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MONDO NBA – La lezione di Stephen Curry. Distrutti i Cavs

copertina

Dopo due sconfitte e le prime accuse di sopravvalutazione, i Golden State Warriors tornano a Cleveland (dove hanno festeggiato l’ultimo titolo) e si fanno beffe dei piani di rivincita di LeBron. 132-98 il finale, devastante dimostrazione di superiorità. Inizia l’attesa per la sfida di Curry e compagni a San Antonio, lunedì notte: la miglior partita di basket che potete vedere oggi. A Est riemergono i Celtics, e i Bulls perdono Noah, infortunato per il resto della stagione.

WESTERN CONFERENCE

La grande sculacciata. Dopo un paio di settimane di acciacchi e appannamento generale, i Warriors sono tornati a giocare la loro pallacanestro. Non casualmente, hanno deciso di farlo nella seconda rivincita stagionale delle scorse Finals, a casa di LeBron: 132-98, la più pesante sconfitta interna mai patita da James in tutta la carriera a Cleveland, una ripassata da ricordare per tanto tempo, di quelle che ti obbligano a farti un esame di coscienza (ne parleremo dopo). Golden State arrivava alla partita dopo la peggior settimana della sua Regular Season, con addirittura due sconfitte. La prima a Denver (senza Green, tenuto a riposo), di cui si è parlato tanto anche in Italia: la giocata decisiva è stata firmata da Danilo Gallinari, già fondamentale in attacco (28 punti, 17 su 19 dalla lunetta) e capace pure di strappare la palla a Curry nel momento decisivo, lasciandolo fermo a 38 punti, dopo un quarto periodo in cui sembrava totalmente inarrestabile. Il secondo KO in pochi giorni, con in mezzo una vittoria sui Lakers, è arrivato a Detroit, dove Golden State ha subito la prima, tra le loro quattro sconfitte totali, con tutti gli elementi a disposizione: non sono bastati altri 38 punti di Curry e 24 di Thompson, perché qualunque altro Warrior è stato disastroso in attacco: -26 con in campo Harrison Barnes, che ricercando la forma migliore al rientro dall’infortunio ha depotenziato tutta la macchina gialloblu. Ma questa notte, nella lezione impartita a Cleveland, anche le gambe di Barnes sono tornate ai livelli di eccellenza di inizio stagione.

Un po’ in crisi, con la stampa che inizia a scrivere “vergogna su chi ha paragonato questa squadra ai Bulls del ’96, non faranno mai 70 vittorie, ecc ecc”, Curry dice senza nessuna paura “l’ultima volta che siamo stati negli spogliatoi di Cleveland stavamo festeggiando il titolo, spero che ci sia ancora odore di champagne”. Sicurezza nei propri mezzi o sfrontatezza incauta? La prima, signori. I Warriors sono scesi in campo con il chiaro intento di dimostrare che se vogliono, possono mettere le marce alte e staccare qualunque inseguitore. Mini-fuga nel finale di primo quarto, allungo nel secondo con la panchina (sontuoso Iguodala), et voilà, 70-44 all’intervallo. Quicken Loans Arena silentissima, J.R. Smith espulso per un blocco inutilmente violento nei confronti di Barnes, Thompson e Mozgov coi nervi scoperti, LeBron impotente di fronte all’inconsistenza di Love e Irving, tutti annullati da una difesa che è sembrata addormentata a Denver e Detroit ma ieri ha reso difficile ogni piccola cosa alla miglior squadra della Eastern Conference. A proposito: domani i Warriors faranno visita a Chicago, sempre in tv nazionale. C’è aria di partitona, ma niente in confronto alla sfida di lunedì prossimo, contro gli Spurs, l’unica squadra potenzialmente in grado di fermare l’attacco dei Warriors e contemporaneamente impegnarne con costanza la difesa.

San Antonio è l’unico vero cruccio dei campioni in carica. Anche se con meno veemenza, e tra le mura amiche, pure gli Spurs hanno regolato i Cavaliers questa settimana, facendo girare la partita dopo un inizio col botto di Irving e compagni. Domenica hanno dato un trentello ai Mavs, portando a 11 la loro striscia di vittorie consecutive, con il record che dice 36-6. Il 38-4 di Golden State, apparentemente irraggiungibile fino a qualche settimana fa, non sembra più così lontano. Anzi, ora sono gli Spurs a dare l’impressione di non poter mai perdere. Probabilmente il loro classico giro di trasferte tra febbraio e marzo, per lasciare l’AT&T Center al rodeo di San Antonio, farà alzare leggermente il numero nella casella delle sconfitte, ma poco importa. Dopo le quasi certe vittorie con Suns e Lakers di questa settimana, sarà tutto pronto per lunedì notte: Spurs @ Warriors, senza dubbio la miglior partita di basket che potete vedere oggi. I discorsi sulla favorita li rimandiamo a dopo l’All-Star Game. Con un occhio particolare ai Clippers, che aspettando Griffin hanno chiuso la loro striscia positiva ma hanno appena trovato una vittoria epica coi Rockets, al supplementare, grazie ai 40 di JJ Redick, che ha tirato un pazzesco 9 su 12 da tre punti.

I problemi nel trovare continuità di quasi tutte le squadre che non siano le prime 6-7 (mettiamoci anche Houston, in crescendo) rende apertissima la corsa all’ottavo posto. Come abbiamo detto tante volte, con tutta probabilità si tratterebbe di andare a fare il solletico alla testa di serie numero 1 nel primo turno, ma può comunque essere un’esperienza importante, soprattutto per squadre giovani. C’è speranza per (quasi) tutti. Sì, anche per i Sacramento Kings, i re della disfunzionalità, una squadra di jazzisti come se ne sono viste poche. Genio e inconsistenza intermittente di Cousins, Rondo e Gay si mischiano al fosforo degli europei Casspi, Koufos e Marco Belinelli, con degli inserti di atletismo sfrenato da parte dei giovani MacLemore e Cauley-Stein. Il risultato è una squadra in grado di andare a Utah a segnarne 103 ai Jazz (canestro decisivo del criticatissimo Rudy Gay) e poi passare da Los Angeles a fermare la striscia di 10 vittorie consecutive dei Clippers. Tutto bellissimo, se non fosse che qualche giorno prima sono riusciti a prenderne 90 in tre quarti, in casa, dai New Orleans Pelicans. Cousins bene, ne ha messi 32… Con 30 tiri. Fidarsi dei Kings può non essere l’idea migliore del mondo, mettiamola così: ma il record dice 17 vinte e 23 perse, contro il 18-23 di Utah che in questo momento è ottava.

Player of the week: Kevin Durant – Oklahoma City Thunder

kevin durant

Non proprio una settimana complicatissima a livello di calendario per i Thunder, ma a Ovest non c’è stato granché un po’ ovunque (a San Antonio, una volta la decide Leonard, l’altra Parker, l’altra Aldridge e via così). Le grosse cifre costanti, un ruolino di squadra perfetto, ed eccoci qua: il giocatore della settimana è ancora Kevin Durant. 26 punti, 8,3 rimbalzi e 4,3 assist di media non mentono.

EASTERN CONFERENCE

Hanno fatto quello che hanno voluto”. Questo il laconico commento di James sulla partita di ieri contro i Warriors. “Non abbiamo preso dei cattivi tiri, purtroppo a volte non è andata dentro”, aveva detto dopo la sconfitta di San Antonio. Se siete tifosi dei Cavs, non sono esattamente le parole che vi piace sentire. Per gli inguaribili ottimisti, potrebbe essere sufficiente pensare che Cleveland è talmente salita di livello nelle scorse Finals da portare i Warriors a gara 6 senza Love, Irving e Varejao.LeBron è sicuramente in grado di replicare uno sforzo simile, e si spera che la squadra riesca ad arrivare in fondo al completo, questa volta. Ma così è farla semplice. L’attacco dei Cavs non si avvicina nemmeno al ventaglio di opzioni che hanno Golden State, San Antonio, anche Oklahoma City, particolarmente col quintetto piccolo in campo. Anzi, a volte sembra prigioniero degli isolamenti di LeBron, che non sembra essere apertissimo alle entrate veloci nei set offensivi e alla circolazione vorticosa, almeno non quando si stanno giocando i possessi decisivi. Per carità, lo ripeto, giocando in questa maniera è riuscito a portare i suoi sul 2-1 nelle Finals 2015, un’impresa che ancora non gode del credito che meriterebbe, solo perché a festeggiare alla fine sono stati i Warriors. L’attacco di Blatt è abile nello scovare i mismatch, può accendersi col tiro di Irving o quello di J.R. Smith, se muove la difesa può sfruttare la versatilità di Love e le incredibili doti di rimbalzista di Tristan Thompson (che però toglie qualcosa in altri frangenti). Ma spesso non dà l’impressione di sapere tanto bene cosa fare quando la palla scotta, se non affidarla a LeBron, che di certo non si tira indietro di fronte alle responsabilità. Se si tratta di battere squadre anche non morbide, come Dallas in overtime o Houston, sempre in Texas, non ci sono problemi, su base regolare. Anche per vincere la Conference, non credo ci saranno intoppi. 17 delle prossime 24 sono in casa, dove i Cavs ne hanno vinte 15 su 17: urgono nuove soluzioni. Un’ennesima sconfitta nella serie finale (l’eventuale quarta su sei in carriera, la terza consecutiva per LeBron) sarebbe troppo dura da digerire. Sicuramente è presto per parlare in questo modo, ma altrettanto sicuramente i Cavs hanno bisogno di qualcosa di più, per pensare di battere le corazzate a Ovest.

Lo psicodramma “Chicago Bulls” continua, con una serie di avvenimenti prima lieti, poi nefasti, poi forse di nuovo lieti. Ricordate quando avevamo parlato dell’esplosione di Jimmy Butler, e della necessità di togliere dallo spogliatoio una figura ingombrante come quella di Joakim Noah, pure acciaccato? Troppo tardi: il rientro del figlio del mitico tennista Yannick è coinciso con un grave infortunio alla spalla, che al 99% chiude la sua stagione, se non addirittura la sua esperienza coi Bulls, dato il contratto in scadenza. Il paradosso è che con il ritorno di Noah, Chicago ha perso malissimo in casa con Washington acciaccata, ponendo fine a una striscia positiva caratterizzata da miglioramenti in ogni fase di gioco, più la crescita di Butler e un rendimento costante di Derrick Rose, apparso sempre meno appesantito dalle responsabilità di guidare la squadra. Il numero 1 si è di nuovo fatto male a Milwaukee, dove è arrivata un’altra sconfitta. Off topic: lo dico sottovoce, ma i Bucks stanno iniziando a trovare un minimo di solidità, anche se per continuare su questa strada forse c’è bisogno che il loro acquistone dell’estate, Greg Monroe, si sieda in panca. Butler ne ha dovuti mettere 53 per riuscire a liberarsi dei Sixers (ripeto: i Sixers), perdendo ogni tipo di energia necessaria a contrastare i Mavs, corsari a Chicago. Dopo la notizia dell’infortunio di Noah, magicamente, ecco la vittoria convincente sul complicatissimo campo dei Pistons, dove era appena caduta Golden State, con 31 e 12 rimbalzi di Gasol. Un caso? Senza Noah, i Bulls hanno 9 vinte e 2 perse, e un livello di intensità e organizzazione migliore. Peccato non poter più pensare di cederlo, ma non è detto che non vederlo più in campo sia necessariamente foriero di conseguenze negative.

Il momento difficile dei Bulls è stato favorevole ai Toronto Raptors, che hanno vinto una partita più complicata del previsto nella trasferta di Londra con gli Orlando Magic, e si sono assestati al secondo posto della Conference. Le sfide settimanali con Miami e Boston saranno le ennesime prove importanti da superare. I Celtics sono riusciti a ritrovare un minimo di ritmo grazie alla loro difesa e all’ottima vena realizzativa di Isaiah Thomas, senza la quale l’attacco di coach Stevens fa una fatica bestiale a segnare. Vittorie su Indiana, Phoenix e su Washington, nonostante uno scatenato John Wall. La sconfitta di stanotte a Dallas, dopo aver recuperato anche da meno 17, in confronto ad altre patite con squadre enormemente inferiori sembra quasi una vittoria. Il difficile arriverà in settimana, con le sfide a Toronto e Chicago.

Player of the week: John Wall – Washington Wizards

john wall

La classifica tutto sommato non male data la qualità del gioco espressa finora (19-22), il ritorno di Bradley Beal, ma soprattutto la crescita di John Wall: ecco i motivi per cui i Wizards, negli ultimi anni clienti regolari dei Playoffs anche oltre il primo turno, possono sperare di raddrizzare la loro stagione. Super settimana per Wall, con 26 punti, quasi 10 assist, 6 rimbalzi e 3 recuperi di media, in quattro partite: solo una persa, contro Boston (per altro quella coi numeri più impressionanti). L’All-Star Game non dovrebbe essere in discussione.

Plays of the week:

Chiudiamo con le migliori giocate della scorsa settimana…

About Mattia Cutrone

Nato e cresciuto a Genova, segue la NBA dalla tenerissima età di 12 anni. Fa parte della redazione sportiva di Radio 19 ed è anche responsabile della sezione musicale di Yury Magazine.

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