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Ghali, lo ami o lo odi. O forse no.

Ghali

Detto tra noi, mai avrei pensato di arrivare al punto di dovermi (o volermi) esporre su Ghali, figura che fino a qualche tempo fa, un annetto, era rimasta a prendere polvere in uno dei tanti scatoloni nella penombra dei nostri dimenticatoi.
Giustamente - sottolineerà qualcuno – perché un po’ ad andare incontro a quello sciagurato destino, ossia di essere rimosso dalla memoria collettiva in quattro e quattr’otto, ci aveva messo del proprio lo stesso artista. A causa di decisioni dettate da una mancanza di esperienza alle spalle, va bene.
[Poi, la restante ed ingombrante percentuale di responsabilità sappiamo bene a chi attribuirla; non di certo ad un gruppetto di diciottenni.] Fatto sta che le cose hanno preso una certa piega, una brutta piega, tanto che di Ghali per un bel po’ non ne abbiamo sentito parlare, o meglio non ne abbiamo più voluto sapere. Sì, perché Ghali tra il 2012 ed oggi non è rimasto a girarsi i pollici. Ha abbandonato la major, ha proposto il progetto di gruppo tenuto in ostaggio per mesi dalla stessa major e ha intrapreso il proprio percorso solista, bersagliato da critiche da ogni angolo (del web). Un martirio, insomma? No, solo il durissimo prezzo da pagare per una serie di sventure, la cui causa – ripeto – può essergli in parte addossata (nella misura in cui ognuno ritenga più opportuno).

Ad inizio 2015, il suo ‘nuovo’ esordio. Pubblica “Optional”, primo passo di un sentiero ancora da tracciare, ricevendo in cambio non pochi feedback, di qualsiasi natura, dal pubblico. Mi ci imbatto per caso, su consiglio di un amico. Non è roba che fa per me; così, lo guardo di sfuggita. Da quel che sento in giro poi, non credo nemmeno di essere l’unico a non soffermarci su più di tanto. Il beat è di Charlie Charles, lo stesso beatmaker dietro ai lavori di un altro ragazzo che inizia a far parlare parecchio di sé, Sfera Ebbasta. Il video è dei The Astronauts. Un pezzo all’apparenza autocelebrativo ma che, in realtà, ci avrebbe offerto l’istantanea di un personaggio da decifrare con curiosità nei mesi a venire.

Cazzo mene. Si ricomincia a vociferare di Ghali dal singolo successivo, “Cazzo mene”, entrato con insistenza nelle playlist su YouTube di una bella fetta di pubblico. Sì, molti commenti che si leggono in rete sono piuttosto negativi nei suoi confronti (anche se il più delle volte ironici), però sembra che da quel momento in poi la gente non possa più fare a meno di aspettare la sua mossa successiva. S’instaura un legame singolare tra Ghali e quello che poi sarebbe diventato il suo pubblico, quasi di scherno reciproco, in bilico sulla sottile linea dell’ironia. Certo, Ghali divide anche il pubblico, in pratica tra chi riesce a stare al suo gioco e chi, invece, non può vedere nemmeno da lontano il suo personaggio, tollerare le sue strane movenze e metafore. Il passato non si dimentica facilmente, oltretutto. Ma a Ghali non interessa nulla di quest’aspetto, anzi decide di caricare sul suo già preesistente canale YouTube i suoi nuovi lavori, fregandosene di rimuovere o oscurare i vecchi video, oggetto allora di tanta discordia.

Niente male, riascoltiamo. Su di me Ghali ha avuto lo stesso effetto che in passato ho provato quando ho assaggiato per la prima volta in vita mia la Red Bull. Da un no categorico sono passato ad uno stentato proviamo va, poi ad un uhm, tutto sommato c’è di peggio, poi ancora a niente male, riascoltiamo, finendo poi in questi giorni per non poterne più fare a meno, tanto da decidere di passare una serata in compagnia di amici ad un suo live. La risposta più calzante è “Non lo so”, il brano prodotto da Chris Nolan che più mi ha avvicinato al suo universo, forse perché il feat con Izi all’inizio ha reso la pillola un po’ meno amara.
[Con la Red Bull per ora ho smesso, non so quindi ancora cosa che ne sarà del mio rapporto con Ghali nel prossimo futuro…]

Stravaganza. Con “Optional” sembrava iniziato un po’ tutto per gioco, o questo perlomeno era quanto si percepiva dall’esterno. D’altronde, ha dato il via ad una serie di esperimenti che, forse per caso o forse no, hanno trovato una loro forma e dimensione. L’unica nota che mi sembra stonare in questo percorso è “Mamma” che, sia nel contenuto (più immediato e diretto), sia nella forma (video più didascalico), risulta meno in armonia con il mood dei restanti episodi.
La ricerca dello stile è crescente, aumenta di brano in brano, di clip in clip. Ghali ci parla attraverso un linguaggio tutto suo, intriso di metafore stravaganti, di riferimenti a personaggi di anime stra-pop (vedi Dragonball Z e Pokemon) e di spiacevoli giochi di parole, come nel caso del povero coccodrillo divorato dalla krokodil.
Ma è il nonsense spesso e volentieri a rubare la scena a tutto il resto, che si trasforma a sua volta in semplice contorno. Non bastano nemmeno i suoi distesissimi Speeches a farcene comprendere l’intero significato. In ogni brano, un trip circolare che finisce quasi sempre per culminare con un ritornello martellante, come nel caso del pezzo “Marijuana”, esempio di come andrebbe costruito un chorus con i controfiocchi. Gran parte del merito qui è tutto di Charlie Charles.

Gusto. Mi irrita, ma un po’ devo ammettere che mi stuzzica anche, la sua sfrontatezza nel vantarsi di non aver mai letto un libro in vita sua. Anche se alcune sue interviste smentiscono il fattaccio, mi piace pensare che le cose siano andate esattamente così. E, soprattutto, mi piace poter pensare che il fatto di aver inserito in pochi frame del video di “Dende” il baby-regista Alessandro Murdaca impegnato nella lettura di un libricino sia quasi a voler compensare questa sua carenza. Quasi a voler dire attenzione, senza questo regista non saremmo qui dove ci troviamo ora. In effetti, Murdaca ci ha messo parecchio del suo per alzare il livello complessivo del progetto, arrivando a toccare dei picchi che, in altri suoi (ottimi) lavori, non avevamo ancora potuto apprezzare.
Dare una forma al nonsense, magari con una non-sceneggiatura oppure con una trama che sembra improvvisata lì per lì, tanto da lasciarti incollato allo schermo fino all’ultimo frammento del video. Tutto questo contestualizzato in un discorso di rottura con certi cliché e schemi che annacquano la visione generale dell’hip hop: ecco spiegato il motivo per cui sceglie per un suo video una modella dai tratti opposti rispetto a quelli che vanno per la maggiore nell’immaginario dei suoi colleghi o, per un altro ancora, la compagnia silenziosa di un capellone biondo intento a gustarsi uno zucchero filato color rosa, di fatto la prova che anche nel rap italiano ci sia spazio per dei nuovi Mauro Repetto.
La ricerca estetica non è mai fine a sé stessa perché spesso prende il sopravvento anche sui contenuti, come nel video di “Marijuana” (diretto da Othieno e Murdaca), con un Ghali alla ricerca dell’accostamento cromatico perfetto tra il proprio outfit e le varie pareti e boiseries sullo sfondo.

Un disco? Magari sì, ma anche no. La trovata di pubblicare un singolo ogni mese e mezzo circa, senza aver ancora annunciato come e se tutti i brani saranno raccolti in un unico progetto, apre un po’ a diversi scenari. Senza escludere che questi lavori se ne rimangano soli soletti su YouTube (anche se al momento sembra un’ipotesi piuttosto remota). Se così sarà, ci dovremo abituare a questa nuova strategia di diffusione.
Così come ci dovremo abituare ad una nuova concezione di live, dove l’autotune dovrà essere camuffato con qualche brillante escamotage per non risultare il lato vulnerabile dello show.
Se tutto va bene, Ghali potrebbe diventare il capostipite di un nuovo filone che in molti non esiteranno a seguire pedissequamente.
Se tutto va bene siam rovinati, commenterebbe invece qualche suo detrattore.

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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