shopclues offers today 2017

amazon coupons code india

clear trip coupon code promo

flipkart coupon code

globalnin.com

Digging New York, l’intervista a Danno e ai produttori del film

diggin new york

di Francesco Zendri e Giorgio Quadrani

Il 28 febbraio abbiamo avuto il piacere di partecipare all’anteprima romana di Diggin New York, il documentario realizzato per Wrong Way Picture e The Proudaction che vede come regista e protagonista Danno dei Colle Der Fomento. La location prescelta era il Brancalone, la casa di Welcome To The Jungle, il programma radio di DJ Ceffo, Cannas e per l’appunto Danno; un programma diventato quasi un’istituzione a Roma ma non solo.

Al nostro arrivo il locale era già abbastanza gremito, ed inusualmente per un posto che è solito ospitare concerti, la sala più grande era occupata da una platea di sedie pronte ad accogliere il pubblico accorso incuriosito e speranzoso. Giusto un paio di parole introduttive di Danno e di Daniele “Danny Leeno” Guardia e Stefano Lemon, produttori del progetto, e lo spettacolo ha inizio, con le prime immagini di New York che riempiono gli occhi della sala.

Il trovarsi al Brancaleone scopriamo quindi che non è un caso: quello che stiamo vedendo sul grande schermo, per attitudine e caratteristiche, si sposa perfettamente con il luogo in cui ci troviamo. Dentro quell’ora e mezza abbondante di riprese c’è Danno con tutta la sua personalità, ma anche con tutta la sua carriera artistica. Ci sono i suoi gusti musicali, il suo modo di vivere la strada, la sua emozione e spontaneità nell’approcciare con le persone con cui si trova man mano a confrontarsi, c’è la sua immensa e tangibile passione per questa cultura HipHop che volente o nolente gli ha cambiato la vita.

Uno spaccato crudo e diretto che viene servito al pubblico senza troppi filtri ed è per questo che un luogo come il Brancaleone è il posto giusto in cui presentare tutto ciò. Alla fine questo locale è un po’ il posto in cui questo progetto ha le sue radici, grazie a Daniele Guardia, un amico passato a trovare Danno durante una delle tante dirette con una proposta geniale quanto apparentemente folle: partire per New York e inventarsi una nuova forma di racconto di strada. Poi Danno proprio qui, nelle ore, di diretta ha partorito le prime idee a riguardo, ci ha pensato su e alla fine quella proposta è divenuta realtà ed oggi ce la troviamo di fronte ai nostri occhi in tutta la sua essenza.

Il pubblico attorno a noi intanto appare soddisfatto e a volte interagisce con il film come se stesse a fianco del Danno nel suo peregrinare per i project della Grande Mela. Le musiche di Stabber, DJ Craim, DJ Baro, DJ Fastcut e Andrea “Cuns” scandiscono i vari momenti con precisione mischiandosi al grande concentrato di contenuti umani, sociali, musicali, fotografici che si alternano nel progetto.
Alla fine la soddisfazione è palpabile, Danno e i produttori sono visibilmente emozionati, anche perché dentro questo progetto come si è detto ci sono proprio loro con le loro idee e i loro volti e vedere tutto ciò finalmente reale, vivo e palpitante, fa chiaramente un certo effetto.
Ci sono anche tanti amici della scena romana che sono venuti ad omaggiare il progetto, da Simo dei Gente de Borgata fino a Piotta, passando per Metal Carter.
L’atmosfera che si respira è davvero positiva e la visione sembra aver messo tutti d’accordo. Noi ci ascoltiamo gli echi del DJ-Set di DJ Craim e Cannas per “Welcome To The Jungle” mentre iniziamo a chiacchierare con Daniele Guardia e Stefano Lemon sugli aspetti tecnici del progetto. Alla fine della seconda proiezione, che si è tenuta dopo quella a cui noi abbiamo assistito, il DJ-set si sposta nella sala centrale ed arriva quindi il turno dei padroni di casa DJ Ceffo e Cannas; approfittando del cambio sala decidiamo così di fare due domande anche a Danno per farci raccontare il suo punto di vista su questo progetto quasi autobiografico, ma sicuramente molto personale.

Di seguito trovate dunque le interviste realizzate che forniscono una vivida e chiara fotografia di questo progetto, dei suoi obbiettivi, delle aspirazioni ad esso collegate, della sua lavorazione e dei suoi possibili sviluppi futuri.

Rapburger) Di cosa parla “Diggin New York”?
Daniele Guardia) In “Diggin New York” raccontiamo il viaggio di Danno a New York nel 2014 alla ricerca delle radici e dell’eredità della cultura HipHop nella Grande Mela. Il progetto è stato realizzato quasi interamente in modalità freestyle, di tutti gli incontri e le interviste che vengono documentate ne avevamo organizzate solamente due. Per il resto abbiamo seguito il corso delle cose e a volte abbiamo pure avuto fortuna, come quando abbiamo incontrato Lounge Lo, fratello di Cappadonna, che ci ha invitato alla sua festa privata in un project a Park Hill, facendoci partecipare alle riprese di un suo videoclip. Dare una definizione di cos’è il progetto è difficile: non è propriamente un documentario, anche se in parte lo può sembrare. Di fatto raccontiamo in modo diretto la vita che può fare chiunque a New York girando per una ventina di giorni nei vari quartieri; infatti quanto si può vedere è alla fine la sintesi vera e propria della nostra esperienza. Perciò è un format del tutto inedito e sperimentale al quale non saprei ancora dare un nome preciso.

Rapburger) Quanto ci avete messo per realizzarlo?
Stefano Lemon)
 In loco abbiamo girato per ben 22 giorni, con un solo giorno di pausa. È stato difficile soprattutto coordinare la selezione del materiale girato ed il montaggio. Metà staff stava a Roma e metà a New York e ci passavamo in tempo reale il materiale che filmavamo. Una volta rientrati a Roma ci siamo ricongiunti per confrontarci sul risultato. Poi l’ha montato Frank Jerky a New York, quindi abbiamo avuto tempistiche lunghe per questo motivo.

Rapburger) A livello tecnico come lo avete realizzato?
Stefano Lemon)
Abbiamo preso l’idea di Danno e di Daniele e l’abbiamo concretizzata una volta che ci siamo trovati negli States. Abbiamo lavorato in modalità freestyle, tenendo solo qualche punto saldo. Il progetto si è dunque sviluppato per lo più in divenire, con Danno che si è trovato a gestire di volta in volta i vari incontri con gli artisti e con le persone con cui abbiamo interagito per strada.
Daniele Guardia) Anche l’audio è stato registrato in presa diretta ed è forse uno dei talloni d’Achille del progetto, perché a volte si addice alle situazione riprese, ma altre volte interferisce. Purtroppo però non potevamo microfonare le persone che incontravamo, perché abbiamo intervistato gente che vive la propria quotidianità in quartieri non sempre “facili” e quindi è diffidente nei confronti delle telecamere. Ad esempio siamo andati a casa di un membro dei The Last Poets con l’intenzione di fare delle riprese, ma abbiamo trovato una situazione conviviale privata di carattere rituale che non ci hanno permesso di documentare.

Rapburger) Avete quindi tagliato tanto materiale?
Daniele Guardia) Sì abbiamo tagliato tanto materiale, anche scene molto divertenti. Poiché il progetto aveva un significato importante, abbiamo soppesato l’ironia, lasciandone giusto qualche goccia, per non svilire il messaggio che traspare dal progetto. Magari utilizzeremo alcune di queste scene in futuro come clip esclusive da pubblicare in futuro. In totale comunque avremo circa un’altra ora abbondante di girato.

Rapburger) Verrà distribuito in copia fisica?
Daniele Guardia) Non lo sappiamo ancora, o meglio noi abbiamo un’idea di quello che vorremmo fare, ma siamo molto meticolosi e quindi prima di aver conferme di ciò non vogliamo esporci.

Rapburger) Per il momento quindi lo proietterete in giro per l’Italia?
Daniele Guardia) Questa intanto è stata la terza presentazione ufficiale: lo abbiamo già presentato a dicembre a Miami con una premiere in occasione di una mostra fotografica di Stefano Lemon e poi abbiamo fatto una proiezione esclusiva a Perugia.
Stiamo portando in giro il progetto come una produzione indipendente, al fuori dei canali di distribuzione cinematografici ufficiali. Del resto in questo modo possiamo anche fare proiezioni in contesti che rispecchiano la natura spontanea e diretta del progetto, mantenendo un rapporto diretto con il pubblico. Se poi ci sarà l’interesse e la volontà di distribuirlo con una casa di distribuzione ufficiale, probabilmente realizzeremo una clean-version attingendo anche al materiale che abbiamo tagliato, in modo da avere un prodotto più standard ed adatto ad un pubblico trasversale.

RapBurger) Come hai trovato New York? Con quali aspettative sei partito quando avete deciso di lanciarvi in quest’avventura?
Danno) New York l’avevo già visitata, quindi non si è trattato del mio primo viaggio. Però c’ero stato sempre da turista, vedendo un po’ tutti i quartieri, in una toccata e fuga. Invece, a ‘sto giro, mi sono trovato a vivere per quasi venti giorni a Brooklyn sulla Bushwick Avenue, in un’ottica totalmente diversa rispetto a quella in cui mi ero trovato nelle precedenti occasioni. Non c’era tempo libero per girare la città, perché dovevamo portare a termine la nostra missione. Ogni giorno, capivamo se ci fosse un concerto o qualcosa di organizzato grazie ai nostri due/tre contatti in loco, dopodiché ci muovevamo. L’ho trovata sempre magica come città, viva a dei livelli incredibili, piena di gente, piena di colori. Lo dico anche nel documentario, mi han proprio stupito tutti i colori che si vedono. Appena arrivi, pensi “madonna santa quanto puzza ‘sta città!” (ride, ndr.). L’aria è sporca, densa. Dopo un po’, impari a respirarla quell’aria; non ne puoi più fare a meno. Ti salutano tutti: per strada quando incroci lo sguardo di una persona, quella persona dopo un secondo ti dice “ciao, buongiorno, come stai?”.

RapBurger) A Brooklyn, immaginiamo di sì. Un po’ il contrario di Manhattan.
Danno) Sì, diciamo che a Brooklyn, dove stavamo noi, c’erano un sacco di peruviani. Per dire, non era tutta gente “tranquilla”. I nostri vicini, per esempio, erano messicani, che non ci salutavano mai. Gli dicevo anche “ciao” in spagnolo, e al massimo mi rispondevano “good morning”, come per dire “tu non sei come me”. Però, vi assicuro che per strada il clima è diverso, salutano sempre. Venendo al rap, poi, ho notato che si tratta di un genere veramente trasversale: l’ho trovato al Blue Note Jazz Festival con Fabrizio Sotti, ma l’ho trovato anche per strada e sotto la metro, come in pizzeria. Ad esempio con Jadon (un giovane freestyler che performa come artista di strada nella metropolitana di New York ndr.) siamo andati ad un open mic famoso fatto con la live band. Il rap è fatto in tutti i modi possibili e si riesce ad accompagnare a qualsiasi altro tipo di musica. Jadon per dire il più delle volte sale sui treni col musicista bianco con la chitarra acustica, che sta lì con i sandali. Sono due opposti, ma convivono benissimo insieme.

RapBurger) A proposito di Jadon, ci chiedevamo se per caso l’aveste incontrato in maniera del tutto casuale.
Danno) Lui è una scoperta di Daniela Croci aka Zoe-Map, gran creativa e videomaker marchigiana che vive a New York. Ha collaborato, per dire, anche a Versibus Alternis, documentario sul freestyle in Italia, e ha lavorato con Stabbyo Boy. Se non sbaglio, lei è stata la prima a fare una sorta di reportage video di questo ragazzino, Jadon appunto, che fa freestyle in metro. Ha ripreso la sua esibizione in un festival di strada e, a quel punto, è venuto naturale chiederle di presentarcelo. Lui ha una storia particolarissima alle spalle: non si sa dove viva, non ha il telefono, scrocca il telefono dagli amici in tutta la città per collegarsi a Facebook. Gli scrivi su Facebook, e lui dice “fra un’ora starò lì”. Dalle 9 alle 14 di mattina, sta sotto tutte le linee della metro a fare freestyle e a chiedere l’elemosina. Lo arrestano una decina di volte l’anno perché in metro non puoi fare freestyle; è considerato accattonaggio che ti costa un giorno di galera. Questo, a diciotto anni, si è già fatto venti giorni di galera, più o meno. Tutti i musicisti rischiano perché c’è la polizia sotto copertura che si camuffa tra i passanti.

RapBurger) Qual è stato un momento che ti è piaciuto particolarmente in questo viaggio?
Danno) Sicuramente, il barbecue della Duck Down. Noi abbiamo scritto a Dru Ha, capo della Duck Down, e, presentandogli il progetto, abbiamo chiesto se ci saremmo potuti presentare con le telecamere. Lui “quando volete, venite…”. Arrivati lì, non ci si è filato di pezza e c’erano quindici televisioni, venti radio con gli accrediti e così via, mentre noi non avevamo nulla. Quindi, abbiamo iniziato a parlare con la gente, invece di intervistare gli artisti presenti.
Un altro momento molto bello e fortunato è stato quando siamo andati nei project a Park Hill invitati da Lounge Lo, incontrato nei giorni precedenti casualmente, ad assistere alle riprese del suo video con Mick Check e King Just (per il brano, “Dart Of Row”, ndr.). È stato uno dei momenti più fichi, perché la gente era spontanea, come la pischella che – mentre si accorge delle nostre riprese – inizia a ballare. Ci hanno accolto bene, anche se c’era qualcuno che era più sospettoso, come due signore che sono arrivate a dirci “fra poco si fanno le sei del pomeriggio; comincia ad essere buio e vi conviene andare via da qui. Quando è buio, non è più un posto per voi” (ride, ndr.). Altri poi ci guardavano come per dire “ma che cosa volete”, però noi avevamo le nostre telecamere e alla fine gli abbiamo regalato tutte le nostre riprese della giornata per utilizzarle anche nel loro videoclip. Alla fine siamo rimasti in buoni rapporti, tant’è vero che ancora mi ci scrivo con molti di loro.

RapBurger) Beh, insomma ti ha dato non poche soddisfazioni l’esperienza in sé. Per ultima cosa, ti chiediamo in quale altra città del mondo andresti a ripetere questo tipo di esperienza.
Danno) Non ve lo posso dire perché è un’idea su cui ancora sto riflettendo (ride, ndr.). Vabbè, su, la butto lì. Vi dico che mi piacerebbe andare a Tokio, così, “Digging Tokio”. Com’è l’hip-hop dei giapponesi?!

RapBurger) Tra l’altro, su RapBurger quest’estate è uscita una puntata della nostra rubrica Worldwide Burger (che ci porta alla scoperta del rap in diversi angoli del mondo), in cui si parlava dell’oriente. Della Korea in particolare, ma comunque si accennava alla florida scena hip-hop in quella zona del globo.
Danno) Sì, in Giappone l’HipHop è un genere vastissimo, super seguito ed è fatto bene ed in tanti modi diversi, con particolare attenzione alle produzioni. Nel mercato giapponese, trovi cose esclusive ascoltabili solo in quel determinato tipo di mercato. Sono molto interessati alla old school, per dire. Aggiungo che, durante il montaggio di “Digging New York”, accorgendomi che il fulcro di tutto sono le persone, dallo sconosciuto alla vecchia gloria, mi sono chiesto “perché non fare anche un Digging Roma?”. Sarebbe bello andare per le strade della mia città, con quello spirito che mi ha spinto a New York. Non so, ci sto pensando. Sto pensando anche di scrivere un libro, chissà.

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia. Nel tempo libero curo le iniziative dell'Associazione Culturale Step by Step di Rovereto (Tn) per promuovere la cultura Hip Hop.

Sparati anche questo!

rapburger al mercato

Torna Rapburger Al Mercato con Fabio Persico

Il rap è sempre più mainstream, lo ascoltano tutti, vero? Proviamolo. Ma quante volte lo …

Lascia un commento

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>