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MONDO NBA – L’ultima di Kobe Bryant

Kobe Bryant

La notizia tanto temuta è arrivata, intorno all’una della notte tra domenica e lunedì. Kobe Bryant, con una poesia intitolata “Dear Basketball”, ha annunciato che questa sarà la sua ultima stagione nella NBA. Improvvisamente, la cavalcata di Curry e degli Warriors, le polemiche in casa Cleveland o la crescita esponenziale di Paul George non sembrano più così importanti.

La doccia fredda, eccola, in una notte di novembre. L’età, gli infortuni, l’impossibilità di essere vincenti dei Lakers di oggi, ok, tutto vero. Le speculazioni sul futuro di Kobe Bryant non potevano che moltiplicarsi giorno dopo giorno. Ma nessuno aveva una gran voglia di pronunciare la parola “ritiro”, meglio non pensarci. Nemmeno dopo una decina di partite quasi tutte perse, giocate malissimo, toccando alcuni dei minimi storici in carriera. Mente e voglia non sono un problema, ma il corpo dice basta. È lo stesso “Black Mamba” a farlo presente, nella sua lettera d’addio alla pallacanestro. Negare l’evidenza, per quanto ci possa essere di mezzo un amore cestistico incondizionato, è molto difficile. Lui stesso, probabilmente, avrebbe preferito annunciarlo più avanti, ma di fronte alla prova del campo ha ritenuto fosse meglio anticipare i tempi. Adesso è ufficiale:Kobe si ritira, questa sarà la sua ultima stagione, no surprises. Nessuno con un minimo di conoscenza di basket potrebbe arrogarsi il diritto di essere stato colto alla sprovvista dalla notizia. Ma allora perché si è improvvisamente fermato tutto? Perché il sito della NBA ha smantellato tutta la sua homepage per dedicarla a Kobe, a mezz’ora scarsa dal suo annuncio? Perché la gran parte degli appassionati (al di là del tifo) sembra (come me) non darsi pace, come se la notizia fosse totalmente inaspettata, quasi inaccettabile?

Non ci ho messo molto a capire la risposta a queste domande. L’ho scritto di getto sulla mia pagina Facebook, senza paura di essere accecato dallo shock della notizia, ero sicuro di cogliere nel segno. È facile. E ho un paio di alleati d’eccezione, niente meno che i due migliori giocatori della settimana. Qualche ora dopo l’annuncio, i Lakers sono scesi in campo contro gli Indiana Pacers, allo Staples Center, Los Angeles, California. In un clima surreale. La partita l’ho vista la mattina dopo: Kobe ha tirato malissimo, ancora una volta, per l’ennesima sconfitta stagionale. Leggo le dichiarazioni post-partita di Paul George (39 punti), la stella più luminosa di Indiana, in questo momento tra le 5-6 più luminose dell’intera lega, e scopro che la vede esattamente come me. “Non dico che sia stato meglio di Michael Jordan, ma Kobe Bryant è stato il MIO Michael Jordan – ha detto PG – quando ero un ragazzino volevo diventare come lui. Guardavo le partite con la mia famiglia, poi andavo al campetto a imitarlo.” Qualche ora dopo, gli ha fatto eco Kevin Durant, spargendo un po’ di pepe extra. “Ho idolatrato Kobe Bryant. L’ho studiato, volevo essere come lui, è stato il Michael Jordan della mia generazione. Sono deluso da voi (media, ndr) che lo trattate come una merda. Continuo a sentire ovunque di quanto stia giocando male, quanto stia tirando male, quanto dovrebbe ritirarsi. Voi avete trattato una delle nostre leggende come fosse una merda e questo non mi è piaciuto. Spero che possiate iniziare ad essere più delicati con lui, ora che ha annunciato il ritiro”. Ecco, magari io non avevo le stesse speranze di carriera NBA di George e Durant, ma il senso l’avete capito. Kobe è Kobe. Chi è cresciuto nel suo mito, senza farsi attrarre nello sciocco vortice degli haters per partito preso (ci sarebbero motivi per odiarlo, ma non venitemi a dire che sono superiori a quelli per amarlo), sa di cosa sto parlando.

Se ami lo sport, è inevitabile che il ritiro di un personaggio con cui sei cresciuto, segnando in modo indelebile alcuni dei tuoi anni più belli, ti faccia sentire un po’ più vecchio, pericolosamente nostalgico. La fede cestistica c’entra poco. Ho visto in diretta l’ultima partita di Jordan a Philadelphia, avevo 14 anni, ero curioso ed eccitato di assistere a un evento storico, ma niente di più: mi emozionavo maggiormente per i Lakers di Kobe e Shaq, ero testimone diretto della leggenda nascente del numero 8, che poi diventerà 24. Kobe è stato il MIO Jordan, non so come spiegarla meglio di così. Alla sua ultima partita mancano 5 mesi (infortuni permettendo), ma rispetto all’addio di MJ sento di dovermi preparare psicologicamente, perché già non so se respingere o accogliere l’impulso di andare a rivedere tutte le mie vecchie VHS. Il Mamba lascerà con 5 anelli al dito e il terzo posto assoluto nella storia dei marcatori di questo giochino con la palla a spicchi, che ci piace tanto. Ma più di tutto lascerà con la consapevolezza che il mondo è pieno di gente che ne parla come ne sto parlando io, come ne parlano Paul George, Kevin Durant e la maggior parte dei giovani giocatori di oggi. Si ritira il MIO Jordan. Non potete dirmi che dovevo essere pronto.

EASTERN CONFERENCE

E va bene, parliamo anche un po’ di quello che è successo in settimana. Non sono ancora completamente convinto dalla presunta superiorità della Conference orientale sulla controparte occidentale. Ma i numeri dicono ancora Est: al di là di ogni possibile interpretazione, i numeri di quasi un quarto di Regular Season non possono mentire su tutta la linea. Ne abbiamo iniziato a parlare la scorsa settimana, gli Indiana Pacers sono contendenti più che credibili. Francamente, vanno benissimo Monta Ellis, la seconda giovinezza di CJ Miles, la solidità di Ian Mahinmi e di tutti i giocatori di ruolo, inseriti sospettosamente bene nel sistema di coach Vogel, per essere così presto. Ma il vero motivo di un record oltre le attese (11-5) e di una “faccia” da prime 4 della Conference ha un nome e un cognome: Paul George. Non vorrei ci fossimo lasciati un po’ tutti prendere da una sindrome Derrick Rose. Tutte le volte che il numero 1 dei Bulls gioca molto al di sotto del suo vecchio standard, è difficilissimo fare a meno di pensare a cosa sarebbe potuto essere senza la serie chilometrica di infortuni che ha subito da quel maledetto aprile 2012. Paul George invece si è spezzato una gamba in un’esibizione di Team USA poco dopo aver costantemente dato spettacolo in una combattutissima finale di Conference contro Lebron, difficile arrivare più in alto. Quando è rientrato l’anno scorso, in dei Pacers sfiduciati e molto indietro in classifica, non è riuscito a fare la differenza, mostrando solo sprazzi dell’atleta che era un anno prima. Questo, unito alla perdita (perdita?) di Roy Hibbert sotto ai ferri, ha indotto molti a lasciare fuori i Pacers dai discorsi di top seed a Est. I fatti, più che i numeri, stanno smentendo le previsioni. In settimana è arrivata una vittoria di prestigio proprio contro Rose e i Bulls, che ha acquistato ulteriore importanza dopo il successo di stanotte di Chicago contro i San Antonio Spurs. Prima di essa, avevamo assistito allo show balistico in casa dei sempre più tristi Wizards. Curiosissimo di vedere come usciranno dal giro a Ovest: mercoledì ci sono i Clippers.

Poi, i discorsi attorno ai Cleveland Cavaliers. Personalmente, li trovo stucchevoli. Lebron dice che la squadra è troppo indietro, escono voci di tensioni nello spogliatoio dopo un’accettabilissima sconfitta contro ottimi Toronto Raptors, divampano polemiche sullo staff medico… Ragazzi, piano con gli isterismi. Manca Kyrie Irving, ve ne siete dimenticati? Senza di lui (e senza Love) avete dato filo da torcere ai Warriors nelle scorse Finals. Non si può semplicemente aspettare il suo ritorno ed essere contenti di essere in vetta alla Conference? Pazienza se ci vuole molta fortuna per battere i Nets, succede. Su, c’è chi sta peggio. L’altra squadra della settimana è nel gruppone delle pretendenti a essere qualcosa di più di semplice carne da macello al primo turno di Playoffs, se non in questa nelle prossime stagioni. Parlo degli Orlando Magic, reduci da tre vittorie consecutive. Coach Skiles ha mischiato le carte, reinserendo un acciaccato Victor Oladipo togliendolo dal quintetto base: subito 24 punti e vittoria contro New York. Perché non persistere? La buona lena di Vucevic e Tobias Harris, da tempo idolo di chi vi scrive, gioca un ruolo fondamentale. Payton, Napier, Nicholson, Gordon, più la pazzia europea di Fournier e Hezonja… Di sicuro non ci si annoia, se poi si vince qualche partita in più, non è male. Complimenti ai Philadelphia 76ers, autori dell’invidiabile impresa di aver eguagliato il peggior inizio della stagione della storia della lega, con 18 sconfitte di fila. Tutto questo mentre la loro grande speranza, Jahlil Okafor, si fa filmare durante una rissa a Boston e si fa multare per eccesso di velocità. Auguri.

Player of the week: Paul George – Indiana Pacers
Paul George

Facile. Le cifre sono lì sul tavolo. 37,3 punti, 6,7 rimbalzi, 2,3 assist con un pazzesco 54,7% dal campo e un altrettanto pazzesco 57,1% da tre punti. Tanti esperti dicono che la rottura di legamenti o tendini può lasciare segni indelebili sul corpo di un atleta, ma quando ti spezzi una tibia e hai un processo di riabilitazione ben fatto e di successo, torni molto più forte di prima. Per ora, sembra proprio questo il caso.

WESTERN CONFERENCE

Non ci siamo mai andati vicini come stanotte. Persino i Clippers, coi loro due tentativi stagionali, non sono riusciti a mettere paura ai Golden State Warriors come sono riusciti a fare stanotte gli Utah Jazz. Una squadra, quella di coach Snyder, che inizia a raccogliere l’ottimo lavoro fatto negli ultimi anni, con l’assemblaggio di talento giovane e la costruzione di un sistema ancora non bellissimo da vedere, ma pieno di buone idee, precise. Impressionante la vittoria a domicilio sui Clippers, pur non brillantissimi, per usare un largo eufemismo. Potrebbe essere l’anno buono per il ritorno ai Playoffs della città mormona. Torniamo a Golden State, mi dispiace, ma tocca parlarne anche a questo giro. Allora, dopo aver settato il record per miglior inizio di Regular Season della storia, c’era il timore di un primo, minimo appagamento. Poi Curry dichiara: “nello spogliatoio si parla di partire 33-0. Non è uno scherzo, secondo me possiamo farcela”. Ahia. Phoenix aveva grandi speranze, si è presa 9 triple in faccia solo dal numero 30, autore dell’ennesima prova leggendaria. In più, tripla doppia di Draymond Green, così per gradire. Sacramento, senza Cousins, non ha rappresentato più di un piccolo fastidio. E poi stanotte, a Utah, in back-to-back. Curry segna 7 punti nel primo tempo, che per i suoi standard 2015-2016 equivale, per un giocatore normale, a non fare canestro per una settimana. Quarto periodo, sotto di tre, bum, tripla del pareggio. Serve una giocata per andare in vantaggio, palleggio arresto e tiro, bum, solo rete. Di nuovo pari, altro palleggio-arresto-tiro, stavolta da tre, la palla entra senza nemmeno fare rumore. Poi sbaglia un tiro sul +1 (deve solo stare attento a non farsi ingolosire troppo) ma segna i liberi per chiudere i conti. Tradotto: oltre a tutto, è anche un agonista terrificante. Per quella storia del 33-0, ne riparliamo al termine del giro di trasferte. Per ora siamo a 19.

Di nuovo: rispetto a Est, sono più le cose negative. Anche Spurs e Thunder, che sembrano essere le più pronte a solo pensare di insidiare Golden State, perché di più non si può fare per ora, sono reduci da due trasferte negative, contro due potenziali epigoni orientali. I primi sono caduti nella notte a Chicago, dopo una settimana comunque molto positiva, i secondi hanno lasciato lì la vittoria contro dei redivivi Atlanta Hawks, ultimamente non brillantissimi. Mentre i Clippers provano a venire a capo delle loro crisi d’identità, facendosi dare una mano dal calendario, chi ha tutta l’intenzione di smentire i critici (me compreso) sono i Memphis Grizzlies, tornati a livelli accettabili dopo una vittoria convincente su Dallas, che da lì ha iniziato a mollare l’acceleratore. Sarà un caso, ma la qualità dell’attacco è iniziata a migliorare quando Zach Randolph è stato costretto alla panchina da un infortunio, dando più minuti sul campo a un quintetto piccolo, con Gasol da centro. Con lui in campo, tornato per la sfida sui tremendi Sixers, si è già registrato un piccolo passo indietro da questo punto di vista. Mario Chalmers, appena arrivato da Miami, è già nel cuore del Tennessee.

Non accennano a placarsi le crisi di Houston Rockets, ancora indecisi sull’allenatore, New Orleans Pelicans, nervosi e acciaccati, e Denver Nuggets, forse un po’ lontani dal livello delle altre. 7 sconfitte di fila, striscia aperta, sono dure da mandare giù. Mi accontento di continuare a vedere Danilo Gallinari in buona salute. Mi sembra ci sia poco da fare anche per Sacramento e Portland, mentre mi riservo di vedere ancora un po’ Minnesota: Wiggins sembra in crescita, Towns è una delle giovani meraviglie del basket moderno. Forse la più spettacolare, tolto Anthony Davis, a cui somiglia sinistramente (per gli avversari).

Player of the week – Kevin Durant – Oklahoma City Thunder
NBA: Oklahoma City Thunder at San Antonio Spurs

Quanto ci sei mancato. E quanto sei mancato a tutta l’Oklahoma, soprattutto. Tre partite abbastanza semplici sulla carta, che senza KD avrebbero avuto bisogno del Westbrook furioso, sono state regolate senza problemi dal trentello di media del numero 35 (34 punti e 13 rimbalzi contro Detroit). Dopo Lebron e Curry, c’è lui. Ma vi ricordate il discorso della difficoltà di uscire da un tunnel pieno di infortuni cronici? L’Oklahoma fa meglio a pregare.

Plays of the week:

Chiudiamo con le migliori giocate della scorsa settimana…

About Mattia Cutrone

Nato e cresciuto a Genova, segue la NBA dalla tenerissima età di 12 anni. Fa parte della redazione sportiva di Radio 19 ed è anche responsabile della sezione musicale di Yury Magazine.

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