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MONDO NBA – Curry è ancora padrone della Lega

Copertina NBA

Il più grande spettacolo sportivo del globo è ripartito, e con esso riparte anche la nostra rubrica che lo racconta, settimana dopo settimana. I primi segnali regalano speranze a tifosi di tante squadre perdenti degli scorsi anni, Pistons e Timberwolves su tutti. Ma la Lega ha un padrone ben preciso, lo stesso dello scorso anno: Stephen Curry. Lui e i suoi Warriors, campioni in carica, sembrano di un altro pianeta

WESTERN CONFERENCE

Vi ricordate cosa diceva l’anno scorso Charles Barkley, leggendario giocatore negli anni 80-90 e ora influentissimo analista televisivo? Diceva “le squadre che si affidano al tiro da fuori, come Rockets e Warriors, non arriveranno in fondo, perché alla lunga pagheranno le inevitabili serate storte”. Se qualcuno non si ricorda come fosse finita, i Warriors hanno vinto il titolo dopo aver battuto i Rockets in finale di Conference. Dimentichiamoci quell’uscita infelice di Sir Charles, io continuo ad adorarlo come personalità televisiva, ma forse ha giocato troppo tempo fa per rendersi conto di come il gioco stia andando in una direzione opposta rispetto a quella da lui profilata. Vi ricordate invece quella vecchia pubblicità della Nike che ci voleva sensibilizzare, avvertendoci di essere tutti testimoni dell’epoca in cui LeBron James avrebbe scritto la storia del basket? Ecco, quella prendiamola, che viene buona. “We are all witnesses”: LeBron è ancora vivo, vegeto e competitivo a un livello immaginabile, ma io credo di essere soprattutto testimone dell’epoca appartenente a uno degli atleti più elettrizzanti della storia dello sport, oltre che a un’organizzazione di squadra come non si è mai vista, attacco e difesa. Sto parlando di Stephen Curry e dei suoi Golden State Warriors, i campioni in carica.

Sei autentiche lezioni di basket nelle prime sei partite, dove hanno dato 50 (lo ridico: 50) punti di scarto ai Grizzlies, umiliato una volta Nuggets e Rockets e due volte i Pelicans, oltre che battuto i Clippers (non proprio un calendario semplice). Per trovare qualcuno che nelle prime sei abbia fatto più dei 213 punti di Curry bisogna tornare al 1989, dove troviamo un signore col 23, tale Michael Jordan, che ne fece 214. Significa che Steph vale MJ? Assolutamente no, sono solo numeri, e comunque non ha senso fare certi confronti. Quello che avvicina Curry al più grande di tutti i tempi è la percezione che se ne ha in campo: è una macchina da pallacanestro senza eguali, in grado di superare i limiti posti da un fisico abbastanza normale, se parametrato all’atleta NBA medio. Vi imploro, siamo davvero tutti testimoni, guardate le partite. Anche quando non ingranano nemmeno la terza, i Warriors regalano sempre qualcosa per cui stropicciarsi gli occhi, soprattutto non hanno mai dato l’impressione di potersi lasciare scappare le partite dalle mani. Contro Sacramento e la sorprendente Detroit, che però veniva da una partita sfiancante giocata 24 ore prima, c’è voluto il minimo sforzo per portare a casa successi con doppia cifra di vantaggio. Il record dice 8 vittorie e zero sconfitte. L’unico problema dei Warriors, che è anche la salvezza della NBA e di tutti i tifosi neutrali, è che nella Western Conference la competizione è veramente infame. Ora, non è il caso di arrivare a conclusioni affrettate dopo soltanto un decimo delle partite della Regular Season, ma qualcosa si può dire.

Per quello che si sta vedendo, la competizione sembra potersi livellare verso l’alto. Gli Oklahoma City Thunder, col nuovo coach Billy Donovan, sperano innanzitutto di poter tenere integri sia Kevin Durant che Russell Westbrook, cosa rara negli ultimi due anni. Impressionante la performance nella maratona di Orlando, vinta al secondo overtime. Oltre a questo, devono lavorare sui loro problemi, soprattutto difensivi: buona fortuna se pensano di insegnare qualcosa a Enes Kanter, che sotto al suo canestro combina un disastro dietro l’altro, da anni. Veniamo agli Spurs. L’acquisizione di Lamarcus Aldridge e David West, più la crescita esponenziale di Kawhi Leonard (sarò scemo, ma a me in attacco inizia a ricordare Kobe Bryant) svincola i grandi vecchi Duncan Parker e Ginobili, all’ultimo tango assieme, dal dover continuamente trascinare la squadra e giocare 40 minuti a partita. Ci vuole ancora del tempo, come dimostra qualche sconfitta già in questo inizio di stagione, ma a fine anno ci saranno anche loro.

Stesso discorso per i Rockets, partiti malissimo con 3 orrende sconfitte, poi tornati in carreggiata con un filotto di 4 vittorie consecutive, in cui James Harden si è presentato con la mano rovente e la faccia dell’anno scorso, quella cattiva. Sarà fondamentale l’inserimento di due acquisizioni estive di livello: Ty Lawson e Marcus Thornton, che può portare i punti dalla panchina di cui l’anno scorso si è sentito un gran bisogno a tratti. Ma non dimentichiamo i Clippers. Coach Doc Rivers si è portato in squadra il suo vecchio capitano Paul Pierce, per tenerlo in panchina nei finali punto a punto (siamo sicuri che lui abbia accettato questo ruolo da panchinaro di lusso?). È arrivato Lance Stephenson, una scheggia impazzita nella squadra di Chris Paul, battezzabile dalle difese per via del suo tiro discontinuo, più Josh Smith, altra testa calda, con enormi problemi ai liberi. Già, problemi ai liberi: viene in mente che hanno pure fatto scoppiare un caso nazionale per far cambiare idea al loro centro, DeAndre Jordan, già promessosi ai Dallas Mavericks, assaltato in casa dai suoi compagni, che lo hanno convinto a non lasciare Los Angeles. Sono curioso di vedere i finali di partita nei Playoffs, con un titolarissimo e un membro importante della panchina che sbagliano un libero su due, quando va bene. Personalmente rimango perplesso, ma se non altro, i Clippers sono più avanti delle altre contendenti, lo dimostra la partita (seppur persa) contro i Warriors, combattuta fino all’ultimo. Blake Griffin, comunque, sta raggiungendo livelli di eccellenza assoluta.

Livellamento verso l’alto, dicevamo. Il “grit and grind” dei Memphis Grizzlies sembra risentire dell’usura di Zach Randolph, e in generale di tutto un sistema sorprendentemente di successo lo scorso anno, ma forse arrivato a patire un po’ troppo un attacco monodimensionale, contro il trend dominante nella Lega, che prevede più tiro dall’arco e meno gioco interno, checchè ne dica Barkley. Comunque, presto per dirlo con certezza. Portland ha perso Aldridge e Matthews senza ricavare praticamente nulla, ma Damien Lillard non sembra troppo voglioso di giocare in una squadra perdente: la crescita di CJ McCollum, già intravista negli scorsi Playoffs, li tiene a galla, in quello che però rischia di diventare soltanto un inizio oltre le attese. Phoenix, Dallas e Denver (che gioia vedere Gallinari in salute), in quest’ordine, hanno bisogno di tirare fuori il loro massimo per arrivare alla postseason. Due possibili sorprese sono gli Utah Jazz, che giocano malino ma sono organizzati e soprattutto vincono parecchio già da metà della scorsa stagione, e i giovani Minnesota Timberwolves, la squadra più futuribile della Lega, dietro soltanto ai Bucks, di cui parleremo dopo. Karl-Anthony Towns, prima scelta assoluta dell’ultimo Draft, sta facendo girare parecchie teste. Nella vittoria in overtime a Chicago ha fatto vedere tutto il catalogo del lungo perfetto: movimenti in post, rimbalzi, stoppate, ottimo atteggiamento e insospettabili doti di passatore, 19 anni e non sentirli. Se Wiggins migliora, specialmente nell’approccio, e Rubio rimane integro, potrebbero esserci delle sorprese già in questa stagione. Kevin Garnett, guida in campo e fuori per questi ragazzi, vuole più di ogni altra cosa un risultato da dedicare alla memoria di coach Flip Saunders, scomparso a fine ottobre dopo una dura lotta contro il linfoma di Hodgkin.

Impressionante in negativo la partenza dei New Orleans Pelicans di Anthony Davis: 6 partite, 6 sconfitte, la sensazione che ci sia sotto qualcosa e che raggiungere dei Playoffs dati per certi alla vigilia della Regular Season sia più complicato del previsto. I Kings di Marco Belinelli, Cousins o non Cousins, sono roba da fondo della classifica. Stesso discorso per i Lakers, che però iniziano a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel coi giovani Randle, Clarkson e Russell. Non mi va di infilarmi nel discorso “ultima stagione di Kobe”, magari ne parleremo più in là. Ora non posso, ho delle lacrime da asciugare.

Player of the week: James Harden – Houston Rockets
Harden

La maggior parte degli addetti ai lavori spiega il cattivo inizio dei Rockets con le pessime serate di tiro di Harden: è un po’ più complesso di così. Ma di certo, l’apporto del “Barba” conticchia. In settimana, 4 partite, 4 vittorie, quarantello scarso di media con più di 5 rimbalzi e 5 assist a partita. Successi importanti, contro OKC e Clippers, battuti in una classica sparatoria da Ovest. La corsa all’MVP è lunga, c’è tutto il tempo per recuperare Steph Curry, che ha già scavato un canyon di distanza da tutti gli altri giocatori.

EASTERN CONFERENCE

Anche qui come a Ovest, c’è la favorita proibitiva. I Cleveland Cavaliers di LeBron James sono riusciti ad arrivare alle scorse Finals senza Kevin Love e senza l’apporto di Varejao dalla panchina, più un Kyrie Irving a mezzo servizio. Chi può impensierirli? Soltanto loro stessi. Anche i dubbi sull’intesa Love-James sono stati spazzati via abbastanza presto. L’aggiunta di Mo Williams porta ulteriori punti nelle mani dei Cavs, ottimi minuti dalla panchina, per quando rientrerà Irving. Vista così, la vera chiave sarà cercare di risparmiare il più possibile LeBron, apparso acciaccato in prestagione. Mi dispiace sparare ancora sul povero Charles Barkley, ma oltre alla topica sui Warriors, quest’anno è riuscito a dire che gli Atlanta Hawks non sono roba da elìte, nemmeno a Est. Non sono solo i primi risultati, che dicono 7 vittorie e 2 sconfitte, a dargli torto. Atlanta ha bisogno di trovare la forma migliore in alcuni dei suoi interpreti più importanti (vedi la gara di stanotte, dove sono andati anche sotto di trenta coi giovani T-Wolves) ma ha mantenuto l’ossatura che tanto bene ha fatto la scorsa stagione, nonostante nei Playoffs ci si aspettasse molto di più da loro. Faccio veramente fatica a immaginarli fuori dalla top five.

In generale, la Eastern Conference viene da anni di assoluta inferiorità rispetto all’Ovest, ne abbiamo parlato diffusamente durante la scorsa stagione. Basta ricordare che i Playoffs 2015 hanno visto partecipare più squadre dell’Est con un record perdente, mentre gli Oklahoma City Thunder, con record vincente, sono rimasti fuori a Ovest. L’inizio di questa Regular Season fa sperare in un inizio di chiusura di tale gap: merito soprattutto dei Detroit Pistons di coach Stan Van Gundy, la più bella sorpresa di questo inizio di stagione. Ricordate i suoi Orlando Magic capaci nel 2009 di arrivare in finale (perdendo) contro i Lakers? Quelli avevano il miglior Dwight Howard mai visto, la versione più vicina a Superman. I Pistons di oggi sottocanestro hanno Andre Drummond: datemi pure del pazzo, ma sono pronto a scommettere che tra 100 anni ci si ricorderà di Howard per le gare delle schiacciate, e di Drummond per ciò che si è visto sul campo. Parleremo tra poco dei suoi incredibili numeri e del suo dominio sotto ai ferri. I Pistons sono una squadra ben costruita, con qualche veterano sottovalutato e una pericolosa quantità di talento giovane: quello di Brandon Jennings, straordinario a tratti nella scorsa stagione, dove già si era visto un barlume di grande squadra; quello di Kentavious Caldwell-Pope, che somiglia molto a un realizzatore di altissimo livello; ma soprattutto quello di Reggie Jackson. Il suo quarantello nella rimonta di Portland, domenica, è una delle prestazioni più esaltanti dell’intero inizio di Regular Season.

Sui Chicago Bulls ci sarebbe moltissimo da dire. Sono state fatte scelte coraggiose, su tutte quella di affidare la squadra a coach Hoiberg, notevole mente cestistica ma pochissima esperienza, se non altro a confronto del suo predecessore, Tom Thibodeau, cacciato via in estate. Coraggiosa anche la scelta di togliere Noah dal quintetto base, tenendolo spesso seduto nei finali di partita. Per ora si sono viste cose ottime, anche contro squadre importanti (Cleveland, pur acciaccata, e OKC su tutte), e cose preoccupanti. La sensazione è che molto dipenda da Derrick Rose. Non sono sicurissimo che l’ambiente abbia fatto pace con la realtà, accettando l’idea di un Rose diverso da quello scintillante pre-infortunio. Lui non si è aiutato, non avendo fatto niente per nascondere di essere preoccupatissimo per la sua salute (“devo pensare anche alla vita dopo il basket”, a Chicago non se la dimenticheranno facilmente), ma tutta la squadra sembra risentire di ogni serata in cui sembra lontano parente della sua migliore versione. Forse non basta, quando giochi nella Conference di LeBron. Stiamo a vedere.

Tra le altre squadre da osservare da vicino ci sono senz’altro gli Indiana Pacers del redivivo Paul George: se sta bene, “PG 13” è un All-Star, un talento fisico sconfinato che migliora partita dopo partita. Non arriveranno in fondo, ma possono dare fastidio anche ai top teams. I Washington Wizards, e il loro comparto esterni Wall-Beal, uno dei più letali di tutta la Lega, sono chiamati al salto di qualità. L’assenza di Paul Pierce, passato ai Clippers, potrebbe farsi sentire quando la palla scotterà. I Toronto Raptors sono partiti alla grandissima proprio come l’anno scorso, ma occhio con i facili entusiasmi: lo 0-4 al primo turno, nonostante l’entusiasmo di tutto il Canada, ancora brucia. Si tende a dimenticare un po’ i Miami Heat, attenzione. Wade sembra ancora in buone condizioni, Bosh è molto motivato dopo aver temuto per la sua vita nella scorsa stagione (coaguli di sangue nei polmoni), Dragic vuole consacrarsi definitivamente. Tasto dolente, quella macchina da highlights che sono i giovani Milwaukee Bucks: non riesco a non farmi attrarre da loro. Atleti senza senso capaci di giocare almeno 3-4 ruoli sul parquet, capitanati da “The Greek Freak”, Giannis Antetokounmpo, e da Jabari Parker, finalmente rientrato dal suo lungo infortunio. La partenza è stata classica per questi casi, una sconfitta inspiegabile contro i derelitti Knicks, come a dire “siamo troppo belli per essere vincenti”. Le prove successive lasciano qualche speranza, per ora il record è vincente (4-3), ma gli avversari battuti sono tra i più morbidi possibili. Io continuerò a seguirli, speranzoso, prima o poi il fiore sboccerà.

Potrebbe essere ancora un po’ presto per i giovani Magic e Celtics, ma se qualcuna delle squadre già citate dovesse mollare il colpo, come è possibilissimo che succeda, potrebbero già inserirsi in un discorso Playoffs. Più difficile che lo facciano gli Charlotte Hornets, anche sfortunati (hanno perso per infortunio Kidd-Gilchrist in prestagione). Sui Knicks, poche speranze anche quest’anno, discorso simile ai Lakers, che per altro hanno appena battuto in una bella partitaccia della domenica mattina. Potrebbe essere stata l’ultima di Kobe al Madison Square Garden. Per la rubrica “perdere e perderemo”, come diceva il presidente della Longobarda, guardatevi Philadelphia e Brooklyn. Solo per stomaci forti. Non mi piace essere cattivo, ma se i Nets hanno messo Andrea Bargnani nelle foto promozionali prestagione, qualcosa di sbagliato deve esserci.

Player of the week – Andre Drummond – Detroit Pistons
Drummond

I fortunati di voi che hanno visionato Detroit-Portland, hanno visto Andre Drummond mettere 29 punti e prendere 27 rimbalzi. 27. Terza partita stagionale da 20 punti e 20 rimbalzi, 20,3 a partita per entrambe le voci statistiche. Nelle prime sei, soltanto Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar sono riusciti a fare meglio nella storia della Lega. Un mostro, poco altro da aggiungere. Vederlo dominare a centro area è uno spettacolo incredibile. La Motor City ha licenza di sognare il ritorno ai Playoffs.

Plays of the week:


Chiudiamo con le migliori giocate della scorsa settimana…

About Mattia Cutrone

Nato e cresciuto a Genova, segue la NBA dalla tenerissima età di 12 anni. Fa parte della redazione sportiva di Radio 19 ed è anche responsabile della sezione musicale di Yury Magazine.

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