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Intervista a Jacopo Volpe, il batterista dei tour di Gemitaiz & MadMan e Coez

Jacopo Volpedi Giorgio Quadrani

In questa speciale puntata di Dietro ai Fornelli, incontriamo Jacopo Volpe, conosciuto da molti di noi come il batterista al seguito di Coez e Gemitaiz & MadMan, durante i propri tour lungo la penisola.
Se parliamo di live, il 2014 è stato un anno di rottura per il rap italiano: molti artisti, o band, del mondo hip hop, hanno avvertito l’esigenza di voler dare al pubblico quel qualcosa in più rispetto a quanto offerto fin lì, ovvero della musica suonata da musicisti in carne ed ossa che sono andati, così, ad affiancare sul palco DJ ed emcee.
Jacopo Volpe, romano classe ’90, ha già significative esperienze alle spalle, sia come componente di alcune band del nostro panorama (i Vanilla Sky, per esempio), sia come turnista, in giro per l’Italia e per il mondo. Per questo, abbiamo voluto ascoltare una voce, in qualche modo, ‘fuori campo’ per renderci ancora meglio conto di come sia cambiato il modo di concepire e strutturare l’appuntamento dal vivo negli ultimi due anni.

RapBurger) Ciao Jacopo, da quel che leggo sulla tua bio su Facebook, hai iniziato intorno a suonare la batteria intorno ai cinque anni. Non poteva non venirmi in mente un collegamento naturale con il recente film Whiplash. Il tuo rapporto con la batteria, mi auguro non sia stato così devastante come lo è invece per il protagonista del film…
Jacopo Volpe)
Partiamo subito dicendo che su Whiplash ho le più grandi riserve del mondo (ride, ndr.). È un film poco realistico, almeno per quel che mi riguarda. Quel film rappresenta tutto il contrario di quello che deve essere un rapporto sano con la musica e con lo studio. La musica, ovviamente, non deve essere neanche un gioco nell’altro senso, però quel film è uno struggle continuo, e non è affatto una bella cosa. Per non parlare del poco realismo, a partire dalle mani sanguinanti: può succedere live, ok, e non ti fermi; se stai studiando, invece, e ti sanguinano le mani, ti fermi ovviamente. Per me, dunque, recensione negativa.

RapBurger) Chiarissimo. Tra l’altro, sempre scorrendo la tua bio, ho letto che sei entrato a far parte di quella band che sarebbe salita agli onori della cronaca, qualche anno più tardi, come Gazosa. Ti sei tirato fuori in tempo?
Jacopo Volpe)
Sì, diciamo che, anche grazie ai miei genitori, ho vissuto quella fase senza sapere quello che mi stesse accadendo realmente intorno, insomma come dovrebbe viverla un bambino di sette anni. Tramite un’amica di mia madre, ho saputo che c’era un gruppetto di ragazzini un po’ più grandi di me, e da lì ci siamo conosciuti (con i futuri Gazosa, ndr.). I genitori del chitarrista e della cantante erano dentro al mondo della musica, così – dopo aver confezionato questa baby band – ci hanno messo in contatto con la Caselli. Ho partecipato al provino, con la Caselli dietro il vetro-specchio, che ci ha presi subito. Una volta proposto il contratto, mia madre ha chiesto chiarimenti: si trattava di ritmi parecchio stressanti per un bambino di quell’età, e di tante rinunce a diverse cose. Mia madre rifiutò per me, quindi. Lì per lì non me ne rendevo conto. Poi, quando hanno vinto Sanremo, ho sofferto per un attimo.

RapBurger) Immagino che per un bambino, magari, non fosse proprio facile da mandar giù una cosa del genere.
Jacope Volpe)
Sì, quando in prima media, poi, dicevo “sai, i Gazosa erano il mio gruppo”, puoi capire come altri bambini mi dicessero “che stai a di’? No, non è vero”, quindi mi dispiaceva il più fatto che non potessi provare di essere arrivato lì. In realtà, col senno di poi, sono contento di come siano andate le cose, almeno per me.

RapBurger) Poi, ti sei fatto una bella gavetta fino ad arrivare a diventare il batterista dei Vanilla Sky, ad oggi ancora la tua band attuale (insieme al progetto Astral Week). Avete girato parecchio per il mondo, eh?
Jacopo Volpe)
Nel 2007, prima ancora dei Vanilla Sky, ho iniziato a suonare nei New Hope, nel giro dell’underground romano. Dopo la produzione del disco a Torino, abbiamo fatto un tour in est Europa (Lituania, Lettonia, Estonia), malgrado frequentassi la scuola (ride, ndr.). Ad un certo punto, abbiamo iniziato a condividere la sala prova con i Vanilla Sky che, nel momento ebbero bisogno di un nuovo batterista, decisero di provinarmi. Ho superato il provino, e da lì in poi una serie di date fuori dai nostri confini: dieci giorni in Austria di fronte ad oltre mille persone per live. Poi è uscito il disco prodotto da Universal (Fragile, ndr.), che ci ha permesso di girare il mondo: Russia, Giappone, Germania, diversi bei posti. Il genere, poi, ha visto un calo d’interesse nei propri confronti, quindi sono diminuite anche le date, di conseguenza. Tranne in Russia, dove continuiamo ad andare molto forti.

RapBurger) Nel frattempo, sei entrato in contatto con sponsor importanti come Zildjian che ti ha permesso, poi, di suonare dal vivo con batteristi del calibro di Gavin Harrison (Porcupin Tree) e Mike Mangini (Dream Theater).
Jacopo Volpe)
Ho avuto l’occasione di partecipare allo Zildjian Day, uno show itinerante per il mondo promosso proprio dalla nota marca di piatti per batterie. In Italia, sono stato scelto assieme a Cesare Petulicchio dei Bud Spencer Blues Explosion per partecipare alla tappa italiana. Un bel riconoscimento, devo dire. Ho sfruttato la visibilità avuta con i Vanilla Sky, per avviare questi contatti con gli sponsor: poi, la bravura mia è stata quella di fornirgli sempre materiale di un certo livello, curandolo nei minimi dettagli. Per esempio, durante i live, prendo due-tre operatori che filmano il live come si deve, anziché, per dire, farlo solamente con la GoPro fissa e statica su di me. Nel 2015, l’occhio vuole la sua parte. Il grosso del lavoro è la componente tecnica, ovvio, però presentare le cose in un determinato modo è, allo stesso tempo, fondamentale.

RapBurger) In tutto ciò, c’è stato l’incontro con il rap italiano, con i vari Coez, Gemitaiz & MadMan. Com’è avvenuto?
Jacopo Volpe)
Un amico stretto, con cui condividevo la passione per un altro genere musicale, mi ha portato, non dico di forza ma quasi, al concerto di Salmo al Circolo degli Artisti, nel 2012. Non lo seguivo ancora Salmo ma, una volta finito il concerto, mi sono detto “questo non è solo rap, è uno schiaffo in faccia”. E da lì, ho approfondito il discorso Salmo, fino a scoprire il mondo Machete. Sull’onda Travis Barker ed i suoi crossover col rap, ho deciso di impacchettare un video, mettendo la batteria su “King Supreme”. Pubblico il video, arriva subito Machete che lo riposta, Salmo lo retwitta e prende bene a diverse persone di quel giro. Poi, vado a suonare in Sardegna con i Vanilla Sky ed un ragazzo, vedendomi entusiasta nei confronti della musica di Salmo & co., mi mette in contatto con lui. Salmo, che stava per partire con i live con band al seguito, aveva già una sua formazione.

RapBurger) Se non sbaglio, era proprio il suo gruppo storico.
Jacopo Volpe)
Sì, e da questo punto di vista apprezzo molto il fatto per cui, quando arrivi ad livello molto alto, riesci a ridare alle persone che si sono fatte il culo con te qualcosa in cambio. Riprendersi la propria ex band, con cui magari eri andato a dormire per terra nel posto più sperduto d’Europa, è una cosa che gli fa molto onore. Nel frattempo, avevo un progetto con Whtrsh, impostato su tre batterie e un DJ, una sorta di DJ set più acustico. Whtrsh era anche il DJ di Coez, quindi – quando c’è stata l’esigenza per Silvano di avere una band con sé – il Banana (Whtrsh, appunto) non ci ha pensato un attimo a fare il mio nome (ride, ndr.). Il contatto parallelo, poi, con Frenetik & Orang3 mi ha permesso di entrare in rapporti con Tanta Roba, quindi Gemitaiz e MadMan.

RapBurger) Dunque, ascoltavi pezzi rap prima di quel momento? Oppure, consideravi l’hip hop come un qualcosa di distante dai tuoi interessi?
Jacopo Volpe)
Ascoltavo dei capisaldi, come qualcosa dei Beastie Boys o Eminem, sempre rimanendo nel mainstream, comunque. Tramite mio padre, ho ascoltato qualcosa che si avvicinava al rap, ma che di matrice era funky con qualche scratch, tanto groove e la parlata alla James Brown. Per quel che riguarda l’Italia, ho apprezzato da subito Salmo, per poi andare a scoprire qualcosa in quel sottobosco che prima non conoscevo. Ah, certo, ascoltavo Fibra. Non mi compravo il disco né andavo a fare la fila per l’instore, però lo seguivo eccome.

RapBurger) Tornando ai diversi rapper con cui stai collaborando, li hai trovati preparati al cambiamento della formula nel live?
Jacopo Volpe)
In ordine cronologico dall’avvio delle collaborazioni, partiamo da Silvano. La sua musica, com’è naturale aspettarsi, nasce già con l’esigenza di essere suonata dal vivo con strumenti veri e propri. Rispetto a quelle che sono le produzioni in studio, c’è solo più energia dal vivo. In realtà, infatti, per un batterista, è più stimolante arrangiare o comunque suonare sopra un beat, come potrebbe essere qualcosa di vecchio del repertorio di Coez, prima di Non Erano Fiori, per intenderci. Per Silvano, quindi, questo cambiamento è stato molto naturale ed in linea con il suo percorso artistico. È musica suonata, a tutti gli effetti.

RapBurger) Con Gem & Mad, invece, come ti trovi?
Jacopo Volpe)
All’inizio, ero un po’ spaventato dal fatto che potessero essere troppo straight rispetto alla musica ed ai beat dei brani, o che potessero richiedere troppo di avvicinarsi a quello che era il beat originale. Invece, sono stato molto sorpreso in positivo dalla loro apertura musicale e, soprattutto, dal loro mettersi a disposizione mia e degli altri musicisti come Frenetik & Orang3 nell’ascoltare le varie proposte. Il live set, infatti, è ben costruito ed è molto convincente.

RapBurger) Sei incappato, che ne so, in qualche limite insito nei rapper stessi, proprio per la loro particolare natura di artisti?
Jacopo Volpe)
Limiti, nel vero senso della parola, no. Posso dirti, però, che per il loro flow hanno richiesto delle piccole scelte che, personalmente, non avrei fatto a livello di orecchio. Però, quello che ti dico rientra sempre nel normale svolgimento delle cose. Si tratta di punti di vista, alla fine.

RapBurger) Quindi, cambia molto rapportarsi ad un rapper rispetto ad un cantante di altri generi (pop, rock, eccetera), o no?
Jacopo Volpe)
Cambia molto, sì, però in positivo, nel senso che a te strumentista ti da modo di reinterpretare delle cose che altrimenti, con altre tipologie di artisti, non avresti modo di cambiare. È molto stimolante, perché andare a sostituire o ad aggiungere degli elementi con la tua creatività è più divertente di seguire quella partitura che è e rimane così da quando esce per la prima volta dallo studio di registrazione.

RapBurger) Negli ultimi due anni, si è allargata a macchia d’olio questa tendenza tra i rapper a portarsi appresso degli strumentisti sul palco. Onestamente, credi che inserire uno strumentista in qualsiasi formazione rap sia, per forza, un valore aggiunto? In alcuni casi, personalmente, l’ho visto come un punto in più a favore dello show, in altri mi è sembrato quasi superfluo.
Jacopo Volpe)
Dal mio punto di vista, dipende molto dalla situazione e dal contesto. Se suoni su palchi come quello dell’Home Festival, il fatto di essere in cinque persone sul palco e non in due, anche solo a te-artista arriva una botta, un’energia che senza i musicisti non percepiresti. Per entrare nel mood della serata, è indispensabile. È anche vero, però, che in certe situazioni, dalle dimensioni più contenute rispetto a quelle di un festival, la formazione vecchio stile, DJ e rapper, vince. Per farti un paragone, vedere un Asap Rocky (che ho visto dalla TV, comunque) accompagnato da una band, su mega palchi internazionali, cambia tutto in positivo; nella situazione opposta, fa un altro effetto; sembra più freddo.
È chiaro, poi: se dietro ai piatti hai un A-Track, che di fatto suona veramente, basta anche lui da solo. In definitiva, penso sia una questione di gusti.

RapBurger) C’è un rapper con cui ti piacerebbe collaborare?
Jacopo Volpe)
Tra gli italiani, c’è sempre Salmo, che resta sempre un po’ il motivo per cui è partito tutto. Non lo reputo un semplice rapper, ma un musicista a trecentosessanta gradi. In realtà, mi piacerebbe diventare, per quel che riguarda dei beat in studio, la persona a cui chiedi quella determinata cosa: ti serve una batteria suonata in studio? Sai che puoi che puoi chiamarmi, ecco.

RapBurger) Domanda un po’ di rito, ovvero se c’è un batterista che in qualche modo ti ha ispirato nel tuo cammino artistico.
Jacopo Volpe)
Sì, c’è spesso la tendenza a rispondere ad una domanda del genere con il nome meno ovvio e più sconosciuto possibile, ma ti dico che ho subito il mito di Travis Barker e non mi vergogno a dirlo, anzi. Quello che ha fatto è sotto gli occhi di tutti. È chiaro, ora mi sono un po’ allontanato da quel modello lì. Non ti nego che mi piacerebbe essere il futuro Questlove, batterista dei The Roots, attualmente direttore dell’orchestra del Jimmy Fallon in America. Non voglio essere etichettato come il batterista di qualcuno, ma voglio sentirmi musicista a tutto tondo, dai live alle produzioni in studio.

RapBurger) Hai collaborato con diversi artisti ultimamente, tra cui Michele Bravi, se ci spostiamo nel pop, per esempio. Ma tra i tanti, m’incuriosisce il pezzo con SBCR (The Boody Beetroots) per un remix di “Spider”, sul canale di DIM MAK, con tanto di consacrazione da parte di Steve Aoki in persona sotto il link di Youtube (“this is dope!!”). Raccontaci un po’ com’è nata quest’esperienza.
Jacopo Volpe)
Sì, quando ho visto quel commento, è stato un bel colpo in positivo. In pratica, il cantante dei Vanilla Sky, che negli ultimi anni è diventato produttore elettronico di un certo peso, è entrato in contatto con Bob Rifo. Pourparler, sono arrivati dei miei video a Bob Rifo, che mi ha fatto dei complimenti e, piano piano, ha iniziato ad informarsi sul mio conto, così mi è stato proposto di mettere le batterie su “Spider”, in un remix. Mi sono fatto aiutare dal mio caro amico Roberto nel montaggio del video che è stato apprezzato molto da Bob, il quale poi l’ha girato a DIM MAK: il video, così, è stato scelto come modello per organizzare un contest di remix su quel pezzo. È stata una bella esperienza e, anzi, ne approfitto per dire che, semmai dovesse leggerla Bob Rifo, nel caso in cui riparta il Bloody Beetroots Live (anche nella veste SBCR), è attualmente la cosa che mi fa più gola, non per il nome ma proprio per il tipo di progetto.

RapBurger) Chiudiamo con i progetti hai per il futuro.
Jacopo Volpe)
Prendere un razzo e spararmi dall’altra parte del mondo (ride, ndr.). No, comunque ho del materiale su cui lavorare che mi consentirà, in un secondo momento, di andare fuori, negli Stati Uniti. Devo solo capire come si svilupperanno le cose, non dico nell’immediato, ma poco più in là. Gli altri progetti più vicini a noi sono quelli di seguire gli artisti che già seguo nei tour che verranno, con i loro nuovi progetti. Infine, quello di chiudermi in studio a creare con la batteria e computer suoni che non siano solamente percussivi, ma diventino la base per melodie completamente diverse.

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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