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MONDO NBA – Si avvicina l’All-Star Game, Cleveland cambia marcia

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Green o Leonard? Drummond o Anthony? Lowry o Irving? Ancora tanti dubbi sull’elezione dei quintetti base per l’All-Star Game di Toronto (Kobe di gran lunga il più votato, all’ultimo acuto). Intanto le classifiche si stabilizzano: LeBron e i Cavs prendono ritmo, i Clippers si assestano nel top dell’Ovest. Apertissime le corse per l’ottavo posto.

1,262,118 voti contro i 925,789 di Stephen Curry, che sta giocando la stagione più incredibile dai tempi di Michael Jordan, guidando la squadra che rischia di essere addirittura meglio dei Bulls delle 72 vittorie in Regular Season, al di là dei numeri. No, i fans in giro per il mondo non sono impazziti. Steph, all’All-Star Game, ce lo potremo godere per ancora tanti anni. Kobe Bryant no: è l’ultima volta che sarà eleggibile per giocare la partita delle stelle. Non sto nemmeno a dirvi di come ci siano giocatori che meritino questo onore molto più del Black Mamba, di cui giudicare la stagione 2015-2016 è assolutamente irrilevante rispetto alla sua legacy, a ciò che lascerà scritto sui libri di storia. Il dibattito su quanto abbia senso far scegliere ai tifosi i quintetti base per l’All-Star Game (se chiedete a me, vi dico che i tifosi dovrebbero sceglierne solo uno per Conference, il resto delle nomine agli allenatori), per Kobe, lo lasciamo un attimo da parte. Manca un mese, dedichiamoci a cose ben più importanti, come a munirci di Kleenex.

Quindi, vediamo un po’ cosa potrebbe succedere nel resto dei quintetti, in una delle battaglie all’ultimo voto più combattute degli ultimi anni. A Ovest, sicuri Kobe, Curry e Durant. Avrei detto sicuro anche Westbrook, il giocatore da All-Star Game per eccellenza, ma pare che Justin Bieber abbia deciso di voler fare danni anche nel mondo del basket, lanciando una campagna pro Chris Paul. Dando una rapida occhiata alle cifre sui social, il playmaker dei Clippers può pericolosamente avvicinare quello dei Thunder. Conoscendo Westbrook, sarebbe molto, molto interessante conoscere la sua opinione a riguardo, magari di fronte a un sorpasso all’ultimo minuto: il tempo c’è, le votazioni chiudono lunedì prossimo. Per chiudere il quintetto, un duello particolarmente stimolante, quello tra Draymond Green e Kawhi Leonard, col primo in leggerissimo vantaggio alla seconda lettura dei voti, pubblicata lo scorso venerdì. Per una serie di ragioni, tra cui peso specifico nella squadra candidata a giocare la miglior stagione di tutti i tempi, quantità di triple doppie, miglioramenti individuali effettuati, io credo che Green meriti la convocazione. Ma sono anche più sicuro che Leonard, silenzioso ma devastante giocatore, sarà protagonista fisso dei prossimi anni, prendendo il posto che quest’anno è di Kobe ad honorem. Mi stupisce la maturità dei tifosi nel lasciare indietro Blake Griffin, che deve praticamente ancora iniziare a giocare: nonostante la potenziale spettacolarità delle sue azioni in una partita come quella delle stelle, il pubblico gli preferisce la sostanza di Leonard e Green. Spero poi che qualcuno mi spieghi perché Zaza Pachulia occupi l’ottavo posto tra i lunghi dell’Ovest, davanti a gente come Cousins e Nowitzki. Idolo assoluto, per carità, ma… Sul serio?

A Est ci sono addirittura un paio di duelli tutti da decidere. Dietro a LeBron, George e Wade, irraggiungibili, ci sono due posti da assegnare. Uno si gioca tra Kyrie Irving e Kyle Lowry. Tanti dicono (Charles Barkley in primis) che Irving non dovrebbe essere eleggibile, per il semplice fatto che ha iniziato la sua stagione solo un paio di settimane fa, al rientro dall’infortunio. Ma ora che Irving sta sempre meglio sarà dura che Lowry lo possa insidiare, considerando che ha già quasi 30mila voti di ritardo. Enormemente più acceso il duello per l’ultimo posto nella frontline, al fianco di James e George. Andre Drummond è in leggero vantaggio su Carmelo Anthony. Di nuovo: se parliamo del rendimento in questa stagione, poco da dire, se non “Drummond tutta la vita”. Se entrano in gioco altri fattori, come carriera, propensione a dare spettacolo, voglia di vedere Melo e LeBron insieme, allora il discorso cambia.

EASTERN CONFERENCE

Inizia a manifestarsi quello scenario che sulla carta sembrava scontato. La fantomatica “carta”, che quasi mai vede le sue teorie realizzate nella pratica, nel caso dei Cleveland Cavs e della vetta della Eastern Conference non pare potersi contraddire, a meno di calamità. Lasciati da parte gli inutili isterismi di inizio stagione, da primi in classifica, LeBron e compagni stanno gestendo bene le energie, hanno recuperato infortunati eccellenti e stanno recuperando quello più eccellente dell’intera lega, Kyrie Irving, autore questa settimana della prima vera prova da Kyrie: 32 punti, addirittura 21 nel quarto quarto, a Washington. Anche J.R. Smith e Kevin Love sono in palla, sugli scudi nella larga vittoria di Minneapolis. Nella equilibratissima Eastern Conference, i Cavs sono i favoriti d’obbligo, al di là di tutti i discorsi. Probabilmente non avranno il fattore campo a favore dovessero giocare le Finals, ma altrettanto probabilmente non avranno necessità di sforzarsi per averlo in tutti i Playoffs, prima dell’ultimo atto. Dopo aver vinto tutte le ultime sette, sono attesi da un bel giro a Ovest, per iniziare magari a mettere le marce alte e vedere cosa succede. Da non perdere la sfida di giovedì notte a San Antonio, un altro test al limite del proibitivo dopo quello di Natale contro i Warriors. L’anno scorso, il signor Irving ne ha messi 57: scommetto che Popovich se li ricorda.

La corsa per vedere chi ne ha di più per rimanere dietro ai Cavs è la più appassionante della lega, almeno fino ad ora. L’abbiamo detto già diverse volte: tante squadre di ottimo livello pronte a darsi battaglia, e a dare vita a dei Playoffs equilibratissimi, anche se magari non particolarmente spettacolari. Più passano le settimane, più il mistero si infittisce. Forse, e ripeto, forse, siamo in grado di dire senza troppo timore di essere smentiti che i Celtics, i Magic e soprattutto gli Hornets non sono ancora pronti per salire sui palchi di aprile con reali speranze di proseguire a maggio. Boston ha nuovamente perso un paio di partite difficili da digerire, ultima quella di domenica contro Memphis, gettando al vento un comodo vantaggio di 21 punti. Settimana fondamentale (Knicks, Pacers e Wizards) per mantenere l’ottavo posto e magari provare un’accelerata: il record (19-18) non è male, anzi li tiene piuttosto vicini alle prime 4. Per i Magic il problema risiede più nell’infortunio di Elfrid Payton, che ha costretto coach Skiles a rimettere nel quintetto base Oladipo e perdere gli equilibri raggiunti: l’attacco stenta paurosamente. Di nuovo, c’è ancora tempo per migliorare e arrivare anche molto in alto. Difficile che riesca a farlo Charlotte, nettamente la squadra più peggiorata degli ultimi giorni, in sella a una striscia di sette sconfitte di fila. In tutto questo c’è anche New York, addirittura corsari a Miami in TV nazionale, mercoledì.

In cima, Chicago non riesce a trovare pace, ma rimane vicina alla soluzione. Se la sconfitta di sabato contro Atlanta dopo un bel filotto di vittorie, convincente soprattutto quella coi Celtics, è sembrata fisiologica, quella larga di stanotte, in casa con Washington, riporta i Bulls a farsi delle domande: era la partita in cui rientrava Joakim Noah, dopo nove gare d’assenza. Nell’immediato futuro potranno sfruttare un calendario abbastanza semplice. Gli stessi Hawks, come i Pacers, hanno un bel po’ di margine di miglioramento. Le mie due favorite oltre ai Bulls, cioè Miami e Toronto, hanno i loro problemi. I primi sono di fronte a un bel giretto di trasferte, iniziato stanotte a casa dei non morbidissimi Warriors: possono uscirne molto bene, magari trovando qualche vittoria importante, oppure possono accumulare un eccessivo ritardo sulle dirette avversarie. Toronto ha perso per diversi mesi DeMarre Carroll, elemento fondamentale della rotazione: non sarà semplice colmarne l’assenza. Rispunta pure Detroit: vittoria in rimonta a Boston con un grande Jackson, ottima soprattutto in difesa. Ci vorrà tutta per superare senza scossoni questa settimana, che vedrà i Pistons impegnati sia con gli Spurs che con i Warriors, auguri.

Player of the week: LeBron James – Cleveland Cavaliers

lebron

26 punti, 7,8 rimbalzi e 7 assist di media in quattro partite, qualche accecante accelerazione, ma soprattutto un linguaggio del corpo radicalmente diverso rispetto a quello di inizio stagione. Finalmente lo si può dire, magari sottovoce: ora che ha di nuovo tutti i suoi giocattolini (vedi Kyrie Irving), il Re si sta iniziando a divertire.

WESTERN CONFERENCE

Se il mistero si infittisce a Est, sembra sempre meno complicato da risolvere a Ovest. Una situazione che si sta delineando ormai da qualche settimana: Warriors in testa perché totalmente fuori da ogni logica, Spurs che sarebbero celebrati da tutto il mondo se non ci fossero i Warriors, poi due squadre ancora in cerca della formula giusta ma chiaramente in grado di giocarsela fino in fondo, cioè gli Oklahoma City Thunder e i Los Angeles Clippers. OKC avrebbe un record senz’altro migliore se Durant fosse sempre perfettamente integro (vedi sconfitta di lunedì coi Kings), ma anche con KD in campo insieme a Westbrook, le disfunzioni possono portare a qualche vuoto di sceneggiatura di troppo. Domenica sera i Thunder hanno buttato via un buon vantaggio a Portland: oddio, Lillard ha messo cinque triple negli ultimi 3 minuti, in una delle performance più spettacolari della stagione e non solo. Ma OKC non ha avuto la forza di rimanere quadrata, Durant è rimasto a zero nel quarto quarto, e i fantasmi sono ancora una volta riaffiorati.

I Thunder faranno meglio a trovare smalto e continuità, perché alle loro spalle scalpitano i Clippers. Come accennato nella puntata della scorsa settimana, i ragazzi di coach Rivers si sono scoperti imbattibili in uno dei momenti potenzialmente più difficili della loro stagione, in serie negativa e senza Blake Griffin infortunato. I gufi sono tornati a nascondersi, perché i Clippers hanno infilato otto vittorie di fila senza il loro numero 32, con un gioco maggiormente incentrato sugli esterni che ha esaltato Paul e Redick, rendendo pure la vita più facile a DeAndre Jordan sotto ai canestri. Ora, io credo che appena Griffin sarà integro, sarà anche enormemente più motivato e voglioso di dare una mano rispetto al Griffin svogliato di inizio stagione: il discorso “vincono perché si è tolto di mezzo” non mi convince assolutamente. Ci si è messo un pochino anche il calendario, e soprattutto ci si è messo coach Rivers, che ha tolto dalla rotazione i tremendi Josh Smith e Lance Stephenson, due autentiche minacce all’equilibrio interno della squadra, e ci ha messo dentro Cole Aldrich e Pablo Prigioni, clamorosamente meno sponsorizzati e talentuosi ma chiaramente più funzionali al sistema, attacco e difesa. Difficile a credersi, ma è così. E ci sono buone possibilità che la striscia vada avanti.

Situazione delineata per le prime quattro, e anche per quinta e sesta, che saranno con tutta probabilità Dallas e Memphis, coi Mavs leggermente favoriti per la pallacanestro vista finora. Potrebbe rientrare solo Houston, autrice di un inizio disastroso e reduce da due vittorie fondamentali per morale e classifica, contro gli Utah Jazz, troppo acciaccati per pensare di impensierire un James Harden in buona forma. E anche quando il barba non è in grandissimo spolvero, ci può pensare Trevor Ariza e addirittura Dwight Howard, redivivi in una spettacolare vittoria in rimonta e al supplementare contro Indiana, domenica. Insomma, l’incertezza rimane soltanto per l’ottavo posto. I Jazz sarebbero nettamente favoriti, ma sono alle prese con ripetuti infortuni. Il recupero di Gobert fa ben sperare: ottima vittoria con Miami sabato, con 34 di Hayward. Sacramento, Portland (forse la favorita, ha Lillard), Denver, più difficilmente Phoenix (in lievissima ripresa) e Minnesota, aspettano di capire se ne hanno per infilare una serie di vittorie per tornare in corsa oppure accontentarsi, tirare giù la serranda e sperare di avere qualche chance in più al prossimo Draft.

Player of the week: Chris Paul – Los Angeles Clippers

Chris paul

Probabilmente il leader più leader della lega. La squadra, pur piena di giocatori esperti, carismatici e fortissimi, dipende da lui. 23,7 punti e 12,9 assist di media in tre partite, tutte vinte.

Plays of the week:

Chiudiamo con le migliori giocate della scorsa settimana.

About Mattia Cutrone

Nato e cresciuto a Genova, segue la NBA dalla tenerissima età di 12 anni. Fa parte della redazione sportiva di Radio 19 ed è anche responsabile della sezione musicale di Yury Magazine.

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