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Intervista a Sha Ribeiro, il fotografo cercato da tutti i rapper

PORTRAIT SHA RIBEIRO rid(Tutte le foto per cortesia di Sha Ribeiro)

Sha Ribeiro è un fotografo nato a Lisbona, cresciuto a Milano ed è davvero forte, tanto che nel 2014 è entrato tra i migliori 10 fotografi street secondo Complex.

In Italia, dopo aver lavorato con Ensi (è sua la foto dell’album Rock Steady) e con Egreen per Beats & Hate, è diventato il fotografo che vogliono tutti. Da Sfera Ebbasta a Fabri Fibra, passando per Clementino, Guè Pequeno e Marracash, tutti i top artisti della scena rap si stanno facendo fotografare da Sha Ribeiro.

Noi abbiamo avuto modo di incontrarlo qui a Milano e abbiamo provato a capire la sua storia e il linguaggio che c’è dietro ai suoi lavori.

Buona lettura.

NOYZ NARCOS

RapBurger) Cosa ti ha portato a diventare un fotografo?

Sha Ribeiro) E’ stato un caso. Sono tornato in Italia dopo una anno trascorso a Stoccolma, in Svezia, e stavo cercando lavoro. A dire il vero stavo aspettando che mi chiamassero per un posto al bancone gastronomia dell’Esselunga di Quarto Oggiaro dove abita mia madre. Poi invece uno dei miei migliori amici che ai tempi lavorava come booker in un’agenzia di modelle, mi ha chiamato dicendomi che un suo amico fotografo stava cercando un assistente. Sono andato a parlarci, era un signore di 60 e passa anni, Gianni Turillazzi, e mi chiede “ti piace la fotografia?” gli rispondo “mah, sì certo” – “vuoi iniziare?” – “sì” – “allora domani vieni qui alle nove che inzi”.

Questo quanti anni fa?

Nel 2002, ho fatto l’assistente fotografo di moda per 4 anni e poi ho iniziato piano piano a fare i miei primi lavori. E’ stato casuale, non ho mai fatto una scuola di fotografia.

Però mi sembra che ci sia molta ricerca nei tuoi lavori, a partire dal bianco e nero che è spesso presente nei tuoi progetti.

Sì, gli anni come assistente sono stati una gran formazione a livello tecnico, da lì mano a mano ho sviluppato sempre di più una ricerca specifica per i vari lavori e progetti che ho fotografato. Ho scattato tanto bianco e nero, poi scatto tanto in pellicola e per tanti anni il bianco e nero mi è piaciuto. Mi piace tutt’ora, ultimamente ne faccio di meno perché a livello commerciale ti rompono sempre i coglioni col bianco e nero. Quando fai vedere un portfolio e su trenta foto venti sono in bianco e nero, ti può capitare di incontrare gente che ti chiede “ma sai fare anche foto a colori?”.

NEW ORLEANS

New_Orleans

Quali sono i tuoi fotografi di riferimento?

Mi piacciono Guy Bourdin, Newton, Avedon, Annie Leibovitz, Steven Klein poi Bruce Davidson, Bruce Gilden, Glen Friedman..

Perché?

Oggi, nell’era digitale di smart phone, si vedono migliaia d’immagini al giorno e il cervello alla fine non riesce a memorizzare tutte queste immagini/informazioni. Per assurdo, in passato, ci sono stati fototografi che hanno scattato delle foto iconiche, le quali mi sono rimaste in mente a dispetto di tante altre fotografie attuali.

Quanto ha influito il tuo passato nella moda per il servizio fotografico dell’album di Sfera Ebbasta? C’è di mezzo anche Marcelo Burlon lì.

Sì, Marcelo ha curato la parte che riguarda lo styling e poi è stato di supporto nel lasciarci scattare nel suo HQ una delle tre giornate di shooting. Per il resto è stato un lavoro molto tecnico e complicato per certi versi ma credo che fino ad ora sia stato il mio lavoro più completo, come linguaggio, a livello commerciale intendo. Cover e booklet, sono stati ideati per avere un approccio street. Da una parte con un taglio fotografico di moda e dall’altra con un linguaggio cinematografico a livello di luci.

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Come è nato il lavoro insieme a lui? Ti piaceva la sua musica?

Ancora non conoscevo la sua musica. Ma una volta assoldato per il disco mi girarono il disco per ascoltarlo e mi è piaciuto. Me lo hanno comunicato di persona sul set di un altro shooting che avrebbero voluto che io curassi la parte fotografica. Anche se in verità è perché a lui erano piaciute delle foto che avevamo scattato assieme il mese prima per un servizio di Rolling Stone.

Musicalmente lo conoscevi già Sfera?

No, come ti dicevo, avevo fatto un servizio per Rolling Stone il mese prima e non lo conoscevo. Infatti il giorno prima di scattare quel servizio ho chiamato il mio assistente per fare un re-cap riguardo luci, location e quant’altro e gli ho detto “andiamo a vedere chi è Sfera Ebbasta”. E niente, ci sta, è un bravo ragazzo e sono contento che stia spaccando.

Mi viene un dubbio… Tu ascolti il rap?

Certo che ascolto rap! Sono cresciuto con il rap anni ’90, ascoltavo per la maggior parte tutto quello che proveniva da NY, Biggie, Public Enemy, Das EFX, Wu Tang, Nas, Jeru, Mobb Deep… Poi va beh mi piaceva anche la roba del sud tipo gli Hot Boys, Scarface, Juvenile…

E lavorare con queste nuove realtà com’è?

E’ interessante, capisci altri punti di vista di un’altra genereazione diversa dalla tua. Ti confronti, ascolti, dai consigli… Direi che è genuina come cosa.

Hai un parere su questa nuova ondata di rapper?

Troppi pareri sono stati espressi riguardo alle nuove ondate di rapper, il tempo dirà la sua. Quando ero ragazzino, le prime cose che ascoltavo sono stati i Guns N’ Roses, i Metallica, Sepultura, ad un certo punto è arrivato il grunge coi Nirvana e minchia è stato un delirio. I Nirvana hanno messo sotto sopra tutto quanto creando delle vere e proprie scissioni nella musica e tra tutti i fan. Penso che in tanti generi musicali e correnti d’arte si formino delle sottocostole di un genere, è normale. E’ evoluzione, senza l’evoluzione saremmo fottuti.

A proposito di mutamento, cosa pensi di tutti questi nuovi “fotografi” con lo smartphone?

Se mi parli di “fotografi” è un conto. Se mi parli di gente X che usa i telefoni è un altro. Personalmente, fotografi che usano solo il telefono a livello professionale non ne conosco.

Anche Egreen non lo conoscevi?

Anche Nicholas (Egreen) non lo conoscevo. Nicholas me lo ha presentato un mio amico un giorno ad un mercatino, ci siamo scambiati i contatti e poi un giorno ci siamo visti, abbiamo fatto due chiacchiere, mi ha detto che stava lavorando al suo disco Beats & Hate e che gli sarebbe piaciuto che la fotografia fosse curata da me. Mi ha fatto sentire i pezzi, ho ascoltato il disco e da lì siamo andati avanti. E’ stato veramente un parto quell’album, come lavoro ci siamo stati dietro un sacco, parlo a livello fotografico, però sono molto affezionato e mi piace anche molto.

Copertina Beats & Hate

Come è stata concepita quella copertina?

Ci sono vari elementi suoi personali che lui voleva avere, tipo degli smeraldi perché riportano alla Colombia, poi il carapace e la granata per altri motivi. Abbiamo fatto un po’ di valutazioni e alla fine abbiamo tolto gli smeraldi e siamo rimasti con la tartaruga killer e la granata come elementi per la cover. Il carapace è stata una sua idea, poi io ho sviluppato il linguaggio di luci. E’ un disco a cui sono molto affezionato perché è una cosa che ho voluto fare, in primis perché era indipendente e in quanto tale avevamo e ho avuto più carta bianca rispetto ad un artista che è sotto major. E poi la copertina di un disco senza nessun titolo, è da pazzi se ci pensi. E’ una cover super sperimentale ma potentissima, a parere mio.

Mi hai detto che sei legato al rap anni 90, quindi immagino che tu sia anche affezionato alla copertina che hai fatto per l’album di Styles P.

Certo, è stato il mio esordio come cover discografica. Fabrizio Conte mi ha tirato in ballo per quel lavoro. Sono andato in US per un progetto personale a New Orleans ma prima mi sono fermato a NY e sono stato sul set del suo video con Styles e gli ho fatto un pò di scatti. Poi Fabri mi ha messo in contatto con la manager, le ho fatto vedere il mio portfolio e mi sono preso la copertina di Master Of Ceremonies. E’ stato un bomba, abbiamo scattato una giornata intera tra Bronx, Yonkers e Manhattan.

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C’è un artista con il quale sogni di lavorare?

Jay-Z, se ci fosse Biggie però direi lui; è per la musica che fanno, sono cresciuto con loro. Ma già quando ho scattato Styles è stato un onore. Da ragazzino che ero e ascoltavo quella roba, arrivare a fotografare Styles P è stata una cosa enorme e mi fa pensare “chi lo avrebbe mai detto?”. Non avrei mai immaginato di fotografare gente come Method Man, B-Real e Cappadonna.

Ah, hai fotografato anche Method! In che occasione?

Era il 2013 e avevano suonato a Milano. Stavo tornando a Milano da un lavoro con Rido e Peppe Romano, un mio amico regista, e mi avevano detto che c’era da fare un’intervista per Rolling Stone, intervista che non è mai uscita. Io ho fatto le foto e quando ho visto Method Man, Raekwon e Ghostface ho detto “wooow” anche se poi Method Man si è rivelato un coglione rispetto al resto dei ragazzi.

Perché?

E’ stato un menoso del cazzo.

Davvero?

Sì. Non si è mai fatto fotografare in faccia, si è sempre tenuto il cappuccio che gli copriva completamente il viso anche durante tutta l’intervista. Se l’è presa con noi perché ci diceva che eravamo di Rolling Stone… Method diceva che Rolling Stone in 50 anni non aveva mai fatto una copertina con un musicista nero. Infatti io ho questa Polaroid dove c’è lui che fa il gesto di 50 con le mani. Se la vedi dici “che bomba” però lì Method Man ce l’aveva con noi dicendo che erano 50 anni che non mettevano un nero in copertina. Concordo sull’incazzatura però io non sono il proprietario di Rolling Stone. Per il resto erano tutti presi bene e super disponibili.

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Hai lavorato ad un sacco di copertine, quali sono invece le tue cinque cover preferite?

Mi piace un sacco Ironman di Ghostface Killah, anche Liquid Swords di GZA, Enter The 36th Chambers, Life After Death di Biggie, Reasonable Doubt di Jay Z… Poi c’è una cover storica, Flesh of my Flesh, Blood of my Blood, di DMX che è una di quelle cover pesantissime scattate da Jonathan Mannion, ex assistente di Richard Avedon. E’ il responsabile di almeno il 50 percento delle cover della discografia rap anni 90 e 00. Lui mi piace parecchio come fotografo.

Anche qui tutto molto New York eh! Quelle della No Limits non ti piacevano? (si ride)

Le cover di No Limits Records erano belle tamarre mi hanno sempre dato una sensazione di low-fi però avevano un loro perchè. Ah ecco sai, la copertina più figa che ho visto in assoluto negli ultimi anni è quella di Freddie Gibbs. La copertina di Shadow Of a Doubt, è una delle più fighe che siano mai state fatte. A livello fotografico la trovo bellissima e rispecchia veramente il titolo del disco, shadow of a doubt, l’ombra di un dubbio. Questa è una di quelle foto che avrei voluto fare io.
Sai la cover deve essere una cosa che deve rimanere in mente alle persone, io mi ricordo ancora quelle dei Pink Floyd, deve puntare ad essere iconica.

Come è stato lavorare con Marra e Guè?

Bello abbiamo fatto delle foto pesantissime! Ho curato le foto che sono nel booklet del repack di Santeria. E’ stata una storia un po’ strana, ho scattato quelle foto che dopo un po’ di mesi di oscuramento hanno trovato una nuova vita in questo progetto.

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Cosa ne pensi della frase di Robert Capa: “se l’immagine non ti piace è perché non sei abbastanza vicino al soggetto”?

Robert Capa è stato tra i più grandi reporter di guerra, è famoso per tante foto ma credo che quella che quasi tutti ricordino per la maggiore è lo scatto durante la guerra civile in Spagna negli anni ’30 dove colse in pieno l’uccisione di un combattente da vicino mentre veniva ucciso da un arma da fuoco. Se mi parli di Robert Capa stiamo parlando di reportage di guerra quindi la sua frase non fa una grinza. Lui era un fotografo coi controcazzi, ha fatto lo sbarco in Normandia è uno che aveva il pelo sullo stomaco. Sì, sono d’accordo sulla frase da lui espressa, riuscirai a raccontare molto di più quanto più ti avvicini al tuo soggetto.

Hai curato anche le fotografie dell’album Fenomeno di Fabri Fibra, che esperienza è stata?

E’ stato divertente, siamo amici da tanti anni anche se non ci vedavamo da parecchio. Abbiamo fatto tre, quattro giorni di shooting, ma dopo le prime due ore del primo giorno è andato tutto alla grande. Ci sono alcune foto che sono potentissime, bella Fabri, we did it!

*Segui Sha Ribeiro su Instagram: @sha___ribeiro

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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