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Intervista a Ice One e Don Diegoh: “la nostra unione è la cosa più riuscita delle nostre carriere”

Don Diegohdi Giorgio Quadrani

Qualche giorno dopo l’uscita di Latte & Sangue, l’ultima fatica di Don Diegoh e Ice One, ho incontrato i protagonisti di questo nuovo viaggio, pubblicato dalla Glory Hole Records lo scorso 9 ottobre.
Un’avventura dai connotati molto interessanti che incuriosisce, non solo per le assodate qualità artistiche dei due, ma per una caratteristica che rende questo binomio apparentemente ‘insolito’: una differenza anagrafica considerevole, di ben diciotto anni, che separa il producer romano dall’emcee crotonese.
Ho impostato la chiacchierata a mo’ di intervista doppia, cercando di andare a cogliere dei flash in grado di dirci se, effettivamente, il fattore età, per i due artisti, rimanga solo un elemento di differenziazione sul piano anagrafico o, invece, si tratti di qualcosa di tangibile nei loro spunti di riflessione.

RapBurger) Qual è stato il tuo primissimo approccio con l’hip hop?
Ice One)
Non ha una data ben precisa. Tutto si colloca alla fine degli anni ’70. Ascoltavo dischi che arrivavano da fuori e, da grande appassionato di musica qual sono e da DJ alle prime armi quale ero, scoprii qualcosa che era già dentro di me, magari all’interno di pezzi black dei Led Zeppelin o pezzi di James Brown, in alcuni dei 45 giri che i miei spesso e volentieri acquistavano. Odiavo la musica italiana, cosa che invece poi ho rivalutato nel tempo, invece. A casa di un amico, un giorno, per la prima volta misi le mani su di un giradischi: stava mixando qualcosa degli Sugarhill Gang, ed è da lì che si può dire che per la prima volta mi avvicinai all’hip hop. Mi colpì il wild style, il lato selvaggio del genere, prima ancora che venisse poi suddiviso nelle quattro canoniche categorie.
Don Diegoh) Intorno ai quattordici anni, a Crotone facevo parte di una comitiva con cui giocavamo solamente a pallone, finché un giorno i miei amici hanno iniziato a menzionare personaggi come Neffa, Notorious B.I.G,, Tupac, Will Smith, OTR, Piombo a Tempo, eccetera, ed io non sapevo di che stessero parlando. Così, per non rimanere fuori da questo giro di amici, ho cominciato ad interessarmene anche io, poi la cosa – giorno dopo giorno – mi ha preso in maniera sempre più significativa, tant’è vero che adesso sono rimasto l’unico di quel gruppo lì a fare rap. Primo approccio, quindi, con il rap e le bombolette: con le bombolette, ero negato; con il rap pure, ma poi mi sono impegnato a migliorare nel tempo (si ride, ndr.).

RapBurger) In che tipo di contesto sociale/culturale sei cresciuto?
Ice One)
Nasco in una famiglia che si era spostata a Torino per esigenze lavorative. In quell’ambiente, si respiravano pensieri e prese di posizione di ogni tipo, dal razzismo alla condivisione. Torino, probabilmente, è la città più meridionale d’Italia. Dopodiché, vengo proiettato in una città come Roma, città sicuramente più aggressiva della stessa Torino ma, allo stesso tempo, anche più viscerale e realistica. A Roma, serve quello puoi fare al momento, non quello che potresti fare. A Roma, o non fai un cazzo, o fai un macello: non c’è una via di mezzo. Dal punto di vista musicale, il fatto di trovarmi a Roma è stato fondamentale. Tra i miei maestri, cito DJ come Prince Faster, Faber Cucchetti e Marco Trani. I mix in radio di Fabio Cucchetti, in particolare, hanno introdotto l’hip hop dalle nostre parti, erano veramente rivoluzionari.
Don Diegoh)
Avendo fatto il liceo classico prima, studi universitari in filosofia e comunicazione e master in marketing e comunicazione poi, il mio background si fonda principalmente su influssi di natura letteraria, se vuoi. Anche nel disco precedente, Radio Rabbia, si avverte quest’influenza nei testi. Quindi, studi classici. Poi, ovviamente, ho studiato anche molti classici del rap.

RapBurger) Quand’è stata la prima volta, invece, in cui hai sentito parlare del tuo compagno di avventura di Latte & Sangue?
Ice One)
Già dal 2010, o poco prima, avevo iniziato a sentir parlare, tramite social principalmente, di questo emcee. Ci siamo conosciuti tramite Facebook, perché avevo risposto ad un suo post in cui si poneva una domanda comune a molti artisti: “continuo? È questo il viaggio della mia vita?”. Gli risposi in privato, dicendogli “cazzo, Diego, spacchi! Continua, ma che ci pensi pure…”. Mi propose, a quel punto, di fare il remix di un suo pezzo ma che poi non venne pubblicato. Durante i live, poi, ci siamo conosciuti come si deve. È un ottimo freestyler, ma ha sempre saputo scrivere bei testi. Da lì in avanti, abbiamo iniziato a lavorare in vista di qualcosa che un domani sarebbe arrivato.
Don Diegoh) Parliamo della metà degli anni novanta, quando ho scoperto B-Boy Maniaco e Odio Pieno che sono stati un po’ gli input. Poi, in verità, ne ho sentito parlare in maniera un po’ più profonda quando ho ascoltato Frankie Hi-Nrg con “Quelli che benpensano”, sapendo che la strumentale fosse proprio sua. Ancora, poi, giocando a Fifa, nella cui colonna sonora c’erano alcuni suoi pezzi (roba più elettronica e meno hip hop), così come nel film Paz!, firmati come DJ Sensei. Andai in fissa con quel film, e mi trovai Sebi in quelle vesti lì.

RapBurger) Cosa vi ha spinto a collaborare?
Ice One)
È nato un gruppo, un duo, perché ci siamo trovati a guardarci le spalle anche nella vita reale. A livello umano, ci sono state delle vicende che ci hanno unito di più. Non è sempre tutto rosa e fiori nell’amicizia, però si tratta di un’amicizia molto forte basata su una stima reciproca. E, soprattutto, sulla voglia di creare qualcosa insieme perché abbiamo un obiettivo comune: possiamo andare in ogni contesto senza pensare di sporcarci o di sporcarlo, semmai di migliorarlo.
Don Diegoh) Guarda, in primo luogo il feeling che ci unisce dal punto di vista sonoro, ma soprattutto dal punto di vista umano. Mi piace collaborare con uno, o al massimo due, beatmaker alla volta, per far sì che il progetto abbia un’identità sonora precisa; poi, perché credo che il beat faccia il 75/80% di un pezzo, quindi anche di un album, no? Lui mi ha dato questa possibilità perché si è reso disponibile a collaborare al 100% e, inoltre, mi ha messo a disposizione il meglio delle sue produzioni degli ultimi anni. Mi sono trovato in una situazione di comfort nuova, dopo aver comunque già provato l’esperienza di un unico produttore in Radio Rabbia, appunto Mastro Fabbro. Passo dopo passo, ce l’abbiamo fatta.

RapBurger) Cosa significa per te Latte & Sangue?
Ice One)
Inizialmente, volevamo chiamare il disco Re Nessuno. Non mi piacciono le storie in cui dicono king eccetera; sono tutte cazzate quelle. Per me, la corona fa venire la forfora, si arrugginisce (ride, ndr.). Anche perché, se sei un re, devi occuparti di un miliardo di persone. Non mi sembra ci siano personaggi di questo tipo nella scena. Ce ne sono tanti che potrebbero diventare re, volendo. Però, ad oggi, nessuno lo è, nessuno di noi. Mi prendo la responsabilità degli amici: ‘sta storia del king a me non è mai interessata. Comunque, il latte e il sangue sono due elementi che, al sud, vengono nominati tanto: sono i due fluidi corporei più importanti della vita.
Don Diegoh) Intanto, sono due elementi naturali. Sono, poi, due punti lontani nel tempo: il latte inteso come giovinezza, se vuoi; sangue inteso ferite che ricuci con la musica. Latte e sangue insieme formano anche un detto che significa, al sud, ‘cerca di stare in salute’ e anche, in qualche modo, ‘stare in forma’ o ‘metterci grinta’. E, infine, mi piace come suona.

RapBurger) Qual è il brano che senti più tuo all’interno del disco?
Ice One)
Non c’è un brano che mi piaccia di più in generale: alla fine, ti affezioni a tutti perché, mentre lavori al disco, ci torni più e più volte su tutti quelli che vedi nella tracklist. Mi piacerebbe, però, produrre un album tutto come “Para Siempre”, insomma dei banger su quella scia lì (ride, ndr.).
Don Diegoh) L’intro del disco, “Lascia” (in collaborazione con Shorty).

RapBurger) I quasi vent’anni di differenza che avete rappresentano un limite, un punto di forza o, ancora, nulla di tutto questo nel vostro rapporto artistico?
Ice One)
Per me, in generale, non conta niente. Non vorrei cadere in quel cliché da boyscout per cui io e Diegoh siamo, rispettivamente, fratello maggiore e minore: siamo entrambi fratelli minori. Abbiamo problematiche diverse legate anche all’età, a volte, ma io non sono uno che bada al tempo, età e calendari.
Don Diegoh) È tutto grasso che cola. Significa lavorare con una persona che ha già un bagaglio d’esperienza espanso. Quest’esperienza lui l’ha messa totalmente a disposizione, prima sul piano umano, poi su quello musicale. Mi ha dato consigli, prima di tutto, che riguardano la vita di tutti i giorni. Siamo, per fortuna, diventati subito amici, e quest’amicizia ci ha portato a creare l’amalgama giusta nel sound. Sebi non è una persona che si mette su un piedistallo e ti dice “adesso ti insegno le cose”; è una persona che si mette al tuo livello e cerca di confrontarsi con te. È chiaro, lo fa nel momento in cui, dall’altra parte, c’è una persona che ha voglia di maturare. Il suo motto è: il maestro compare quando l’allievo è pronto.

RapBurger) Un pregio ed un difetto che trovi nel tuo amico.
Ice One)
Diegoh è una persona troppo educata. A Roma, quando è arrivato Diegoh, abbiamo ripreso in mano il galateo (si ride, ndr.). È una persona dai mille permesso, scusi, grazie, prego; cioè da ‘ste parti è tutto molto più rough. Ha spina dorsale di un certo tipo, con dei genitori che gli hanno dato un’educazione all’antica. È una cosa da paura, ma spesso è un pregio che diventa quasi un difetto! Il suo pregio è la sua forza nel freestyle, nel centrare gli argomenti e, soprattutto, di saper dialogare col pubblico.
Don Diegoh) Un pregio? L’umiltà. Un difetto? Russa (ride, ndr.).

RapBurger) Cos’è che ha di diverso Latte & Sangue rispetto a quelli fuori in questo momento?
Ice One)
Noto che alla gente piace dividere in new age dell’hip hop, old school, eccetera. Diciamo che a me questa tendenza non piace molto. La differenza? Il fatto che l’abbiano fatto Don Diegoh e Ice One, ovvio. Poi, la ricerca di un sound voluto, cercato e studiato. Nell’album c’è quello che ne era del passato ma anche diverse suggestioni che arrivano dal futuro. In alcuni beat, infine, mi sono divertito ad usare lo stesso campionamento, dando vita a melodie ed atmosfere completamente diverse tra di loro. Ancora nessuno mi ha fatto notare nulla in merito. A distanza di quasi vent’anni, per farti un esempio, un ragazzo ha beccato il campionamento di “Quelli che benpensano” (Nicole Croisille – “Dawn Comes Alone”). Era il lato B di una colonna sonora, trovata pescando per caso in un mercatino (ride, ndr.).
Don Diegoh) A dir la verità, non sono così informato su quanto uscito fuori nell’ultimo periodo, perlomeno in Italia. Di sicuro, viviamo un momento in cui molte persone sperimentano una serie di suoni e, in qualche modo, hanno anche questa voglia di guardare oltreoceano in maniera sempre più ampia. Non è tanto discorso di usare l’autotune, o di fare l’extrabeat, strumenti nei confronti dei quali non ho nulla da ridire, anzi. Più che altro, noto come all’interno di molti progetti ci sia un po’ poca anima, e percepisco come molta gente faccia rap quasi solo per moda. Noi facciamo i dischi, la musica con i nostri tempi, al di fuori di determinate logiche di mercato. La differenza, dunque, non posso dirtela su due piedi, perché non conosco molto il resto. Posso dirti che nel disco c’è tanto di noi, c’è cuore e c’è voglia di mandare un determinato messaggio in un momento in cui si è perso un po’ l’amore per l’hip hop.

RapBurger) Col senno di poi, cambiereste qualcosa nel disco?
Ice One)
Niente, ma per una ragione molto semplice: è un lavoro che ancora noi stiamo cercando di capire. Quando uscirà il prossimo album…
Don Diegoh) No, diciamo che non torno indietro nemmeno per prendere la rincorsa. È un disco ponderato: vado fiero di ogni decisione che abbiamo preso. Quel che è fatto è fatto. Semmai, in base al feedback saprò come agire in futuro. Sono molto contento, comunque, di come sia uscito.

RapBurger) Una collaborazione del genere la ripetereste?
Ice One)
Penso che la ripeteremo cercando di capire, di volta in volta, se poi ne faremo un’altra ancora, e così via. Comunque, al di là dell’ipotesi di ripeterla o meno, nella vita di Ice One e nella vita di Don Diegoh quest’unione sul palco si è dimostrata una delle cose più riuscite nelle carriere di entrambi. Quindi, sì, sicuramente si ripeterà.
Don Diegoh) Sì, sicuramente sì. Sono dell’idea che però, prima di scrivere determinate cose, dobbiamo vivere, innanzitutto; quindi, il prossimo eventuale album sarà figlio di un periodo, di esperienze reali tangibili e di live. Latte & Sangue è figlio di almeno venti live fatti assieme, che abbiamo vissuto, oltre che sul palco, per strada, sui treni, nel soundcheck. Ci sono, in ogni caso, delle cose su cui possiamo andare a lavorare, perché Sebi non si ferma mai. Io, ad oggi, mi sento un minimo prosciugato, come è giusto che sia, dopo l’uscita di un album da diciassette brani e diversi featuring qua e là durante l’anno. Me la prendo con calma, ma ci sono dentro.

RapBurger) Domanda sui featuring. Avresti voluto inserire qualcun altro, in aggiunta ai nomi presenti sul disco?
Ice One)
Fondamentalmente, dei featuring se ne è occupato Diegoh. O meglio, non è che a me non stessero bene, anzi. Da un lato, io, almeno, sono portato ad immaginare un album ideale senza featuring, o con qualche collaborazione in un paio di pezzi, al massimo. Questo perché poi diventa problematico portarlo dal vivo. Dall’altro, i featuring – spesso e volentieri – servono per definire varie questioni: in questo caso, sono serviti proprio a far nascere questa sinergia. Manca qualcuno all’appello? Sì, nel senso che ci piacerebbe collaborare anche con altri artisti, ma bisogna trovare i pezzi adatti per farlo.
Don Diegoh) Sì, sicuramente. Per un pelo, manca Riccardo Sinigallia che ha mostrato molta stima nei confronti del progetto ma, purtroppo, per questioni burocratiche, non ce l’abbiamo fatta. Mi sarebbe piaciuto, poi, collaborare con Lucci, Suarez e Big Things.

RapBurger) Ultima domanda: cosa ti piace e cosa non ti piace della scena attuale?
Ice One)
Mi piace il fatto che ci sia un grande movimento, da due o tre anni a questa parte, attorno a quello che è il concetto di rap. Quest’albero (il rap), cresciuto in maniera idroponica, ha bisogno di essere piantato in qualcosa di più solido per poter sviluppare ancora. Altrimenti, viene tagliato e rimpiazzato. Di conseguenza, la cosa che mi piacerebbe nella scena italiana è che l’attenzione delle major venga orientata concretamente verso l’underground, ovvero il posto dove nascono i talenti. I talent scout hanno il culo incollato alle sedie e non vanno più a vedere le serate. Andare ad una serata e vedere come funziona un gruppo dal vivo è un po’ diverso che guardarsi un video su YouTube. I presidenti delle major, fino agli anni duemila, venivano a sentirci nei locali con le proprie orecchie. Non c’erano alternative.
Don Diegoh) Mi piace che ci sia molto fermento. Non mi piace è che ci sia molto egoismo. Potrei rimanere qui per ore ad approfondire la cosa, ma in realtà l’unica osservazione che mi limito a fare è che, più passa il tempo, più mi sembra che la gente non viva questa cosa dell’hip hop come un qualcosa da portare avanti insieme. È più un qualcosa in cui tutti si fanno i cazzi loro, in cui tutti coltivano il proprio orticello. Probabilmente, è anche giusto così. Ma quel che vediamo è, indubbiamente, figlio di un periodo in cui questa cosa del rap va di moda; quindi, ognuno sta investendo tantissimo in sé stesso. Dal mio punto di vista, l’ho sempre vissuta come una cosa d’insieme, motivo per il quale nel disco trovi tanti featuring scelti da me. Mi piacerebbe, dunque, vedere una condivisione d’esperienze, più che una condivisione di video, di post, di Facebook e di Twitter. Di social, ormai, sono rimasti solo i network (ride, ndr.).

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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