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Facciamo chiarezza su trap e rap

Trap Sfera Ebbasta Ghali

Sfera Ebbasta non conosce i Sangue Misto. È stato lui stesso a svelarlo giorni fa nel corso di una puntata di One Two One Two, programma in onda su Radio Deejay condotto ora da Michele Wad Caporosso. Neanche a dirlo, l’affermazione ha fatto il giro della rete e ha scantenato l’ira (e l’ironia) di moltissimi hater del rapper milanese, nonché di alcuni esponenti della cosiddetta vecchia scuola.

Non è chiaro se Sfera in quel momento stesse bluffando, vista la poca seriosità dominante il botta e risposta con il presentatore intento a leggere alcune domande da parte del pubblico. Con molta probabilità, è stato sincero nel vero senso del termine, tant’è vero che – quando subito dopo pensa a cosa associare al rap anni ’90 – spara con aria timida “Serpi” di Jake La Furia, un leggendario brano contenuto nel mixtape Roccia Music del 2005.

Fino a qui tutto bene, o meglio così così.
Piccola parentesi: devo dire che Sfera continua a gasarmi perché con le sue dichiarazioni spontanee e genuine, come già successo due mesetti fa nel corso di un’altra intervista di cui tanto si è parlato, lancia la bomba e poi lascia che siano terzi a passarsi la patata bollente.

Venendo al fattaccio di questi giorni, gli integralisti della materia non riescono nemmeno a capacitarsi di come un rapper, o sedicente tale, non sappia nulla riguardo al magico trio composto da Neffa, Deda e DJ Gruff, noto col nome di Sangue Misto, uno dei gruppi che ha segnato la storia del genere in Italia.

A catturare l’attenzione, però, non è né la gogna mediatica nei confronti di Sfera per mano di hater e vecchi professori, né la trasparente ammissione dello stesso rapper di Ciny (sulla quale comunque varrebbe la pena spendere due parole).
È più che altro un post di Egreen, scritto con l’intento di calmare le acque ed arrivato nel pieno della tempesta.

Lo status non è di quelli bellicosi o biasimanti, anzi sembrerebbe di buon senso, soprattutto per come si rivolge Fantini al giovane artista.
Il punto è un altro e riguarda l’accesissima diatriba rap vs trap, e questo maledetto tentativo di scindere un accostamento tra due parole che potrebbero convivere l’una accanto all’altra in totale serenità.
Si devono per forza tenere distanti tra loro? A quanto pare, sì, ed a dirlo è Egreen, rapper che non soltanto rientra nella cerchia di quelli che stimo di più, ma che per attitudine e tecnica considero tra i fuoriclasse indiscussi della scena.

Non si può essere tuttavia sempre d’accordo, ahimè. Tant’è vero, mi rendo conto di non essere stato l’unico a non comprendere appieno il senso del suo status, vista l’ingente quantità di commenti generata dal suo ragionamento.
In sostanza, nel post Egreen riconosce il talento di Sfera e di alcuni ragazzi, tenendo a precisare che ciò non significa complimentarsi in automatico con gli altri, perché, che c’entra, anche l’hip hop è pieno di scrausi [preferisco non soffermarmi ora sulla questione doppia h perché altrimenti si aprirebbero altri pensieri a catena].

Rimaniamo concentrati sul concetto di rap, dunque, e sulla frase “il punto è che loro sono i PRIMI a dissociarsi dal rap, dall’ambiente del rap, dal significato del rap, insomma da tutto quello che ha a che fare col rap. […] li capisco, ripeto, a loro, del rap NON GLIENE FREGA UN CAZZO.”.
Con la parola loro è evidente che intenda in primis il giro di Sfera, perché sono gli artisti che hanno sconvolto gli equilibri della scena da un anno e mezzo a questa parte, diventando per forza di cose oggetto di numerosi dibattiti.

Ghali, Tedua, Charlie Charles, Izi, Rkomi: mi vengono in mente questi cinque nomi, senza starci a pensare troppo su. Bene, a loro non frega nulla del rap?

Non ne sarei così convinto.

Sfera si descrive come un rapper a tutti gli effetti, e lo stesso vale per Izi, Tedua e Rkomi che, con diversi approcci alla materia, hanno apportato e stanno apportando il proprio contributo nella costruzione di un qualcosa di nuovo nel panorama rap. Ciò che cambia sono le influenze ed i modelli alle spalle di questi ragazzi e, soprattutto, il risultato finale dei loro sforzi: c’è chi arriva a stravolgere gli schemi tradizionali, vedi Sfera, c’è invece chi, pur sperimentando, rimane più ancorato ad un’impostazione classica, vedi Rkomi.

A maggior riprova, c’è il discorso Ghali, vulcano di idee con lo sguardo sempre proiettato verso il futuro, che però ci tiene a sottolineare il proprio senso di appartenenza ad un certa cultura rap.
Lo dimostrano alcune sue iniziative, come il lancio del neo-magazine su YouTube (o webzine, se preferite) Sto Magazine, nel quale i rapper protagonisti di ogni singola puntata raccontano la propria storia, e Sto Radio, la playlist su Spotify dedicata al rap italiano.
Pensate, dentro c’è anche qualcosa degli anni ’90!

Sto Radio

Pare evidente che questi ragazzi non intendano prendere le distanze dal genere padre, anzi – come più volte sottolineato dallo stesso Sfera – il suo modo di rappare è solo un’evoluzione di quel che normalmente viene identificato con la parola rap.

La mia impressione quindi è che molti artisti (non solo Egreen, eh),  affermatisi prima di questa nuova fase, nel momento in cui finiscono per guardare incuriositi al nuovo fenomeno, sentano la necessità, se vogliamo, di giustificare con un eccesso di spiegazioni al proprio pubblico anche un minimo interesse verso le nuove realtà. Andando così a tracciare dei confini immaginari laddove spesso non è necessario.

Niente di nuovo in ogni caso, si tratta di un fenomeno che si ripete ciclicamente nella storia del rap, anche oltreoceano.
Se ne discuteva con altri ragazzi della redazione proprio qualche giorno fa, a proposito appunto di questa ipotizzabile suddivisione tra rap e trap: la memoria riporta indietro nel tempo, negli anni a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio.
Lo stesso collettivo/label Anticon proponeva un rap innovativo e alternativo (o progressive) che faticò non poco ad essere inquadrato come un sottogenere del rap.
O pensiamo anche allo stile futuristico di El-P, che ne approfittò nel 2003 per fare il punto della situazione con una strofa chilometrica cacciata all’interno di un brano di Aesop Rock, “We’re Famous”.

Azzardiamo un paragone, certo, ma con le dovute e debite distinzioni.


“This is for all those super scientifical geniuses turned underground thugs who think hip hop is dead but can’t get their fuckin’ style out of ’94. Point to us like we’re not hip hop”

Insomma, questi ragazzi fanno rap? Beh, la risposta è ovviamente sì. E se proprio avvertissimo la necessità di volerlo classificare, potremmo dire che quella della trap si tratti di una sottocategoria, ma pur sempre appartenente a quella famiglia lì.

Sul fronte Sfera e Sangue Misto, invece, siamo dell’idea che una ripassatina di storia non faccia mai male a nessuno: un conto è che una cosa non piaccia, un conto è che non la si conosca o non la si sappia collocare a grandi linee su un asse temporale.

Il discorso non vale necessariamente per i fan, ma di sicuro per artisti e addetti ai lavori, come ad esempio noi di RapBurger che, per non farci trovare troppo spiazzati, abbiamo deciso di selezionare alcuni dei brani più importanti degli anni ’90 in una playlist su Spotify, che magari ora ci riascoltiamo, va.

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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