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Cosa abbiamo imparato dal rap italiano nel 2016

Rap italiano 2016 Laioung

Il 2016 è stato un anno d’indubbia importanza per il rap italiano.
Chi scrive lo pensa sul serio, non tanto perché si trova nella situazione di dover dipingere un quadro a tutti i costi positivo e scoppiettante su quanto accaduto negli ultimi dodici mesi nel panorama hip hop attuale. Non si può dire lo stesso, per esempio, del 2014, anno di sostanziale stallo a livello di trovate, innovazione e pubblicazioni dal forte impatto mediatico.
Il fermento è ricominciato proprio mentre calava il sipario sul 2014, con una serie di aspettative importanti nei confronti di lavori di conclamata caratura (su tutti Status di Marracash) e con un primo curioso sguardo ai lavori di chi si sarebbe rivelato il crack della stagione a venire, quella della sostanziale svolta.
L’anno appena conclusosi conferma, ma non solo, quanto di buono abbiamo iniziato ad intravedere dagli albori dell’anno precedente. Abbiamo molto da imparare da questo 2016, forse perché molto si è imparato dalle esperienze (non necessariamente negative, eh!) maturate negli ultimi anni.
Dunque, segue un riassunto di pochi punti a proposito di cosa abbiamo effettivamente capito dal rap italiano (e sul rap italiano) nell’arco temporale che va da gennaio scorso ad oggi.

Possiamo tranquillamente dire, volenti o nolenti, che una scena in Italia esiste, e dobbiamo abituarci a questa idea perché è così, è oggettivo. Come tutti sapranno, l’anno è iniziato nel peggiore dei modi, con la terribile notizia della scomparsa di Primo Brown: un avvenimento che ha scosso anche gli artisti più giovani della cosiddetta scena, non inaspettatamente, perché un personaggio come Primo si è mostrato nel corso della sua carriera sempre aperto al dialogo ed al confronto con artisti di ogni tipo, senza discriminazioni verso artisti più giovani o con ambizioni, se vogliamo, mainstream. Ecco, mi piace pensare che ci sia un nesso tra questa tragedia e quanto di positivo abbiamo visto nell’evoluzione del rapporto (più disteso rispetto al passato) tra gli artisti della vecchia scuola ed i nuovi volti. Chi sa, sa.

Poche ma buone, forse com’è giusto che sia, le conferme tra i top player della scena. Salmo in pole position, in compagnia dell’accoppiata Marra/Guè e di Gemitaiz, con i loro album – rispettivamente Hellvisback, Santeria e Nonostante Tutto – han detto la loro in primis a suon di numeri (Disco di Platino per il primo, Dischi d’Oro per i colleghi), ma anche con dei lavori maturi che continuano a raccogliere quanto di buono seminato negli anni. Malgrado le new entry della scena, malgrado si sia alzata la qualità media dei lavori pubblicati, malgrado nel giro degli ultimi due o tre anni siano cambiate alla radice le modalità di promozione e di lancio di un prodotto discografico, anche se a fare la differenza sono quasi sempre gli instore per quanto attiene alle vendite. Instore che, allo stesso tempo, in altri casi non hanno fatto però questa gran differenza, quindi complimenti a Salmo, Marra/Guè e Gemitaiz.

Ghali è un po’ il volto di questo 2016, come se il 2016 fosse la copertina di una playlist di Spotify (e, di sicuro, ne esiste qualcuna col suo volto in primo piano). Se parliamo di Ghali, mi piace far riferimento ad un numero, il quattro. Con quattro video/singoli, spalmati lungo questi dodici mesi, l’artista milanese è riuscito a creare un’atmosfera di hype e una cassa di risonanza mediatica in Italia che nessuno finora era riuscito ad ottenere anche col supporto di super-strutture messe sul piatto da multinazionali. Nel 2016 questo si può fare, forse anche qui da noi e non solo nell’America di Chance The Rapper.
Andiamoci piano però con i paragoni, perché questa è tutta un’altra storia. La vicenda di Ghali inizia qualche anno fa, è piena zeppa di bug ed incidenti di percorso, è la storia di chi ha saputo riscattarsi e reinventarsi con talento ed intelligenza, senza avere la necessità di voler tornare nel passato a gridare vendetta. O forse, l’ha già fatto senza che nemmeno ce ne accorgessimo.

Parlare solo di trap quando pensiamo agli artisti emergenti credo sia piuttosto riduttivo, perché c’è molto di più. È vero, se non si tratta di Ghali, ci balzano alla mente Sfera Ebbasta e Charlie Charles, che con Sfera Ebbasta (l’album) hanno contribuito ad alzare l’asticella della qualità tra i lavori pubblicati dalle major durante l’anno, ripagando così le aspettative di chi credeva ciecamente in loro da XDVR, disco che ha fatto da apripista ai vari Izi, Tedua ed il resto della compagine.
È anche vero però che ci sono giovani artisti che hanno seguito una via alternativa a quella della trap per come la intendiamo da queste parti, se pensiamo, ad esempio, a LowLow che ha cercato di dare un taglio più cantautorale alla propria musica con “Ulisse”, al giovanissimo Plant tutte rime e tecnica sopraffina, a Carl Brave e Franco 126 nel progetto Polaroid – in cui la loro voce si accompagna a degli strumenti tradizionali – o a Frah Quintale con dei brani che strizzano l’occhio all’indie. Ah, a proposito di indie-pop, è curioso come Calcutta abbia scelto di affidare l’apertura di alcuni suoi show a Rkomi, rapper sì del giro della trap di cui sopra, ma che rappa alla vecchia maniera. Cioè, rappa a tutti gli effetti, e gli riesce pure molto bene.

Mi è capitato spesso ultimamente di intravedere, tra le varie Instagram Stories di Charlie Charles, schermate riassuntivi di premi e record portati a casa durante l’anno solare. Tra questi, diverse certificazioni FIMI relative ad album e, soprattutto, a singoli digitali. Non è cosa da tutti, ma è l’evidente segno di come gli equilibri tra la principale piattaforma streaming video (YouTube) e quelle audio (Spotify, Apple Music, TIMmusic, eccetera) stiano cambiando. Gli artisti italiani fanno ancora fatica a svincolarsi da YouTube, considerato un passaggio obbligato nella fase di promozione di un prodotto, ma è dimostrato che credere un po’ di più, e sin da subito, in Spotify & Co. possa giovare non poco a se stessi ed alle loro etichette, soprattutto in termini di certificazioni FIMI. Non possiamo far altro dunque che rinnovare il nostro consiglio di scappare a gambe levate da YouTube, per non disperdere ulteriori numeri, numeri che potrebbero diventare decisivi soprattutto per gli artisti indipendenti.

Un’ulteriore cosa che abbiamo capito, anzi di cui abbiamo avuto la piena conferma, in questo 2016 è che i media tradizionali faticano ancora a capire ed a spiegare il rap italiano. Non capire il rap significa non comprenderne e quindi fraintenderne il messaggio, come nel caso del brano “Higuain” di Enzo Dong, secondo qualcuno un augurio di morte al calciatore ex Napoli. Ma significa anche affrontare un tema ben più delicato, come la tragica scomparsa di un giovane artista (nel caso specifico, Cranio Randagio), con una superficialità tale da indurre il lettore a facili e banali conclusioni su una vicenda molto complessa.
La sensazione è che i media generalisti rimarranno sempre un passettino indietro rispetto alla novità e, quindi, finiranno per crearsi ulteriori incomprensioni e malintesi. In compenso, dalla scena stessa arrivano interessanti input che spiegano il rap con prodotti originali e di qualità, come Sto Magazine, la webzine ideata da Ghali ed il suo team; o Real Talk, format proposto da Bosca, che ci ha fatto conoscere più da vicino artisti come Lazza, Jack The Smoker, Vegas Jones con performance improvvisate in studio. Qui, l’ultima esibizione live di Laioung, una delle più intriganti scoperte di questo 2016.

Abbiamo capito che si possono imparare ad utilizzare i social all’alba dei quarant’anni, fino ad arrivare al punto di diventarne completamente dipendenti. Ne sa qualcosa Fabri Fibra, onnipresente su Instagram e Snapchat con le sue storie quotidiane nelle quali si alternano incontri genuini, momenti di relax e pause silenziose. Ma anche accenni al nuovo disco in fase di scrittura, la cui uscita è prevista per quest’anno. Il 2017 sarà per lui un importante banco di prova, che ci permetterà di decifrare in maniera ancora più realistica i nuovi equilibri del panorama hip hop.

Ultimo, ma non per importanza, Achille Lauro che, oltre ad aver deliziato i nostri palati con uno dei dischi più importanti e significativi dell’anno, Ragazzi Madre (il primo progetto dopo aver lasciato Roccia Music), ci ha regalato una perla da cui abbiamo imparato tantissimo. In pratica, durante un suo live, qualcuno ha lanciato alcuni cubetti di ghiaccio verso Achille che ha prontamente risposto con una serie di insulti al provocatore con tanto di effetto autotune attivato sul microfono. La trovata ha segnato una nuova tappa nel cammino del genere umano, che ridisegna e perfeziona un’arte la cui storia si perde nella notte dei tempi.

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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