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Intervista a Jack The Smoker: “da qui in poi la storia è diversa”

Jack The Smoker

A marzo è uscito il nuovo album di Jack The Smoker, uno dei rapper che ha visto crescere la scena Hip Hop italiana, in cui spesso ha detto la sua. Effettivamente un suo album ufficiale mancava da un po’ di tempo, nonostante sia comparso nei vari Machete Mixtape, e il ritorno tanto atteso finalmente è arrivato. Siamo andati a scambiare quattro chiacchiere per farci descrivere la sua ultima fatica, “Jack Uccide”, e a farci raccontare qualche curiosità…

RapBurger: “Jack Uccide” è uscito da poco, come sta andando? Qual è il feedback che sta avendo? Sei soddisfatto di questo riscontro?
Jack The Smoker: Sì, sono molto soddisfatto perché vedo molta gente che prima non mi conosceva, e che non mi seguiva così assiduamente, che si sta gasando col disco. Sono molto contento perché questo album si rivolge a un pubblico tendenzialmente molto più ampio, sta raggiungendo un buon risultato e sono felice di vedere che la mia fanbase si stia ampliando. Poi la gente che mi seguiva da prima lo aspettava da tanto, e quelli che non mi seguivano ora stanno rimediando…

Cosa significa per te questo album? C’è un messaggio che vuoi dare in particolare o un concetto ben preciso?
Diciamo che sicuramente non è un concept album, nel senso che non volevo seguire un particolare filone o un insieme di concetti compatibili fra loro. Con Jack Uccide volevo dimostrare alla scena italiana una maturità raggiunta e la capacità di fare un disco completo e vario. Non volevo che fosse un disco monocordo, perché avevo voglia di affrontare più atmosfere e dimostrare una certa versatilità.

Qual è il brano dell’album che ti piace di più?
Il brano che preferisco è “5 Momenti Top” ovvero il brano che chiude il disco. È un pezzo che si distacca un po’ dal resto dell’album, ed è sicuramente il brano più personale, quello con la scrittura più sincera. Sono contento di aver messo questi paletti che fanno come da chiusura di tutto un percorso che va da quando ero ragazzino alla scoperta dell’hip hop, dal primo concerto fino a quando ho conosciuto mia moglie. Un racconto del mio percorso di vita fino adesso. Sono contento di come è uscito quel pezzo, anzi, lasciami fare i props a Pherro che ha prodotto la base, che è stato molto in gamba.

In “5 Momenti Top”, appunto, quando racconti della scoperta dell’hip hop da parte tua, fai riferimento allo storico programma di Radio Deejay “One-Two One-Two”. Noi abbiamo intervistato in precedenza Albertino,  e anche Big Fish ci ha parlato dell’importanza che ha avuto per lui quel programma. Quanto ha significato “One-Two One-Two” per te?
Sicuramente ha significato tantissimo perché, in un periodo senza internet, e con pochissimi spazi dedicati all’hip hop come lo erano i primi anni ’90 (ovvero gli anni in cui ero pischello), è stato prima di tutto una guida all’hip hop, quando non c’era molta possibilità di scambiarsi pareri a riguardo: i mezzi erano pochi e in pochi eravamo ad ascoltare l’hip hop. Ai tempi non andava molto di moda. E sentire gli artisti italiani più in voga co-condurre il programma ti dava la possibilità di seguire come parlavano, che tipo di imprinting avevano e che ascolti facevano. Una cosa che magari adesso è più quotidiana e immediata: esprimere opinioni, dettare una linea, ecc … Invece una volta era molto più difficile capire che cosa fosse figo e cosa no, cosa fosse bello e cosa fosse trash. Ti aiutava ad avere una bussola nel mondo del rap. Ed è stato molto triste anche il modo in cui la gente ha cercato di boicottare Radio Deejay con il lancio delle Mentos all’Hip Hop Village, e come hanno cercato di boicottare gente come Tormento, che è stato uno che ha fatto molto per questa cultura in Italia, in un momento in cui l’hip hop voleva essere settoriale a tutti i costi e chiudersi nel suo guscio in maniera insensata. Meno male che c’è stato qualcosa di pionieristico per quello che poi è venuto dopo.

Tornando al disco invece, come è stato concepito l’artwork?
È stato concepito in modo da unire un po’ tutti i pezzi dell’album. Avevo in mente una sorta di titolo per il disco che significasse “vi faccio il culo” a livello di rap, perché vengo spesso additato del fatto che sono sottovalutato e che sono poco costante. Con questo album volevo mettere un paletto che significasse che da qui in poi la storia è diversa. Ovviamente il pacchetto delle sigarette sta a significare qualcosa di accessibile a tutti che però poi alla lunga ti uccide. Questa copertina poi, messa in uno scaffale risalta, balza molto più all’occhio di copertine che magari sono molto più elaborate. Volevamo avere appunto anche un impatto dal punto di vista estetico. Poi una roba che mi dico spesso  è: “guarda che copertine stanno uscendo, quello nuovo di Drake (“Hotline Bling” ndr), l’ultimo album di Kanye West (The Life Of Pablo ndr), sono copertine semplici che possono sembrare marce, ma che però poi ti rimangono in testa”. Poi non è che il marcio deve essere bello a tutti i costi, sennò poi pigliamo e facciamo tutte le copertine con Paint. Però il minimale può essere qualcosa di interessante che la gente riesce a cogliere di più.

Sono passati 7 anni da V.Ita il tuo ultimo album ufficiale. C’è un motivo per cui è passato così tanto tempo?
Sì, stavo cercando di capire qual era la cosa giusta per me, e soprattutto trovare una realtà che supportasse in maniera massiva quello che facevo. V.Ita è un disco che è andato molto meno di quello che mi aspettassi e di quello che effettivamente meritava, per una questione di promozione e di video praticamente nulli. Ho fatto solo il video di “Bad Trip”, che poi quel brano si discosta da tutto il resto dell’album. Anche perché il disco me l’ha prodotto una realtà addirittura minore di un’etichetta indipendente: era un ragazzo molto coraggioso che ha tirato fuori dei soldi, ma che poi non era inserito nelle dinamiche di mercato. E da li ho preferito buttarmi per un po’ nei mixtape senza l’esigenza di arrivare a un milione di persone o di fare le cose in maniera confezionata. Poi, in un momento in cui stavo pensando di dedicarmi solo ed esclusivamente ai mixtape, è arrivata questa possibilità da parte di Machete e l’ho colta al volo, perché la realtà è si indipendente, ma è inserita meglio nelle dinamiche discografiche, ed è molto riconosciuta. Questo mi ha dato un motivo in più per fare le cose costruite in una determinata maniera. Sono passati tanti anni perché volevo fare le cose nel modo giusto, però so di non aver perso tempo perché appunto ho avuto modo di collaborare con tutti e di fare questi mixtape. Poi c’è stato un delay ulteriore dovuto all’uscita del Machete Mixtape: ci abbiamo messo un anno a farlo, sarebbe potuto uscire prima il disco ma non avrebbe avuto senso sovrapposto al Machete Mixtape e alla tournée. Non sarebbe stato intelligente.

Secondo la tua opinione, V.Ita è così tanto diverso da Jack Uccide?
È molto diverso. L’atmosfera che si respira in V.Ita è disillusa, è un qualcosa di sfiduciato verso il mondo del lavoro, il famoso “Mondo degli adulti”. Finita l’università, inserito nelle dinamiche quotidiane, la persona affronta un momento di disillusione perché prima ti senti infallibile e immortale, e poi arriva questo distacco. Distacco che si sente in V.Ita. Invece Jack Uccide è un ulteriore passo evolutivo della persona, e lo vedo proprio come la presa in mano delle proprie possibilità. È un disco più di impatto, più ego-concentrato e meno sociale-politico. Tratto pochissimo quella tematica in Jack Uccide perché  mi va anche meno di analizzare meno quell’aspetto lì.

L’Alba, il tuo primo album ufficiale, che hai prodotto con Mace, è uno dei lavori tuoi più apprezzati da chi ti segue. Sappiamo che sei ancora in contatto con lui, Qual è il rapporto che c’è tra di voi? E cosa è cambiato nel corso degli anni?
Sicuramente con Simone (Mace ndr) c’è un’amicizia che viene fuori dalle medie, nel senso che abbiamo iniziato ad ascoltare rap assieme. In “5 Momenti Top” lui è presente in tutti: sia quello in cui dipingiamo assieme, sia nella presentazione del disco, che nell’ascolto dei pezzi iniziali. Mace è una figura importantissima per me, anche perché è un gran lavoratore dal punto di vista musicale. Mi ha indirizzato spesso in maniera “nazista” mentre magari io ero un po’ più istintivo. Lui comunque è una persona che sa lavorare bene, sa cosa fare per raggiungere il massimo risultato. Siamo ancora in contatto perché lui c’è in tutti i miei album, ha fatto un beat in V.Ita e ha fatto un beat di Jack Uccide, ovvero il beat della title track, l’ultimo pezzo in ordine cronologico che ho fatto per il disco. Gli ho detto che volevo fare questo pezzo in modo che fosse mirato appunto come title track e lui ha tirato fuori la base. Di sicuro faremo di nuovo qualcosa assieme: l’idea sarebbe quella di lavorare a qualcosa di La Crème anche perché vorremmo chiudere questo percorso. Ovviamente dobbiamo compatire il fatto che io sto facendo le mie cose e lui è in tournèe in Asia, e non so quando riusciremo a incastrare questa cosa. E poi comunque anche L’Alba è un album che non si trova quasi più e vorremmo rimediare a questa cosa…

È da qualche anno che giri coi ragazzi della Machete, nonostante tu abbia fatto le tue esperienze ed eri già conosciuto prima di associarti a loro. Perché hai deciso di unirti a loro? E qual è il tipo di rapporto che c’è tra di voi?
L’unione con Machete deriva dal fatto di voler lavorare con una struttura organizzata bene. Volevo valorizzare la mia produttività, che comunque è sempre stata alta a discapito di quello poi ho fatto a livello ufficiale: ogni mese esce una mia strofa per qualcuno e ogni tot esco con un mixtape. Effettivamente però una realtà indipendente, ma molto produttiva, era quello che mi mancava per fare un salto di qualità, sia dal punto di vista dell’immagine, che dal punto di vista della distribuzione della mia musica. Ciò che mi ha fatto piacere di Machete è il fatto che loro abbiano investito su una persona come me, che l’abbiano fatto in un momento dove magari i miei numeri non erano altissimi, piuttosto che puntare sul ragazzino che ha un milione di views. Hanno voluto creare un percorso con una persona che apprezzavano a differenza di altre etichette che lavorano in funzione dei numeri (e fanno bene se si tratta di affari). Tra noi ci siamo conosciuti prima come artisti, poi chiaramente frequentandosi  si diventa amici, e ora ci sentiamo spesso anche per robe non legate alla musica. Quando si crea un rapporto umano la velocità con cui si produce è maggiore, perché comunque ti fa piacere passare del tempo assieme, tempo che poi può risultare produttivo. Poi ti influenzi a vicenda e i risultati sono maggiori. Io ho lavorato sempre con amici, e questo era il mio primo esperimento di lavoro con persone con cui non avevo confidenza: infatti c’è stato anche un periodo di rodaggio che è durato un paio d’anni, adesso c’è un rapporto umano importante.

Quali sono i tuoi rapper preferiti?
Io ho sempre ascoltato molto più rap americano. So che lo dicono tutti, ma è vero. Io ho avuto la fortuna di crescere nella golden era del rap americano e ho ascoltato da subito i Mobb Deep, Nas, Biggie, A Tribe Called Quest. Tutta roba figa che mi ha cresciuto con un imprinting qualitativo diverso. Ciò che magari manca ai ragazzi di oggi è appunto la voglia di fare un filtro qualitativo: perché magari ascoltano solo rap italiano, dove le robe sono solo in un certo modo e basta, mentre comunque questa roba dell’hip hop l’hanno inventata in America e la fanno un po’ meglio. Come nomi nuovi americani ti dico French Montana, Roc Marciano, anche se poi mi piacciono tutte le sfumature del rap USA. French Montana mi piace in particolare: ha le sue punch e sa mettere a tempo la sua arroganza, non è come Gucci Mane o Chief Keef che sono sì arroganti, ma che non sanno stare a tempo. In Italia aspetto il disco di Marra e Guè che sicuramente sarà una bomba, loro tecnicamente sono validissimi. Mi piacciono i rapper che hanno tecnica: Nex Cassel, Noyz Narcos, i Co’ Sang, tutti quelli che sono presenti nel mio disco (che sono ovviamente persone che apprezzo). Anche le nuove leve mi piacciono come Ghali e Sfera.

E i tuoi produttori preferiti?
Italiani LowKidd e Charlie Charles, che fanno robe attuali ma non “puzzone”. In America mi piacciono 808 Mafia. Sono un po’ annoiato dal mio produttore preferito che è Alchemist, che secondo me si sta un po’ incartando su questi beat senza batterie. Mi piacciono un sacco quei produttori che usano i campioni e li uniscono alle 808, a delle batterie moderne.

È meglio fare rap o produrre?
È meglio fare rap secondo il mio gusto personale. Perché per quanto riguarda le produzioni si tratta di un lavoro statico, che poi ti porta a diventare un “topo da laboratorio”, e io ho bisogno di muovermi in libertà. Mi piace la scrittura perché per me è più immediata. Poi l’aspetto live gratifica più il rapper del beatmaker, e poi la figura del DJ non sempre è legata al fatto di essere un produttore. A livello di scelta personale il tempo non è più infinito come da ragazzino, dove avevo tutte le giornate a disposizione, e preferisco investire più nel rap che per me è un lavoro.

Cosa è cambiato nel metodo di lavoro rispetto a quando hai incominciato?
Di sicuro il fatto che le cose prima si facevano senza fare alcun tipo di calcolo. Anche perché prima ero spinto da un’esigenza adolescenziale di comunicatività, e quindi me ne  fregavo un po’ il cazzo di dove andava finire la roba, facevo un po’ quello che mi veniva in mente senza filtri. Adesso, quando mi approccio alla scrittura di un pezzo, ho più esperienza e so già dove andare, cosa funziona e cosa no. Poi il fatto che sai che c’è un pubblico che ti ascolta cambia il tuo modo di percepire la realtà. Eccome. Prima se non c’era nessuno che ti ascoltava dicevi: “Io faccio questa roba e chi se ne frega”. Adesso sai bene quali cose sono utili e quali di meno. Non fa più parte di me perdere tempo anche se faccio comunque quello che voglio quando scrivo. Se devo scrivere un pezzo “sociale” come lo scrivevo 7-8 anni fa so che magari al pubblico di oggi interessa di meno. E visto che comunque a me piace parlare di tante cose diverse faccio una scelta in relazione a come voglio improntare un disco.

Cosa ne pensi del mercato musicale italiano nel suo complesso? E cosa faresti tu per poterlo migliorare?
Adesso il mercato è parecchio intasato, perché esce un disco al giorno. Magari uno passa a pensarci anni a un disco, poi però quando esce, se non lo svolti bene, non ti dura più di 1 o 2 settimane e la gente già se lo dimentica. Al netto di ciò dico che proprio per questo bisogna essere in grado di valorizzare il disco in maniera continuativa, riempirlo di contenuti in maniera che risulti interessante e non strettamente musicale. Bisognerebbe creare una narrativa attorno ad essa, devi far capire alle persone che tipo di persona sei, dove vuoi arrivare e quali sono i temi ricorrenti della tua musica. Non saprei cosa fare per migliorare il mercato in generale, ma so cosa fare per migliorare il “mio mercato”, ovvero:  far capire sempre di più alla gente cosa voglio fare come artista e essere continuativo nella mia produzione.

Ultima domanda: tu ascolti solo ed esclusivamente Hip Hop oppure ti capita di spaziare in altri generi?
Sono abbastanza “rap-concentrato” anche perché vengo da una generazione in cui le divisioni “tribali” esistevano ancora. Era più radicale perché l’identità era più per distinzione che non per omologazione. La tua identità veniva nel distacco rispetto a qualcos’altro, nel selezionarti una serie di persone che vestivano come te. Io sono cresciuto così. Adesso non so se è meglio o peggio ma è tutto un po’ più annacquato: ora uno che si ascolta rap si ascolta tranquillamente anche il rock. Io personalmente sono cresciuto in mezzo agli zarri e non volevo fare come loro, non volevo ascoltare la loro roba o andare in certe discoteche con le loro pasticche. Era proprio così, a categoria. Noi eravamo quelli che si fumavano le canne, le pastiglie ci facevano schifo. C’era una forte componente identitaria. Poi negli anni, essendo anche produttore, ho ascoltato anche un sacco di musica finalizzata al campionamento: colonne sonore anni ’80, musica black, funk, soul, jazz. Non ho mai amato per esempio il metal, non lo riesco a sentire, anche se riconosco che c’è sempre un lavoro dietro. Ho comunque sempre ascoltato artisti che avevano un imprinting Hip Hop come possono essere i Portishead, Daft Punk, Massive Attack. Roba lenta che comunque ha il boom-bap dentro. E molti componenti della musica elettronica di adesso, e produttori di musica elettronica, derivano dal rap e dall’hip hop se ci fai caso.

Non Va Bene FreestyleEcco a voi questo regalo su un beat folle di Stabber,primo di una serie di freestyle che pubblicherò d’ora in poi
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Pubblicato da Jack The Smoker su Giovedì 7 aprile 2016

About Fabio Baratella

Proveniente dalla provincia di Milano, sono un fan di Mortal Kombat, di Frank Miller, degli Sport Motoristici e del Giappone.

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