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Fabri Fibra: un Tradimento perdonabile

Fabri Fibra XL

Dal numero 11 de La Repubblica XL, luglio 2006.
Un collage (digitale) per riesumare uno dei primi articoli che analizzavano il fenomeno Fibra ai tempi di Tradimento (con tanto di copertina a lui dedicata).

Sono passati (solo) dieci anni. A guardarsi indietro, non sembra poi così tanto. O, forse sì. Dipende dai punti di vista. A livello globale, sono cambiate tantissime cose, alcune in meglio, altre in peggio (dipende anche qui dai punti di vista). Ma non è questa la sede più adatta a montare altra inutile retorica sui presunti fatti che hanno contribuito a rendere il mondo o l’Italia un posto migliore o peggiore rispetto a quello in cui vivevamo dieci anni fa.
Fatto sta che nell’estate del 2006 – che ricordiamo quasi esclusivamente per i mondiali vinti in Germania – accadeva un avvenimento piuttosto insolito in Italia. Eravamo tutti invitati a rispondere con un o con un no, non ad un referendum, ma ad un dibattito che stava spaccando a metà l’opinione pubblica e il mondo dei media, e al quale non potevamo sottrarci.

Premessa.
La musica leggera, da decenni (senza voler esagerare), regnava incontrastata in Italia. Nessuno era in grado né aveva la minima intenzione di provare a stuzzicare quei dieci nomi che si alternavano sul podio delle classifiche generali radio e di vendita con dei numeri da capogiro. Non ne valeva la pena per loro (artisti), figuriamoci per le major. Il risultato era un piattume totale. In giro, andavano per la maggiore le solite canzoncine melense e/o le solite hit da spiaggia dai ritmi latino-americani e/o le solite hit propinate da MTV e/o (se ti andava proprio di lusso potevi ascoltare) le solite canzoni finto-impegnate (che magari strizzavano l’occhio a quella roba là chiamata rap), a seconda della stagione. E, quell’anno, i Finley.
A noi però andava bene. In Italia, si viveva bene. Tutto sommato, a nessuno sembrava fregar nulla che le cose stessero così. Non eravamo ancora entrati nella fase della cosiddetta crisi, anche se qualcosa – in quegli anni – cominciava, sottotraccia, a scricchiolare.
In realtà, un senso di malessere si poteva percepire nell’aria. Se solo ci fossimo soffermati ad osservare con un briciolo d’attenzione in più la realtà circostante, avremmo notato nel sistema delle piccole crepe destinate a diventare delle voragini pronte ad inghiottirci di lì a poco.

La statistica vuole sempre che, in un branco, ci sia almeno un fortunato (o sfortunato) esemplare in grado di prevedere con largo anticipo l’arrivo di un certo fenomeno, solo perché in quel particolare fenomeno ci si è già imbattuto prima di chi gli sta attorno. Questo è quanto di più insolito accaduto nei primi anni duemila a Fabrizio Tarducci, noto ai più come Fabri Fibra, un superstite nel vero senso della parola, che aveva già pagato caro lo scotto di alcune spiacevoli esperienze vissute sulla propria pelle prima di finire sotto le luci della ribalta, nel 2006.
Tradimento – il suo primo album firmato per una major, la Universal – venne pubblicato un mese prima di quella rovente estate, anticipato da un singolo martellante, uno di quelli che ti inseguiva dappertutto, dalla radio a TRL, passando per quegli irritanti intermezzi pubblicitari volti a reclamizzare le suonerie più cool del momento (su consiglio di personaggi altrettanto irritanti).
Parliamo di “Applausi per Fibra”, naturalmente. Un singolo, sul piano del marketing, del tutto rivoluzionario per quello a cui eravamo abituati ad assistere in Italia.
Un singolo che – comunque la mettiamo – favorì un acceso dibatitto, innanzitutto, su chi si celasse dietro questo enigmatico personaggio che si vantava di mangiare lucertole aperte da ragazzino ed indossava una t-shirt dal messaggio lampante: IO ODIO FABRI FIBRA, cioè diceva di odiarsi.
Il singolo fu certificato, poi, quattro volte Disco di Platino dalla Fimi e, nel giro di pochi mesi, la celebre maglietta divenne la più venduta della storia del rap italiano.

Un’anomalia? Sì, possiamo dirlo forte, ma non dettata dal caso.

Fabri Fibra è stato, a tutti gli effetti, una scommessa vinta sin da subito. Dalla Universal, la major che ha creduto in lui, dal suo staff (in particolare, Paola Zukar), dal suo zoccolo duro di sostenitori (che lo seguivano da Sindrome di fine millennio) e dai fan dell’ultimo minuto che l’avevano magari conosciuto solo due minuti prima, ascoltando la sua voce dall’altoparlante del cellulare di un amico. Infine, e soprattutto, da sé stesso.

All’epoca, conoscevo poco o nulla del rap italiano. M’intrigava – devo ammettere – però le prime informazioni a riguardo le devo aver ricevute tramite qualche conoscenza che ne sapeva giusto un po’ più di me in materia. La mia sensazione era che, salvo qualche nerd che bazzicava forum e live, anche quelli più coinvolti nella cosa rispetto a me avessero di fronte a loro un quadro tutt’altro che chiaro sulla situazione dell’hip hop in Italia. Ognuno rivendicava una propria versione dei tanti aneddoti sulla scena che circolavano in rete, roba che in quattro e quattr’otto si spacciava su Yahoo Answer come verità assoluta, da prendere per buona o lasciare.
Non avevo ancora una rete ADSL a casa, quindi di tanto in tanto uno dei miei migliori amici mi metteva a disposizione il suo muletto per scaricare plichi di canzoni di ogni genere e natura, tra le quali finì, in un momento di cazzeggio, anche “Applausi per Fibra”.

Sì, non ci trovo nulla di male nel dire di essermi avvicinato a Fabri Fibra grazie al suo primo singolo commerciale. Anzi, posso dire di più. È grazie a Fibra che in me è scattata quella curiosità di voler andare oltre il suo stesso singolo, poi oltre il suo stesso disco, successivamente ancora oltre la sua stessa discografia. Questo vale per me come per tantissimi altri ragazzi amanti oggi dell’hip hop italiano ma che, fino al 2006, di hip hop ne avevano sentito parlare ben poco.

Per colpa delle case discografiche? Forse sì, ma non basta per giustificare la quasi totale assenza in termini di prodotti di matrice hip-hop memorabili tra i lavori pubblicati dalla fine degli anni novanta a metà duemila. Probabilmente, i discografici non sono esenti da responsabilità, specie in fase di scouting. Il vero motivo del blackout a livello mainstream, però, era dato dal fatto che qualcosa di vecchio ed obsoleto (nell’underground) stava lasciando spazio a qualcosa di nuovo ed più al passo coi tempi. Un passaggio di consegna, in pratica.

Colpa dei media? Anche qui, sì e no. Verrebbe da rispondere sì, visto il polverone mediatico alimentato sui consueti canali di comunicazione da personaggi di ogni tipo, a partire dalla soubrette di Canale 5 fino ad arrivare addirittura al Presidente del Tribunale dei Minori di Milano, Livia Pomodoro, che usò parole di condanna nei confronti del brano “Cuore di Latta” (nel cui testo si accennava alla nota vicenda di cronaca con protagonisti Erika ed Omar).

Il risultato? L’assenza totale di mezze misure nel dare giudizi (perlopiù negativi) e, soprattutto, la (quasi) totale incompetenza da parte degli stessi addetti ai lavori nel saper trattare la materia, l’hip hop.
Tra i pochi a credere ciecamente in Fibra, e poi a farne una vera e propria bandiera, sicuramente la redazione de La Repubblica XL, il mensile in edicola per il Gruppo Editoriale L’Espresso da agosto 2005 a fine 2013. Luca Valtorta, fondatore e direttore della rivista, oltre a dedicargli sin da subito una copertina e una recensione accompagnata dal massimo dei voti (un bel XXXXXL, leggi extralarge), lo coinvolse in diversi progetti editoriali proprio per farne comprendere i testi, il background culturale e l’immaginario nella maniera più accessibile ad una platea di lettori poco abituata al confronto con artisti di quel tipo.

Fabri Fibra non è un artista semplice da decifrare, malgrado sia uno tra i più accessibili (se non forse il primo di questa categoria). Dizione semi-impeccabile (per via della pronuncia di qualche e con accento grave sulle sillabe sbagliate), parole perfettamente scandite.
Il suo linguaggio parla forte e chiaro, tanto da diventare un grattacapo scomodo per l’ascoltatore, perfino in due circostanze diametralmente opposte tra loro: sia quando ci si limiti ad una lettura superficiale dei suoi slogan, sia quando ci si addentri tra gli ingranaggi più intrinsechi della sua mente (deviata e fin troppo ordinaria, allo stesso tempo).

Nel 2006, non saremmo mai potuti incappare in nulla di più giusto o più sbagliato di Fabri Fibra, uno che preferiva sparare in primis su se stesso, poi indirettamente su tutti noi. Era quello che ci meritavamo, nel bene e nel male. Una sorta di mostro sbucato da una delle tante crepe del sistema, un figlio di quello stesso sistema che tutti noi abbiamo contribuito a tirar su e a mantenere in piedi per troppo tempo.
Venivamo colpiti in pieno volto da un bel ceffone, carico di violenza e rabbia, che ci metteva in guardia su diverse cose in procinto di accadere di lì a breve.
Un sistema di valori etici pronto ad implodere, un sistema economico vicino al collasso, un sistema discografico da resettare prima di un’imminente deflagrazione.
Senza generalizzare, prendiamo ad esempio il solo mercato musicale. Una dimensione stravolta da sconvolgimenti tecnologici di ogni razza nel corso degli ultimi dieci anni, dal 2006 appunto. Se l’iPod, a quei tempi, sembrava una rivoluzione in carne ed ossa, oggi potrebbe benissimo non avere più alcuna ragione di riempire le nostre tasche. Così come l’allora avveniristico iTunes Store che, oggi, Apple non ha intenzione di tener in vita a lungo per molto ancora.

Tradimento10anni

tradimento10anni, un profilo Instagram nato per raccontare “Tradimento” a dieci anni dalla sua pubblicazione.

Lo stesso mondo editoriale è stato teatro di grossi stravolgimenti. XL non lo troviamo più in edicola, ma solo in rete nelle vesti di blog specializzato in un marasma di siti simili, ovvero tra “piccole realtà che in pratica nemmeno esistono nella realtà” (così le definirà lui stesso nove anni più tardi).

Non credo che Tradimento sia il suo miglior album, qualitativamente parlando. È un bel disco, sì. Penso però sia stato preceduto, e anche seguito, da qualcosa di migliore nella sua ricca discografia. Un parere personale che comunque non vuole distogliere l’attenzione dal focus del discorso, ovvero l’importanza rivestita da Tradimento all’interno del panorama musicale italiano.
Sarebbe stato difficile immaginare, in quel momento, un biglietto da visita nel mainstream più efficace di Tradimento. Un disco ricco, sì, di contenuti da sviscerare, ma soprattutto un disco fatto di tantissime sfaccettature nate proprio con l’intento di essere poi spiegate, anche dal diretto interessato nel corso degli anni a venire.
Mica poco per una generazione che l’hip hop fino a quel momento non aveva ancora avuto la possibilità di viverlo in prima persona, caspita.

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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