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Intervista a Mistaman: l’artista non deve essere schiavo del pubblico

Mistaman Intervista RapBurger

Mistaman ha pubblicato un mese fa il suo nuovo album, “Realtà Aumentata” per Unlimited Struggle e noi abbiamo avuto modo di incontrarlo al Santeria Social Club di Milano durante la festa della presentazione del disco. Non è stata un’intervista semplice all’inizio, perchè ogni secondo arrivavano dei suoi fan a chiedergli di autografargli il disco e quindi ci siamo dovuti spostare in una zona più appartata dove abbiamo chiacchierato per quasi un’ora del suo album, delle sue scelte e dell’hip hop. Già, Mistaman si sente ancora hip hop e lo dice a petto gonfio a differenza di qualche altro suo collega.
Vi ricordiamo inoltre che potete Mistaman insieme alla Unlimited Struggle si esibiranno il 7 dicembre al Circolo Serraglio di Milano per l’Unlimited Struggle City Party.

Buona lettura.

RapBurger) Nel pezzo “Lost In Translation” rappi “se qualcuno traducesse in inglese quello che reppo ogni disco che registro si tradurrebbe in un record”. Quante volte hai pensato di essere nato nel posto sbagliato? Sai tutti un po’ dicono “eeh se fossi nato in America…”. Quel testo è nato un po’ pensando a questa cosa?

Mistaman) Sì, è una provocazione, come quasi tutti i miei testi. Spesso hanno due chiavi di lettura, una più sarcastica e una più coerente con quello che dico. In realtà io poi da lì parto per fare tutta una critica abbastanza sottile all’essere “wannabe”. In realtà poi vado a spiegare quanto sono fiero di quello che faccio, come pensarsi in un’ottica internazionale sia una cosa finta ed è un tema che ritorna poi in tutto il disco.
“Lost In Translation” è uno di quei pezzi in cui parto da una rima che usa un trick e poi mi chiedo “posso usare questo trick per tutto il pezzo?” e molte volte mi sembra impossibile, molte altre volte invece dico “mh, forse è possibile”. Ci provo e ci riesco ed è un po’ una mia cifra stilistica questa di portare un trick all’ennesima potenza e di usarlo per tutto il pezzo. Quindi mi piaceva, partendo da questo trick degli errori che si possono incorrere nel tradurre letteralmente dall’inglese all’italiano e viceversa, ho costruito il pezzo e l’ho trasformato in una sottile critica a questo voler essere americani o di voler fare una cosa che non è propriamente nostra.

Chi ti segue sa che sei molto incentrato nei giochi di parole, però ricordo che quando era uscito “M.I.S.T.A.M.A.N.” erano arrivate molte critiche del tipo: “l’ha già fatto Fibra”. Nel tuo nuovo album invece troviamo “M.I.S.T.A. 2.0″, con un trick ancora più complesso. Lo hai fatto pensando alle persone che ti hanno criticato?

Era una cosa diversa. In realtà se devo proprio scoprire le carte la cosa che mi aveva ispirato di più era “Alphabet Slaughter” di Papoose, un pezzo in cui lui faceva l’alfabeto e io modestamente ho fatto solo le lettere del mio nome, non ho voluto esagerare. In quel pezzo in particolare la mia idea era quella di non saltare nemmeno una parola, Fabri faceva una cosa un po’ più libera con un flow fighissimo secondo me, era un super pezzo quello, però non lo paragonerei. In questo disco ho voluto chiudermi un po’ di meno in questi trick tecnici perché ho notato che a fare questi pezzi si raggiungono dei picchi che possono essere considerati geniali o inarrivabili però nella strada devi sacrificare qualcosa e quel qualcosa che viene sacrificato è la musicalità, il flow e l’emozione che invece sarebbe giusto trasmettere nella musica.

Il livello di attenzione che la gente ha in questo periodo è veramente basso. Le persone vogliono le cose semplici, fatte male, un po’ ignoranti. Tu non hai cercato di cambiare qualcosa o di rielaborare il tuo rap, che invece è molto complicato, in maniera da renderlo un po’ più fruibile?

Io credo che in questo disco in particolare ci sia un a piccola apertura verso la musicalità; io ho sempre fatto ritornelli musicali, in questo album forse ancora di più. Però da un altro lato, c’è un pezzo nel disco che s’intitola “Se Non Ti Piaccio” che dice proprio questo: “se non ti piace amico mio pazienza”. Non è un obbligo morale dell’artista quello di dover arrivare per forza a tutti e soprattutto per come mi sono approciato io all’hip hop, ovvero come a una controcultura, come una cosa di rottura rispetto al mainstream, a maggior ragione nella mia nicchia ci sto bene e li voglio rimanere. Non sono in dovere di arrivare a tutti e invece adesso, visto che il linguaggio dell’hip hop sia stato digerito da chiunque, sembra che lo step successivo sia quello di arrivare a tutti. Invece io dico “aspetta un attimo”, la mia complessità è un mio valore, per cui perché devo rinunciare a una cosa che mi caratterizza per arrivare per forza a tutti rischiando di rimanere senza niente in mano?

Anche perchè a “complessità” è uno dei tuoi punti forti.

Assolutamente. Quel pezzo (“Se Non Ti Piaccio”) è una presa di coscienza e poi vado anche a criticare i tentativi più o meno goffi di altri di andare incontro a quello che la gente vuol sentirsi dire. L’artista ha la sua visione della realtà, in questo caso la mia Realtà Aumentata, la mia è una visione particolare della realtà e anche quella di ogni artista dovrebbe esserlo. Invece per come si diffonde l’arte della musica oggi, il feedback della gente è ancora più presente ed immediato, per cui l’artista è ostaggio di questo feedback e tutti, chi più chi meno, cedono un pezzo della propria anima, capito? Ogni tanto bisognerebbe metterci un po’ di orgoglio e dire “no vaffanculo questo sono io”. Ogni artista che è riuscito a ricavarsi una sua identità deve tenersela come la cosa più preziosa che ha.

Realtà Aumentata si apre con “Apocalypse Yao” e anche il pezzo dopo “Non C’è Domani”, i pezzi più cupi dell’album. Questi due brani, in cui critichi fortemente la società, sono più una visione distopica del futuro prossimo del mondo o è quello che pensi stia accadendo davvero adesso?

La mia è sicuramente una scusa poi per analizzare alcuni aspetti della realtà e di come le persone si approciano a questa. Potrei riassumere tutto con il fatto che il mio nemico è la superficialità perché credo che sia il male dei nostri tempi. In particolare in “Non C’è Domani” parlo di questa crisi che respiriamo da un po’ di anni e che è diventata un po’ la normalità, lo sfondo delle nostre vite e nessuno si pone il problema di come reagire a questa crisi. La soluzione che propongo in modo assolutamente sarcastico è quella “ok non c’è domani… facciamo festa”, però non è intesa in modo letterale ma è appunto una critica alla superficialità, al modo in cui vengono affrontati i problemi. Nessuno da più soluzioni, la soluzione è “alè, facciamo festa, è tutto una merda”. Lo stesso in “Apocalypse Yao”, il pezzo d’apertura, che è un pezzo molto pesante. E’ quasi un test d’ingresso rispetto al disco, se ci stai dentro, vai tranquillo che tutto il resto viene da sè e anche lì il tono è dark, è cupo, però a volte assume dei toni quasi da fumetto, come se questi cavalieri dell’apocalisse fossero quasi dei personaggi di un film della Marvel. In realtà anche lì, il pezzo è una scusa per andare a toccare alcuni tasti che a me infastidiscono della realtà e della realtà filtrata che ci arriva dai social. I social li vedo un po’ come il nuovo Nazional Popolare, la nuova TV generalista, quei toni superficiali si sono spostati nelle interazioni che ci sono nei social, almeno questa è una mia impressione. Infatti mi sono anche un po’ assentato dai social perché a un certo punto mi sono sentito un po’ sopraffatto da quello che mi arrivava dai feedback. Sarà poi che chi commenta magari lo fa in un momento in cui l’analisi non è così profonda quindi a volte mi scontro, e ripeto questa parola, con la superficialità. Nulla vieta che poi ci sia un momento in cui le persone fanno analisi più profonde, immagino e spero che sia così e nella mia musica non voglio sottovalutare l’ascoltatore, voglio dargli uno spaccato profondo.

Ti aspetti tanto da chi ascolta, è una cosa rischiosa, ci vuole coraggio. Diciamo che su 100 persone 10 ascoltano con attenzione e 90 invece sono superficiali, quei 90 li devi lasciare perdere o devi cercare di farli diventare più profondi?

La mia ricetta personale che a volte è più efficace, a volte meno, è quella di fare una roba che sia bella da ascoltare a priori. Cioè che tu mi segua fino in fondo al mio viaggio o no, non è importante se all’inizio vieni conivolto dal beat, dal flow, dall’energia che cerco di mettere nell’esecuzione. Vuol dire che sei già dentro il mio viaggio e poi ci sono vari gradi di profondità in cui puoi scendere. Senza scomodare esempi troppo intellettuali, anche Umberto Eco diceva questo nei suoi libri, ti do una storia che ha uno svolgimento coinvolgente poi dentro ci sono dei livelli di lettura in più. Questa è la ricetta di cui m’illudo, poi c’è un modo ancora più superficiale di coinvolgere le persone, ancora più facile ma io non faccio cartelli stradali, io faccio acquerelli. Il cartello stradale con una freccia che dice di svoltare a sinistra è chiarissimo, ecco magari io faccio un cartello stradale con una freccia per svoltare a sinistra ma poi ti avvicini e dentro trovi altri disegni che da lontano non vedi. Mi piace pensarla un po’ così.

Ci sta, rende l’idea della tua musica. Volevo toccare anche l’argomento “hip hop”. Nei tempi in cui viviamo se parli di hip hop ti prendono quasi per il culo. Io personalmente invece sono molto legato a questa cultura e mi piace quando un artista nel disco ne parla. Non so se è perché ho iniziato nei tempi in cui ancora era una roba fica e legava tutti. Nel brano “Hiphopcrisia” rappi: “cos’è l’hip hop? Non lo so nemmeno adesso”… Davvero non sai cosa sia l’hip hop?

Devo fare una premessa: c’è stato un momento in cui stavo concependo questo disco e ho detto “io in questo disco non devo parlare di hip hop, non devo parlare di flow, non devo parlare di beat, non devo parlare di punchline. Devo usare delle parole che tutti possono capire”, sempre in quel ricatto psicologico che ti danno i feedback della gente. E per un attimo c’ho anche creduto, poi in realtà ha preso il sopravvento il fatto che io con l’hip hop ci sono dentro fino al collo ed è stato inevitabile che in un momento in cui ho aperto la mia mente nei testi venisse fuori. Il fatto che io dica che non lo so nemmeno adesso cos’è, è perché comunque è un’energia che all’inizio ci ha infettato e che ci ha continuamente tenuti vivi ed è stata una cosa che continuamente abbiamo studiato. Tuttora mi capita di ascoltare dischi vecchi e di trovare nuove chiavi di lettura, anche solo il tentativo di portare l’attitudine hip hop nella vita reale è costantemente una cosa inafferrabile, è una cosa che sta nella testa delle persone che sanno cos’è. Tu mi hai detto che l’hai vissuto in passato, lo vivi adesso e sai benissimo di cosa stiamo parlando, ma spiegarlo a una persona che non ha questo virus nelle cellule è difficile, no? In quel pezzo li in particolare, ho tentato di spiegare che in questo momento l’hip hop è talmente tutto, che a un certo punto diventa anche altre cose che secondo me non sono l’hip hop… i selfie in ascensore, postare le scarpe nuove… Io non so se quello è l’hip hop o se è qualcos’altro, sono un po’ confuso io stesso che l’ho interiorizzato in mille modi e quindi anche in quel pezzo punto un po’ il dito contro l’ipocrisia appunto all’hiphopcrisia, di inglobare tutto  nell’hip hop e di dimenticarci quello che è veramente. E’ una cosa che ci unisce, non una cosa fatta di consumismo e di swag, che ci sta anche, sono sempre stata parte dell’hip hop, però nel mio piccolo tento di metterlo a fuoco. Sono stato un po’ confuso in questa risposta perché lo sono io per primo.

Oggi sembra che i nuovi rapper vogliano allontanarsi il più possibile, quasi con forza, dall’hip hop. Per lo meno qui in Italia.

Sì, sì, ma infatti per me lo step successivo è stato appunto dire “io devo parlare di hip hop”. Voglio usare la parola hip hop perché effettivamente come dici tu per quanto quando ci siamo approciati noi a questa roba era una roba figa per pochi eletti, per delle menti che lo capivano ed erano predisposte attivamente all’hip hop, adesso è diventata una cosa che viene fruita passivamente e sembra quasi che quella fotta pura dell’hip hop sia una cosa di cui vergognarsi tipo “ah sì, no, io non sono b-boy, quella lì è una cosa per backpacker infottati”.

Secondo me tutto questo potrebbe essere per “colpa” di come sono stati i primi anni dell’hip hop in Italia. Qui l’hip hop era una ben chiara, con molti schemi, era un fenomeno dei Centri Sociali. Forse fino all’arrivo dei Club Dogo o di Fabri Fibra, l’hip hop in Italia ha subito fortemente l’impronta di certi ambienti, non c’era un’alternativa; se non eri così non eri hip hop. In America invece c’è Q-Tip che vuole inserire Lil Wayne nella Zulu Nation. Il fenomeno di questi nuovi ragazzi che fanno rap che vedono l’hip hop come una cosa da sfigati non è forse il rigetto di quella specie di unica linea di pensiero imposta dai gruppi anni ’90? Tipo figlio che si ribella al padre.

Sì, seguo il tuo ragionamento. Guarda, io voglio dare una lettura positiva di ciò che sono stati i ’90, è li che mi sono innamorato di questa roba e la cosa figa che mi piaceva è che era una cosa contro; lo dico anche in un pezzo “prima di fare i pro eravamo contro, lo so con tutti i pro e i contro”.  C’era un prezzo da pagare per essere per forza contro, però mi piaceva. E’ una roba tipo “brutti, sporchi e cattivi”, mi piaceva come cosa. Che ci fosse stata una chiusura eccessiva lo posso dire, lo accetto e in qualche modo l’ho anche subito perché essere controculturali in questo modo ha portato anche dei problemi. Ricordo le bottigliette lanciate all’Hip Hop Village per dirne una e una chiusura rispetto ai media, alla TV ecc. Che questa sia una reazione opposta io non lo so, credo che sia talmente cambiato il modo in cui si diffondono le idee e vengono fruiti i contenuti, la musica e la cultura che la musica ne ha risentito e così anche l’hip hop. Credo che tutto quel movimento che viene definito Trap al momento sia un’energia positiva, è giusto che chi raccoglie gli stimoli al giorno d’oggi faccia una cosa sua, dev’essere anche un po’ fastidioso per me, è giusto che lo sia. Il figlio deve uccidere il padre per farsi la sua vita e quindi ci sta. Mi piacerebbe che ci fosse un po’ di controcultura anche al giorno d’oggi, il non andare per forza incontro al favore del mainstream, l’essere ancora un cattivo, anche un po’ sporco e invece a volte i toni e l’estetica diventano un po’ pettinati e lì mi ci ritrovo meno. Mi ritrovo invece nell’energia nuova che mettono in circolo queste persone che fanno una cosa a tratti anche slegata rispetto a quello che abbiamo creato noi. E’ giusto che sia così, non deve per forza essere una ricetta che viene tramandata all’infinito. Io stesso tento di raccogliere tanti stimoli nuovi e cerco di metterli nella mia musica e ci sta, spero solo che non si dimentichi la matrice più hardcore di questa musica e noi siamo qui tuttora per mandarla avanti mettendoci la faccia e la nostra roba insomma.

Tra gli stimoli nuovi possiamo dire che c’è anche l’amore? Mi sembra che non hai mai fatto un pezzo come “Noi” fino ad oggi.

Questo è un pezzo d’amore e forse il pezzo più personale che c’è nel disco però penso che sia un amore poco stucchevole, poco hollywoodiano. Si vede che è un amore nato dalle macerie della disillusione, del cinismo. A un certo punto dico che l’amore l’ho decostruito e adesso devo reimpararlo. Penso che sia un pezzo d’amore che dentro ha un certo grado di maturità e spero che anche altri si rivedano in questa cosa, in effetti è un po’ inedito per me andare così in profondità però sono felice di aver fatto questo pezzo e di aver dato uno spaccato di come si possa ritrovare l’ingenuità che serve per innamorarsi anche dopo che ci sono state tante delusioni. L’amore vero è quello che va fatto per creare qualcosa di vero anche nella musica, distruggere le ipocrisie, distruggere le bugie, giocare a carte scoperte ed è quello che sto facendo io nella storia che sto vivendo adesso.

Ultima domanda, un po’ personale. Io sono cresciuto a Roma dove si ascoltava solo rap romano o rap newyorkese, nient’altro…

Beh, non vi andava male…

Però ecco, un sacco di cose del rap italiano me le sono perse. Il disco che mi ha fatto fare un po’ pace con il rap italiano è stato il tuo Parole perché aveva qualcosa che sentivo anche nei pezzi americani che mi piacevano. Io ero in fissa per Method Man e Redman per farti capire. Quindi Parole è un po’ il tuo disco che preferisco di più. Qual è invece il tuo disco preferito per te?

Allora, io so che ognuno si appassiona e ha degli album preferiti, per esempio il mio album preferito in assoluto è Muddy Waters di Redman, però credo, per come mi sono approciato io al rap, che ogni disco abbia sbloccato in qualche modo qualcosa di nuovo e ogni disco che ho fatto è sempre arrivato qualcuno a dire “ma era meglio quello prima”, un classico no? Credo che la cosa buona è che da ogni disco sono rimaste delle canzoni che ancora portiamo dal vivo e che la gente ancora ci chiede quindi ritengo di aver fatto qualcosa di buono nell’essere costante nella mia vita. Non riesco a dire quale disco sia migliore dell’altro, magari ecco un disco a cui vorrei dare un pollice su rispetto agli altri è La Scatola Nera che è uscito in un momento in cui l’attenzione di tutti era da tutt’altra parte e noi abbiamo fatto un album con campionature e rap e forse è passato un po’ inosservato rispetto agli altri. In questi giorni stavo preparando la scaletta del live, riascoltavo i vecchi pezzi e ho pensato che quel disco alla fine è un disco compatto, con un sound che tutt’ora può rimanere.

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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