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Tanto rumore per nulla. La corsa sfrenata all’hype

(E’ una gif)

Non c’è l’evento se non c’è l’attesa, diceva una nota massima popolare, espressione tra l’altro citata nel brano “Panico” firmato Fabri Fibra e Neffa, di qualche annetto fa. O ancora, l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, avrebbe azzardato il filosofo e poeta Lessing, vissuto nel pieno del diciottesimo secolo. E chi ne ha, più ne metta, in tema di tesi a supporto della parola attesa e delle sue armoniose e, ed insieme, diaboliche sfaccettature, nel senso più leopardiano del termine.

Da un po’ di tempo a questa parte, in molti sembrerebbero aver preso un po’ troppo alla lettera questa teoria, bellissima ed intrigante da un lato, noiosetta fino al punto di risultare stucchevole se ripetuta con costanza all’interno di una routine piatta ed ordinaria.

In una scena in cui, solo due annetti fa, la tendenza dominante era quella di buttar fuori dischi all’improvviso, senza preavviso, sulla scia di rinomati esempi d’oltreoceano, ora la situazione si è praticamente capovolta: si è passati dalla moda delle sorprese (o non-sorprese, se preferite) a quella delle lunghe ed estenuanti attese che, spesso e volentieri, portano a poca ciccia.

Siamo tutti d’accordo che il valore della musica non si giudichi dal quanto venga prodotto, ma dal cosa o dal come. Quel che invece ci divide in due opposte correnti di pensiero attiene alla modalità o alla chiave comunicativa scelta dagli artisti (o dai loro entourage) per promuovere i propri prodotti discografici. Far salire a mille l’hype è una tecnica adottata da un numero sempre maggiore di artisti, dai più ai meno giovani, che ha iniziato a scatenare reazioni contrastanti all’interno delle proprie fanbase.
Fanno scuola, come sempre, artisti con la testa proiettata in un mondo a sette ore di fuso orario (in media) dal nostro, gente in grado però di influenzare l’andamento globale dell’industria discografica.

Bene, persino negli States – ogni tanto – può capitare che una parte di pubblico si risenta di lunghe e logoranti attese, da cui magari ne è uscita delusa o insoddisfatta.
Non c’è da stupirsi dunque se, anche qui da noi, qualche fan arrivi a storcere il naso di fronte alla pubblicazione delle ultimissime release di Sfera o Ghali che, magari, non hanno rispettato le proprie (gonfiatissime) aspettative.

Se ci limitassimo ad osservare i risultati in termini di meri numeri, di “Pizza Kebab” di Ghali o di “Dexter” di Sfera Ebbasta per esempio, non ci sarebbe nulla da aggiungere: le strategie di lancio hanno portato dei risultati oggettivamente (molto) interessanti. Precisiamo poi che, tra le due situazioni artistiche, va fatto un doveroso distinguo: Sfera negli ultimi due anni ha pubblicato un mixtape, un album ufficiale ed un singolo, mentre Ghali solo una decina di singoli.

Il discorso qui però è un altro: può funzionare a lungo un modus operandi basato su questo continuo tira e molla con i fan per ottenere sempre maggiore attenzione su di sé? Probabilmente, alla lunga bisognerà inventarsene di nuove se si vuole far breccia nei cuori dei propri fan. Anche perché, nei thread di commenti sotto ai post delle loro pagine ufficiali, si leggono parecchi giudizi negativi sui rispettivi brani, soprattutto in relazione al battage pubblicitario creato dagli stessi artisti attorno alla loro musica in arrivo.

Chi ne sa qualcosa è Dargen D’Amico che, oltre ad essere stato lapidato ingiustamente per aver presentato una tracklist con dei featuring di poco gradimento alla maggioranza dei propri fan (e qui andrebbe aperto un capitolo a parte), si è beccato anche qualche rimprovero per aver inserito, nella scaletta del nuovo disco, dei pezzi non così inediti: si tratta, in sostanza, di nuove versioni voce-pianoforte di vecchi brani del suo ampio repertorio artistico. Anche qui, complice la spasmodica attesa nei confronti di un disco di cui si parla da quasi un anno.

Creare e gonfiare tanto hype si sta rivelando un’evidente arma a doppio taglio, che può essere efficace nel breve ma diventare pericolosa nel medio-lungo periodo. Da noi, si ha sempre la sensazione che ci sia poco equilibrio nel dare peso a tendenze e mode globali, che – a seconda del caso – vengono seguite pedissequamente da tutto il vicinato oppure ignorate a priori senza reali motivazioni.
Ed è un po’ come se, in questo clima di costante hype, quella sensazione di attesa fosse stata uccisa di nuovo, esattamente come due anni fa quando tutti i dischi uscivano a sorpresa, o sbaglio?

P.S. A proposito, quel famoso disco dei Colle Der Fomento che fine ha fatto?

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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