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Intervista ad Egreen, il Jon Snow del rap italiano

Egreen intervistafoto di Gianluca Crivellin

L’inverno è arrivato e con lui anche il nuovo album di Egreen, More Hate, il tredicesimo disco del rapper nato a Bogotà. Fantini è un po’ un superoe, difende il suo concetto di rap a suoni di strofe per niente radio friendly, smaschera i trucchetti degli altri rapper impostori e serve a tavola un piatto d’oro con su un sacco di batterie anni ’90, citazioni dal mondo dell’hip hop e fierezza.
In occasione dell’uscita dell’album More Hate e della presentazione che farà questo sabato 19 novembre al Circolo Magnolia, abbiamo incontrato Egreen a Milano e lo abbiamo intervistato.

Buona lettura.


Milano-Roma pt.2. Il primo singolo estratto da More Hate

RapBurger) Come sta dando il disco?

Egreen) Sinceramente finchè non vedo come sarà la situazione sabato, al primo live, non lo so. Però mediamente son tutti contenti… vediamo. Sai da internet è sempre una cosa un po’ strana, non si capisce. Per dire, son sempre stato osannato dai forum, con questo disco invece si sono proprio schierati. C’è chi dice che sembra una bomba, c’è a chi invece non è piaciuto molto. C’è un po’ questo luogo comune in cui si aspettano sempre che faccia pezzi tipo “Il Grande Freddo” o “26 Dicembre”. Però io non è che faccio questi pezzi nei dischi così poi so che c’è il mio pezzo emo. Li faccio quando li sento. E se questo non va bene vuol dire che un po’ non hai capito bene chi sono io.

A me questo sembra un disco molto di getto, cioè non è che sei stato lì a pensare “adesso tratto questo tema e mi metto li a scrivere”. Se posso rubare una rima a Dargen D’amico direi: “do titoli diversi ma è sempre lo stesso pezzo”. Mi sembra un po’ una cosa che lega tutti i pezzi di More Hate.

Sì, sì, però ti dico la verità, in realtà io ho sempre fatto tutto così. Emotivamente usciva qualche pezzo un po’ più “così”, in determinati periodi però non sono mai stato troppo un calcolatore per ‘sta roba qua.

Secondo me sei stato “zero calcolatore” soprattutto nella scelta del primo pezzo che hai messo, “Smooth Operator”. Fa proprio una bella selezione all’ingresso. E’ forse uno dei pezzi più ostici di tutta la tracklist, sono 4 minuti e 40 di solo rap, beat in loop con ogni tanto un po’ di sax.

Ti fa già capire un po’ come sta andando e come potrebbe andare a parare il disco in effetti. Me ne rendo conto quando i pezzi sono finiti, li ascolto e dico “ok questo potrebbe risultare un po’ pesantino”. Però intanto li faccio, li registro e li metto lì. Poi dico “va beh è così, quindi o ti piace o non ti piace”.


Smooth Operator, la traccia d’apertura dell’album More Hate

Però proprio la scelta di mettere la traccia più ostica come intro… perché?

Perché come ha detto Oliver (il suo manager Ndr) è una cosa molto inconscia che io faccio: tendo già da qualche tempo a fare dei piccoli riassunti un po’ miei, un po’ di come vedo io la scena all’inizio dei miei progetti. Con Beats & Hate era “Riepilogo 2015″ che riprendeva un pezzo di Bricks & Hammers e allora anche ‘sta volta senza volerlo è andato così.

(Nel frattempo arriva in ufficio anche Oliver che saluta Egreen. Parli del diavolo…)

Poi ti dirò, la storia di sto pezzo è un po’ strana perché all’inizio lo feci su un beat di Alik, che è una mia vecchia conoscenza, nonché amico, nonché persona che stimo molto. Lui è uno… non so se ti ricordi DJ Alik, lui faceva delle cose con Esa fino a un po’ di anni fa. Era il fondatore con Harsh del Push It Real dieci anni fa, poi è ricomparso, l’ho ribeccato, e mi ha mandato delle cose. Lavora molto con degli americani, degli inglesi e mi ha mandato un beat molto bello. Io c’ho scritto questo pezzo sopra, poi la cosa non è più andata in porto. Avevo il pezzo pronto, non sapevo più che cazzo farne, vado in studio da Nex (Cassel Ndr) per scrivere il nostro pezzo e gli avevo detto “fammi sentire delle robe di Spenish”. Allora il tipo mi ha dato il beat che c’è sul disco così com’è! E’ la stessa identica struttura, cioè non è stato nè editato nè niente… E’ stato come se il fosse stato lì ad aspettarmi.

Quindi anche il sax che entra ogni tanto c’era già?

Sì, Spenish non ha fatto niente in più. Cioè il tipo ha fatto questo provino e io ero convinto che fosse campionato, invece lui ha suonato quel sax lì e quindi è stato tutto molto figo dal punto di vista un po’ della magia di queste situazioni che ogni tanto capitano. Sono molto felice di quel pezzo lì, mi piace molto la batteria, mi piace l’atmosfera e sono molto contento anche del video girato da Theodor Guelat. Nell’insieme è un pezzo difficile ma sono molto contento.

Senti, parlando di batterie, anche queste mi sembra che leghino un po’ tutto. Ci sono delle batterie super anni ’90.

Sì, sì. Allora di mio ti posso dire Koki che sono parecchio ignorante dal punto di vista tecnico in quanto a nozioni, chiavi di lettura ed elementi per poter sviluppare dei discorsi legati alle produzioni. Son sempre stato uno molto instintivo, però non è un mio dono innato ma semplicemente, io come te, abbiamo così tanti anni alle spalle in cui abbiamo ascoltato questa musica e si vede che ormai io vado subito a istinto e riesco a beccare delle robe che ormai da anni fanno parte del mio gusto personale, che allo stesso tempo hanno caratterizzato il mio suono. Quindi non c’è nessuna scienza infusa dietro la mia ricerca delle strumentali, per me è solo feeling, sento una roba dico questa merda è la mia merda. Salta fuori senza volerlo fare apposta, il suono è sempre quello… Più da una sensazione che da un’idea sensata come diceva qualcuno, no?


“Xerox”, una delle migliori batterie del rap italiano di quest’anno.

Fin dalla prima traccia, uno dei target del tuo “odio” sono i rapper. Però non lanci frecciatine o semi-dissing, piuttosto tendi a smascherare i truccheti che molti di loro usano, quasi a dire “oh guardate che io vi conosco, io faccio rap, conosco il rap americano, so che quella roba lì l’avete copiata, so a cosa è ispirata”. Come mai senti il bisogno di dover smascherare il rap italiano?

Perché secondo me mediamente in Italia c’è molta ignoranza degli ascoltatori. C’è un’incredibile ignoranza nei confronti, in primis, della lingua inglese e lì si apre già tutta una serie di discorsi che non stiamo a riaprire, in secondo luogo non c’è stato un processo educativo sano nei confronti del bacino d’utenza che fruisce del rap in Italia… E’ stata una roba all’italiana, no? Ma probabilmente secondo me accade lo stesso in Germania. In Germania ci sono delle super mega rap star incredibili e la gente forse è convinta che il rap sia solo quello, come anche in Italia, la gente adesso in Italia si affeziona visceralmente a dei personaggi senza avere le chiavi lettura appropriate per poter leggere bene questo genere musicale. Non è colpa di nessuno, non è colpa di chi è al top, assolutamente e non voglio lanciare il sasso e nascondere la mano, è un dato di fatto e non è colpa neanche di chi li idolatra, è così purtroppo. Allo stesso tempo però io sono uno di quelli che ha la possibilità di dirti guarda questa roba qui secondo me è un po’ una “robina così”, certe mosse che vengono fatte sono un po’ opinabili; alla fine della giornata però il concetto vigente è che bisogna sempre essere in una determinata posizione per sapere che cosa si prova e come bisogna fare le proprie mosse. Forse è molto facile per me, da fuori, criticare certe dinamiche però il gioco è quello, loro fanno la loro corsa e io faccio la mia. Per come adesso io vedo le cose, sono cresciuto, non ho più quell’odio strano che avevo qualche anno fa, sicuramente dettato da una certa maturità dovuta all’età. Io me la vivo in una maniera molto sportiva. E’ rap, i dissing ci sono sempre stati, le frecciatine ci sono sempre state, l’egocentrismo c’è sempre stato. Sicuramente il giorno che dovrò dire qualcosa a qualcuno mi prenderò le responsabilità di quello che dico, quando vorrò dirlo bene state tranquilli che lo farò in una maniera talmente clamorosa…

Questo qua è un bug un po’ italiano, non è una colpa, nè dell’ascoltatore nè di certi tipi di artisti però un’altra cosa che in italiana non funziona al massimo con il rap è la comunicazione. Tipo i giornalisti, altra categoria con cui te la prendi un bel po’ nel disco. Cos’è che toppano e che magari toppiamo anche noi?

Guarda sono felice che me l’hai chiesta ‘sta cosa. L’anno scorso io ho fatto un’operazione di raccolta fondi come tu ben sai per il mio disco in crowd funding. Questa cosa qui mi ha portato ad essere intervistato da un botto di giornalisti, anche non di settore. Io di fatti in “Bataclan” cito proprio la figura del titolista, perché ignoravo totalmente l’esistenza di una figura professionale che si occupasse solo di scrivere titoli. Io non ce l’ho al 100% con il giornalismo di settore, io mi ero incazzato nero perché sul Corriere della Sera cartaceo uscì in un’intervista che mi fecero a mezza pagina, quindi una cosa abbastanza rilevante con tanto di foto, un cazzo di titolo di questa deficiente che scrisse una cosa bruttissima tipo “non ho più bisogno di lavorare”. Una roba che comunque viene scritta su uno dei giornali più importanti d’Italia. Già che non m’intervisti per parlare della mia musica ma per sto cazzo di crowd funding… Se per di più devo fare un’intervista, va tutto bene e poi vedo che scrivi un titolo così.. Quindi questa roba era molto legata a tutte quelle persone al di fuori del rap che hanno parlato del crowd funding l’anno scorso. Poi ovvio, per esempio quando uscì quell’articolo su RapBurger del “se non capisci Sfera o Ghali sei troppo vecchio”… A me quella cosa lì mi ha fatto proprio…

Il titolo era provocatorio ma nell’articolo scrivevamo che siamo noi i primi a considerare noi stessi “vecchi”.

Quella roba lì a me non va giù, per tutta una serie di motivi personali perché non è che io non ho più l’età per apprezzare certe cose. Mi rendo conto che quel titolo apriva un dibattito gigantesco però. Aprendo la parentesi di questo articolo di RapBurger c’è un altro sito in particolare che ha una sua linea editoriale abbastanza marcata, negli anni ho imparato a conviverci e tutto sommato mi vogliono bene, non faccio nomi però ci conosciamo più o meno tutti da una vita. Poi sopratutto finché parlano va sempre bene. E’ un’ecosistema questo; serve il giornalista, serve il rapper, serve il giornalista che scrive qualcosa di frizzante, serve il rapper che si lamenta e ti dico mettendo io un pochino di polemica, sappiamo tutti che il ruolo del giornalista, specialmente musicale, negli anni è un po’ cambiato e forse oggi noi artisti possiamo respirare un po’ di più in tutta questa merda di internet. Un giornalista anni fa se scriveva un pezzo su una testata o su AL era molto più importante. Questo non vuol dire che voi non siete comunque importanti ma che internet ha cambiato molte cose e oggi ci siamo un pochino tutti livellati quindi è un po’ una partita alla pari. Capito cosa voglio dire? E quindi anche questo come il tema di prima secondo me fa parte del gioco.

“Un giornalista anni fa se scriveva un pezzo su una testata o su AL era molto più importante.”

Una cosa che a me ha sempre colpito di te è il fatto che cerchi di dare sempre lo stesso rispetto e la stessa attenzione ad ogni tuo lavoro. Che sia un demo, EP o album, per te è sempre un disco vero, roba che invece quasi tutti gli altri artisti vogliono sempre differenziare tra street album, street mixtape, official, unofficial e così via. Tu tratti veramente un album come More Hate alla stessa maniera di un EP tipo Entropia 2?

Sì, per un semplice motivo che si lega alla cosa di cui parlavamo prima: il mio processo creativo è veramente di una semplicità e banalità allucinante. Io non sono un acculturato, non sono un creativo sotto alcun punti di vista, non ho una formazione accademica tale da permettermi di scrivere bene delle cose assurde quindi questi sono molti dei miei limiti. D’altro canto però io affronto alla stessa maniera ogni singolo prodotto che inizio e che poi vado a chiudere. Adesso sono 13 i dischi che ho fatto e li reputo tutti dischi.

In “Mic Check” dici “questo rap non puoi catalogarlo” ma ti dirò, io invece More Hate lo definirei come “un disco newyorkese fatto a Milano”. Si sente proprio tanto l’influenza della New York a cavallo tra gli anni ’90 e i duemila, anche in tutte le citazioni. Quanto è importante per te quest’influenza di New York?

Beh importantissima. In primis perché il 70% delle cose che ascolto arrivano da lì, il rimanete 30% arriva da artisti che non sono di New York ma di Detroit, Philadelphia, New Jersey, Boston ed è tutta gente che però fa business e lavora con produttori newyorkesi. Per esempio qualche mattina fa ho postato la copertina del disco di Termanology che esce tra due giorni. Io sono un mega fan di Termanology che è bostoniano, di Boston, lui nuova scuola, quindi venuto su dal 2000 in poi però lavora molto con Statik Selekta e suona spesso a New York. Un altro recente che sto ascoltando molto è Meyhem Lauren, ovviamente lui proprio New York… Poi Brooklyn, io sono un mega fan del rap bianco fatto in una certa maniera, in primis Ill Bill e tutto il giro dei Non Phixion, Necro a parte. E poi tutti i padri fondatori, stamattina mi stavo ascoltando Main Source di Large Professor per dire, cioè proprio il mio cazzo di retaggio è New York, per me esiste quasi e solo New York, la costa est: Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island per il Wu Tang.


Mic Check

Può essere per questo che sei così legato così tanto alla scena romana? Per noi all’epoca il principale ascolto era rap romano e rap di New York, nient’altro, a parte Esa forse. Può essere che tu avverta questo feeling con Roma per questo motivo? A proposito, bella la collaborazione con Il Turco nel suo ultimo album molto potente.

Sì Il Turco ha fatto un disco fighissimo, bellissimo. Ti dico, l’ho comprato, mi piace moltissimo “Senza Santi”, quel pezzo per me è incredibile, un beat incredibile di Frenetik tra l’altro e poi per caso allenandomi in casa l’ho sentito e ho pensato che fossero tutti pezzi incredibili, un discone. Dieci pezzi top, una sorta di  Illmatic romano contemporaneo, frate ha spaccato, gran disco. Rispondo alla tua domanda dicendoti una cosa, con Simone (Danno Ndr) che è una delle persone con le quali mi asciugo più volentieri reciprocamente sul rap, abbiamo un botto di gusti in comune. Sono stato l’anno scorso al Welcome 2 The Jungle in puntata a fare una selezione di dicei pezzi. Ho messo dei pezzi che mi esaltano abbastanza ed eravamo tutti esaltati “questa è una bomba, questo è un pezzone”. Mi ricordo dell’immaginario che la Rome Zoo aveva creato in quegli anni, ovviamente era molto New York però anche Milano al tempo era molto New York. Tutto il giro dei VDS, di Fritz, di Lord Bean… Loro erano molto newyorkesi, c’erano le Helly Hansen, tutta ‘sta roba, Tommy… C’era tutta la gente tipo Rae, Caneda, li vedevi, specialmente i ragazzi che facevano le scritte, erano molto sul pezzo anche a livello di stile che per i writer è sempre stata una cosa molto importante. Questa cosa c’era anche a Milano. Con Roma condivido molto questa cazzo di fame di attitudine che hanno loro e che secondo me a Milano non c’è più da quei tempi. Gli ultimi e gli unici che hanno preso quella cosa e l’hanno fatta diventare loro che poi è cambiata sono i Dogo. Se parli con Jake o con Guè di alcune cose ti rendi conto che sono estremamente sul pezzo anche loro. Per dire, se dico a Guè che esce l’album di Termanology lui è capace che lo sa chi è. Poi va beh loro fanno le loro robe. Roma vuoi perché non ci sono le strutture, vuoi perché sono sempre tutti incazzati, è estremamente hardcore e si collega anche al mondo delle scritte quindi THE, NSA, ZTK… Quella era gente fottutamente hardcore.


Egreen e il rap romano, ancora una volta.

Tornando a parlare del tuo disco, un pezzo che mi è piaciuto tanto è quello con Attila che ha delle sonorità un po’ inedite per te, un po’ reggaeggianti, figo! Com’è nata la collaborazione? Ho sentito da qualcuno che forse avete in mente qualche progetto vostro.

Ma non lo so, ancora non si sa niente di questa cosa qua. Però con Attila, non so neanche io perché e come abbiamo iniziato a sentirci. Abbiamo iniziato a sentirci umanamente, poi abbiamo iniziato a frequentarci molto di più, poi io gli ho detto “zio spacchi”, lui “no tu spacchi”, io “no tu spacchi”… E allora gli ho detto che visto che spacchiamo così tanto perché non facciamo qualcosa insieme. A me piace molto questo contrasto. Secondo me lui ha un gran talento, credo che sia molto forte, mi sembra essere un po’ l’Egreen del reggae. E’ conosciuto da tutti ma comunque si fa gli affari suoi e questa cosa qui mi ha sempre affascinato molto. Per metterlo anche un po’ più a suo agio visto che è nel suo ambiente gli ho proposto di sentire una cosa del suo socio storico Mighty Cez, loro nel circuito reggae sono dei cazzo di king. Se dici Attila, stanno tutti zitti.

Lui ci sarà nel tuo live qui a Milano? Ci saranno un po’ di ospiti?

Allora ci saranno diversissimi ospiti, questa volta sì. Attila aprirà il mio concerto a Milano, farà l’open act e faremo anche il pezzo insieme, non vedo l’ora. Ci saranno molti altri ospiti del disco. Ci sarà qualcuno di estremamente inaspettato e non dico altro perché non mi piace per niente questo modo di fare che hanno alcuni miei colleghi da un po’ di tempo a questa parte di dover fare queste campagne tipo elettorali. Questo qui è il mio concerto zio, esce il mio disco, se tu ti fidi di me vieni al mio concerto, tutto quello che vedi in più è tanto di guadagnato. E’ una maniera anche per me di misurarmi, ne annuncerei un paio, sto aspettando la conferma di un ospite che se c’è, per chi mi darà fiducia e verrà al live, potrebbe essere una roba clamorosa. Ci saranno quindi tanti ospiti, provate a fare due conti, a vedere l’album e le sorprese ci sono. Son contento abbiamo fatto un live nuovo, io e DJ P-Kut, siamo molto più affiatati dopo l’ultimo tour percui son contento.

Ultima domanda. Quanto stai in  fissa per il Trono di Spade? Scrivi spesso “L’inverno sta arrivando” e su un pezzo di More Hate citi “valar morghulis”.

Minchia un botto! L’inverno sta arrivando è una citazione presa dal pezzo più bello dell’anno scorso che è stato “Drakaris” di Kaos. Anche Simo e Massi, Il Danno e la Beffa, sono tutti mega fan del Trono di Spade. Io sono impazzito quando ho sentito il pezzo e comunque sono molto legato a loro ideologicamente anche in linea artistica. E’ tutto collegato anche perché sono molto legato al personaggio di Jon Snow per mille motivi e quindi è una doppia citazione. Sono anche molto legato al periodo invernale, i miei dischi tendenzialmente escono sempre d’inverno, io notoriamente faccio molti più concerti d’inverno che d’estate. Poi sono molto legato alla casata Stark, a Jon Snow quindi “Winter is Coming”, sto arrivando anche io! Sono mega fan e sto aspettando la settima serie, fremo, non aspetto altro.

Allora metterò come titolo dell’intervista “Egreen, il Jon Snow del rap italiano”.

Grande! (si ride)

Egreen si esibirà questo sabato 19 novembre al Circolo Magnolia di Milano. Maggiori info qui.

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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