancora mai fatto nessuno e aveva contaminazioni dal jungle alla dubstep, passando per il rap più classico. Eravamo molto in forma sia io che Sine.

RapBurger) Venendo al come tu abbia deciso di affrontare le tematiche, mi sembra ci sia stato uno scatto verso una linea più morbida, o meglio pacifica, nel dare giudizi sulle cose che ti circondano o ti capitano. Penso al delicato tema trattato in “Con le tasche leggere”, una questione personale affrontata con molta più serenità rispetto al passato.
Coez)
La cosa che mi fa un bel po’ inalberare è quando incontro la gente per strada che mi chiede quando rifarò un altro Figlio di nessuno. Io mi chiedo: come cazzo fa uno a rifa’ una cosa fatta a ventiquattro anni?! La domanda, anche da parte del pubblico, mi sembra così stupida perché lo stato d’animo di quando ho scritto quelle cose non lo posso riavere ora. Pensa se ancora stessi così: che inferno di vita sarebbe? Ho fatto un discreto lavoro su di me e mi auguro che i miei testi vadano sempre in una direzione più positiva rispetto a quella del passato. Spero di non dovermi trovare a cantare “Sole, cuore e amore”. Penso che sarò sempre uno di quelli che scriveranno qualcosa di forte a livello emotivo. Boh, magari un giorno riuscirò a fare canzoni toccanti senza essere triste, pessimista, eccetera. Un giorno mi hanno chiesto “le migliori cose nascono dalla sofferenza?”. Sì, è vero però mi auguro che prima o poi uno riesca a prendere ispirazioni anche da cose positive.

RapBurger) Un mood non cambia da un giorno all’altro, d’altronde.
Coez)
Dipende anche da come lavori sulle cose e devi capire qual è la tua forza. La tua forza, a volte, è anche un limite: può darsi quindi che da certe cose non ti devi proprio staccare. Penso di avere un lungo raggio d’azione, sia stilistico che tematico, quindi penso si tratti di un qualcosa che mi posso portare avanti per un bel po’ di tempo.

RapBurger) Domanda non prematura, ma prematurissima: per il dopo Niente che non va hai già in mente qualcosa (di strano)?
Coez)
Sì, di tornare a fare rap (si ride, ndr.). Mia madre mi diceva continuamente, quando vedeva che mi facevo in quattro per fare rap (lavoravo per pagarmi i dischi e non per andare in vacanza, e così via), “perché butti i soldi in questa cosa del rap?”. Le rispondevo “il rap è una bomba; prima o poi andrà e, a forza di spingerlo, lo faremo funzionare”. Una volta, a quel punto, replicò: “guarda, Silvà, quando il rap andrà di moda, tu ti metterai a fare altro”. E, infatti, quando è partito il treno, mi sono messo a fare altro. Però, non avrei avuto quello che ho adesso, se avessi continuato a fare rap. “Ali sporche”, quando è uscito, ha spaccato tutto. C’è poco da fare. Idem “Lontana da me”. In quel momento lì, un pezzo rap non so se avrebbe fatto lo stesso. Per il dopo, non so. La gente dovrà rendersi conto che, comunque, tutto quello che proporrò sarà fatto bene. Poi, non è detto che ti debba piacere tutto di un artista: magari finisce per piacerti solo un periodo di quell’artista.

RapBurger) Chiudiamo con una piccola nota: tornando ad agosto a Roma dalle vacanze, mi sono accorto che la città era completamente tappezzata di manifesti con la tua faccia, come a dire “le vacanze sono finite ma, non temete, a breve esce il nuovo album di Coez”. Che effetto ti ha fatto vedere la tua faccia in quasi ogni angolo della strada?
Coez)
Innanzitutto, devo dire che non mi piace molto l’esposizione. Faccio questo mestiere perché mi piace fare i dischi e stare in studio. Mi piace fare i concerti. La sovraesposizione o sapere che tutto il mondo mi conosce non è che m’interessi più di tanto. Comunque, la prima volta che ho visto i manifesti ho detto “che figata”, e cose così. Poi, ora, quando torno a casa di notte ubriaco lercio e vedo la mia faccia stampata in bella vista, dico “guarda te ‘sto coglione!” (si ride, ndr.).

CoezCoez e i suoi cartelloni pubblicitari

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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