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MONDO NBA – Golden State: è record! Porzingis scalda il cuore di NY

copertina

Fatta la storia. Dopo una pazzesca serie di vittorie, la più bella in casa dei Clippers, i Golden State Warriors battono i Lakers e fanno registrare il miglior inizio di Regular Season della storia della NBA. La Eastern Conference intanto migliora il suo livello medio, l’equilibrio la rende terra di opportunità: Kristaps Porzingis sta facendo tornare l’amore tra i newyorkesi e il basket.

WESTERN CONFERENCE

Per il terzo martedì di fila, mi ritrovo costretto ad aprire la rubrica parlando della stessa squadra. Inizialmente sono un po’ in imbarazzo, la cosa sembra denotare una sospetta mia preferenza per il club. Poi riguardo bene i fatti della settimana, e soprattutto i numeri: ecco, lì capisco che non posso esimermi. La distruzione di ciò che resta dei Lakers di questa notte li porta a quota 16 vittorie e zero sconfitte, il più grande inizio di stagione di tutta la storia della Lega. Questo strepitoso risultato arriva dopo una settimana di successi di enorme qualità, su Raptors, Bulls, Nuggets e soprattutto sui Clippers, a Los Angeles: una delle più belle partite di Regular Season di cui io abbia memoria. Un autentico monologo, nei primi due quarti e mezzo, di Chris Paul e Blake Griffin, con i Warriors arrivati a essere sotto di oltre venti punti. Di lì in poi, spenta la luce. Curry, Green, Iguodala, Barnes e Thompson, il quintetto dei finali di gara (se ci limitiamo al punteggio relativo solo a quando sono stati in campo insieme questi cinque, siamo a circa + 100 cumulativo sugli avversari affrontati, tutto vero), ha completato e chiuso la rimonta iniziata dall’ottimo lavoro della panchina. E mi tocca tornare a ripeterlo, per la terza volta su tre puntate di questa rubrica: uno spettacolo sensazionale di basket di squadra, anzi di sport di squadra, trasversalmente. Primi della Lega in punti segnati, percentuale di canestri realizzati (generale e da 3 punti), assist e tanti altri indici statistici, mentre Curry, a proposito di statistica, prima della passeggiata sui Lakers aveva la media punti/minuto più alta (con almeno 500 minuti giocati) di chiunque non si chiami Wilt Chamberlain (0.9), e anche qui parliamo di storia della NBA. Sì, anche più di Michael Jordan. Rinnovo l’invito: se non state guardando i Warriors, vi state perdendo la storia.

I Clippers. Verrebbe fin troppo facile dire che la sconfitta bruciante con Golden State di giovedì abbia pesato sul morale dei ragazzi di coach Rivers, date le successive sconfitte a Portland (scintillante Lillard, va detto) e in casa con Toronto, da cui hanno preso una scoppola abbastanza sconvolgente, nonostante i Raptors siano una squadra da prime 5 a Est. Verrebbe ancora più facile ricordare che a inizio mese i Clippers sono partiti 4-0, poi sono andati proprio in casa di Golden State, e hanno perso un’altra partita che credevano di aver vinto: di lì in poi, due vittorie e sei sconfitte. Inevitabilmente, qualcosa nella testa di Paul e compagni deve essere scattato. Quando incontri due volte la squadra che sai di dover battere per forza se vuoi vincere il titolo, e perdi in modo così bruciante, traendo la sensazione di essere molto indietro anche se così presto nella stagione, perdi un pochino di fiducia. Ma come si era già detto un paio di settimane fa, c’è qualcosa di questa nuova squadra che non convince. Lance Stephenson è stato aggiunto come nuovo membro del quintetto base, ma è già finito ai margini della rotazione. Mettersi in squadra Josh Smith poi, sembrava una cattiva idea sulla carta e si sta rivelando tale: si parla già di un litigio con un membro dello staff tecnico, dopo l’ultima sconfitta con Toronto. In tutto questo, la svogliatezza di Blake Griffin, definitivamente consacrato dopo gli scorsi Playoffs, è forse il segnale peggiore di tutti. La vittoria di stanotte a Denver scaccia qualche brutto pensiero, ma non cancella nessuno dei tanti problemi della squadra.

Va ancora peggio a Houston, dove il GM dei Rockets ha cacciato dalla panchina Kevin McHale, in grado appena sei mesi fa di portare la squadra (inferiore a tanti avversari sulla carta) fino alle finali di Conference. Sempre difficile stabilire se la colpa sia dell’allenatore, della dirigenza o dei giocatori. Io ho visto James Harden giocare malissimo, con un pessimo atteggiamento, ho visto Dwight Howard essere ancora più soft del solito, ho visto una squadra che tira male e difende ancora peggio, agli antipodi rispetto alla scorsa stagione. 9 sconfitte e solo 5 vittorie, l’ultima delle quali ottenuta già senza coach McHale, con un fortunatissimo tiro allo scadere di Corey Brewer contro i non scintillanti Blazers. Lo scenario non è dei migliori. Oklahoma City intanto accoglie con sommo sollievo il ritorno di Durant, in campo nella vittoria di ieri notte contro i Jazz. Westbrook da solo non basta, come si è visto l’anno scorso. Phoenix e Utah, squadre giovani e interessanti ma con limiti evidenti, sono quinta e ottava, con Memphis ancora alla ricerca di sé stessa: tutto aperto.

Player of the week: Stephen Curry – Golden State Warriors
Steph Curry

Bè? La notizia dove sta? Della media punto al minuto l’abbiamo già detto. Per gli altri numeri, trentello abbondante e quasi 5 triple a partita, molte col palleggio-arresto-tiro che lo sta rendendo celebre e non ha precedenti nella storia del gioco. Poi un milione di altri dati imbarazzanti e la capacità di essere determinante in difesa. Semplicemente la più travolgente attrazione sportiva sul pianeta, in questo momento.

EASTERN CONFERENCE

Giuro che mentre sto scrivendo questa frase, Porzingis prende (e segna) il primo tiro (da tre) della sfida di lunedì di New York a Miami. Non ha portato granché bene, i Knicks hanno giocato un secondo quarto disastroso e hanno trovato la consueta solidità degli Heat. Ma la sconfitta di ieri notte, accettabilissima, non intacca il record positivo e il primato di miglior squadra della Conference per le partite in trasferta. L’entusiasmo è tanto, considerate le previsioni di un’ennesima stagione negativa. Per dire, a New York si parla di ZingSanity, parafrasando la celebre LinSanity che vide protagonista Jeremy Lin qualche anno fa. Di certo c’è che i Knicks si sono trovati in casa un giocatore già decisivo, seppur a tratti, quando soltanto speravano di essersi messi nel roster un giovane dal sicuro futuro. Le dichiarazioni piacevolmente stupite di tutti i suoi compagni più esperti, Anthony e Calderon su tutti, ci fanno capire di come nessuno si aspettasse un simile livello di gioco dal giovane lettone, quarta scelta assoluta all’ultimo draft. Poca paura di prendere tiri e contatti, buona applicazione difensiva, un repertorio offensivo destinato a crescere giorno dopo giorno. I 24 punti, 14 rimbalzi e 7 stoppate contro la malcapitata Houston rappresentano una delle prestazioni più importanti dell’intero inizio di stagione. Carmelo Anthony sembra rinvigorito, Arron Afflalo è il giocatore di complemento che può fare la differenza. Per il triangolo di Phil Jackson e coach Fisher, ci sarà tempo. Per ora, lasciate che la Grande Mela creda in un imprevedibile ritorno ai Playoffs.

Già, perché la Eastern Conference, che l’anno scorso di questi tempi mostrava già un gap gigantesco con l’Ovest, è in netta crescita. Non solo ci sono squadre con record positivo ancora fuori dalle prime 8, a differenza di ciò che succede dall’altra parte. Soprattutto ci sono organizzazioni con idee precise, quasi tutte con giovani interessanti e un progetto da sviluppare. Se vogliamo dirla tutta, il bersaglio grosso, ovvero Lebron e i Cleveland Cavaliers, è ancora molto lontano. Lo è per gli Atlanta Hawks e per i Chicago Bulls, che stanno avendo un Jimmy Butler da primi dieci giocatori della Lega, figuriamoci per Raptors, Wizards, Knicks, Celtics, Pistons e Hornets, per quanto ognuna di queste abbia motivi per guardare al futuro con grandissima fiducia. Ahimè, mi piacerebbe tanto poter includere nel mix i miei cavalli di battaglia, i Milwaukee Bucks, che in teoria avrebbero dovuto essere i più interessanti di tutti. Ai miei occhi, lo rimangono: una squadra con Antetokounmpo e Jabari Parker la guardo sempre con trasporto. Ma il recente andamento, pur con avversari non semplici, altro non indica che una quantità enorme di lavoro da fare. Auguri, coach Kidd, io sono con te.

Ho lasciato volutamente a parte Miami Heat e Indiana Pacers, perché sono le franchigie che rendono realmente equilibrata e interessante la Eastern Conference. Fino a un paio di anni fa si giocavano l’accesso alle finali, poi il mercato (Lebron che torna a casa) e la sfiga (Paul George che si spezza una gamba, i problemi ai polmoni di Bosh) hanno costretto le due a stare addirittura fuori dai Playoffs nella scorsa stagione. A Miami, Dwyane Wade viene da alcune partite di grande spolvero, così come Bosh, Dragic si sta integrando, il record (9-4) vale il secondo posto provvisorio. Il sistema di coach Spoelstra torna a dare i suoi frutti, anche senza Lebron. Indiana invece gioca una pallacanestro solida, con una delle difese meno battute e un tiro da tre consistente, addirittura il migliore per percentuale nelle ultime settimane. Questa notte, la ciliegina: vittoria di prestigio a Washington con 19 triple realizzate, record di franchigia. Con Paul George vicino a tornare al suo livello, Monta Ellis ispirato e una lunga serie di giocatori di ruolo molto ben assemblati. Possibile lotta per il quarto posto, magari con qualche acquisizione dal mercato.

Player of the week – Lebron James – Cleveland Cavaliers
Lebron

Premio che sarebbe potuto andare a tanti altri giocatori, ma non è assolutamente scandaloso sia finito nelle mani del Re, per l’ennesima volta. I numeri sono lì da vedere: 25,3 punti, 8,7 rimbalzi e 5,7 assist. Tirando il 57,1% dal campo e il 60% da tre. Impressionante la sua prova contro Milwaukee, ma ancora più significativo il suo modo di essere decisivo anche lasciando spazio a Kevin Love (proprio come questa notte contro Orlando), con cui ha finalmente trovato intesa. La sfida principale, comunque, sarà gestire le energie.

Plays of the week:

Chiudiamo con le migliori giocate della scorsa settimana…

About Mattia Cutrone

Nato e cresciuto a Genova, segue la NBA dalla tenerissima età di 12 anni. Fa parte della redazione sportiva di Radio 19 ed è anche responsabile della sezione musicale di Yury Magazine.

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