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La storia di Erik Stephens meglio conosciuto come Apollo Brown

Apollo Brown

Apollo Brown, all’anagrafe Erik Stephens, nasce in una famiglia multirazziale a Grand Rapids in Michigan nel 1980. Cresce con ispirazioni musicali lontane dal mondo urban su cui spesso si fonda lo stile di molti produttori Hip Hop. Ascolta gruppi come i Journey, gruppo rock americano degli anni ’70, o come i The Carpenters, gruppo vocale americano degli anni ’60. Insomma quel rock e quelle sue sfumature più lievi e malinconiche, ricche di armonie e di voci. Tutti elementi che segneranno il suo stile futuro. Negli anni ’90 arriva anche la passione per l’Hip Hop attraverso Breaking Atoms dei Main Source e da allora le strumentali diventeranno il suo pane quotidiano.

Dal 1996 inizia ufficialmente a produrre le sue prime basi. Lo fa attraverso diversi alias, senza quasi farsi riconoscere davvero. Una volta finito il college nel 2003 decide di stabilirsi a Detroit. Continua a lavorare sulle strumentali, cercando di trovare un suono riconoscibile e rappresentativo. Nel 2007 pubblica una prima raccolta di beats dopo quasi undici anni di sperimentazione. Il progetto si chiama Skilled Trade e riceverà attenzione soprattutto negli anni successivi alla pubblicazione, quando Apollo Brown si starà per affermare di fronte al grande pubblico.

L’idea del suo alias definitivo arriva solo tra il 2009 ed il 2010: Apollo come il dio greco della musica e Brown per ricordare l’attualità della condizione travagliata esperita dalle persone di colore. Con questo nome si presentò nel 2009 al Detroit Red Bull Big Tune Championship esponendosi per la prima volta a livello nazionale. Vinse e dimostrò così una volta per tutte di cosa era capace. Il successo gli valse la firma con l’etichetta Mello Music Group che arrivò nel dicembre dello stesso anno. Per l’occasione pubblicò così la sua seconda raccolta di strumentali intitolata Make Do. Ben 37 beats che negli anni a seguire verranno trasformati in produzioni più solide e corpose. Sempre nel 2010 Apollo Brown debuttò anche con il primo vero e proprio disco, in cui figurano vari ospiti che si cimentano sulle sue produzioni, tra cui ad esempio Black Milk, Odisee, MED, Prince Po.

Lo stile di Apollo Brown inizia a definirsi e ad apparire a fuoco. C’è il boom-bap nelle ritmiche, un omaggio al rap anni ’90 che ha sempre amato. La linea di basso è un elemento centrale: profonda e in primo piano. Ci sono tanti campionamenti vocali. Si sente il fruscio del vinile, che ci riporta alle radici di questa musica. E infine c’è sempre quell’atmosfera un po’ melanconica che rimanda ai suoi ascolti d’adolescenza.

Da qui in poi il percorso di Apollo Brown è proiettato su una rampa di lancio. Nel 2010 forma i The Left con l’emcee Journalist 113 e DJ Soko, con i quali pubblica il convincente The Mask; un album recepito molto bene dalla critica ed inserito da DJ Premier nella sua lista dei dieci migliori album dell’anno. Poi nel 2011 torna alle origini del suo percorso e dà alle stampe un nuovo album di strumentali intitolato Clouds.

Nel 2012 pubblica altri due dischi fondamentali. Il primo è Trophies che realizza con O.C. della storica crew D.I.T.C., sancendo un legame già nato in precedenza. Mentre il secondo è Dice Game nato in collaborazione con Guilty Simpson. In entrambi i casi le strumentali di Apollo Brown si amalgamano alla perfezione con lo stile ed i contenuti del rap dei due emcees con cui si confronta. Lo schema con cui produce è sempre molto simile, fatto degli stessi ingredienti, eppure il beatmaker del Michigan riesce a realizzare brani vari e dalle atmosfere suggestive.

Il 2013 è ancora una volta un anno ricco. Apollo Brown prima rifà tutti i beat di Twelve Reasons To Die di Ghostface Killah e Adrian Younge; un progetto poi pubblicato ufficialmente in una versione chiamata Brown Tape. Poi fonda con Red Pill e Verbal Kent il gruppo Ugly Heroes. Con loro pubblica un album omonimo di debutto e poi un successivo EP nel 2014. Insieme raccontano le storie dei loro quartieri attraverso racconti agrodolci che dipingono storie quotidiane di vite difficili ai margini delle periferie americane.

Apollo Brown non ama stare con le mani in mano e così anche nel 2014 cura diversi progetti. Innanzitutto un altro album strumentale, Thirty Eight: un beat tape in cui esplora il suo legame con il rap più old school attraverso l’uso massiccio di batterie e ritmiche boom-bap. Successivamente pubblica poi un EP con Planet Asia e dà alle stampe il più celebre Blasphemy in collaborazione con Rass Kass.

In quest’ultimo anno Apollo Brown ha pubblicato Words Paint Pictures con l’amico Rapper Big Pooh. Poi ha finalmente presentato il suo nuovo album ufficiale Grandeur. Un progetto in cui ha racchiuso collaborazioni d’eccezione con nomi del calibro di Evidence, Sean Price, M.O.P., Reks, Freddie Gibbs, Rapsody. Trovando la quadratura del cerchio e mostrando quanto è cresciuto negli anni.

La storia di Apollo Brown ci racconta innanzitutto come a volte prima di mostrarsi al pubblico, si possa sentire la necessità di dover lavorare duramente su di sé e sulla propria ispirazione. Poi ci porta l’esempio di un artista che l’Hip Hop lo vive ogni giorno sulla sua pelle, come dimostra la mole di strumentali e di progetti che pubblica ogni anno. Infine il percorso del beatmaker del Michigan ci porta la dimostrazione di una ricerca artistica coerente e solida, mirata a definire un suono riconoscibile. Insomma Apollo Brown è uno dei più forti produttori dei nostri tempi. Forse non per la varietà dei suoi beat. Forse neanche per l’eccessiva sperimentazione. Ma sicuramente per la personalità, la coerenza e la filosofia che esprime con la sua musica.

*Vi ricordiamo che Apollo Brown si esibirà live al BIKO di Milano il 18 dicembre 2015. Maggiori info le trovate a questo link.

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia.

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