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“4:44” di Jay-Z è un’opera d’arte coraggiosa

Jay Z

JAY-Z ha 47 anni. È del 1969: questo vuol dire che aveva 19 anni quando è uscito “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” dei Public Enemy. Non un è dettaglio da sottovalutare: ha attraversato da adulto la golden age, gli anni ’90 di Biggie e Tupac, i 2000 di Eminem e della G-Unit ed ora si trova nei 2010 del cloud rap e del skrrr.
È quasi certamente la prima volta che un rapper alla soglia dei cinquanta rimane così rilevante da essere considerato ancora al top del gioco ed ovviamente ha dovuto ragionare bene su quali argomenti toccare e come parlarne.
Quando No I.D. gli ha scritto per dirgli che aveva una cartella di beat da dargli, Jigga gli ha risposto che non aveva nulla da dire e che non aveva intenzione di registrare un disco: come fa un padre di tre figli, businessman conclamato, a mettersi a “giocare a fare il rap” sullo stesso piano dei Migos e Lil Yachty?

Per questo “4:44″ è un album rap dal respiro diverso, fuori da qualsiasi moda e corrente, classico ma al contempo quasi pionieristico per i contenuti. Shawn Carter uccide JAY-Z nell’intro del disco, uccide il personaggio, il gangster e lo spacciatore e si toglie del tutto la maschera: è candido nel raccontare di come si è sentito tradito da Kanye West (che non l’ha ringraziato dopo che gli aveva dato 20 milioni di dollari per la realizzazione di “The Life Of Pablo”) e di come ha quasi rovinato il suo matrimonio.

Il matrimonio è una parte centrale del disco, una risposta a “Lemonade” di Beyoncé: Jigga si cosparge il capo di cenere e chiede scusa alla compagna, addirittura si vergogna della sua infedeltà, con una lettera d’amore appassionata e sincera. Un rapper che chiede scusa e si vergogna di aver sdraiato qualche tipa anche se sposato: ecco a voi la nascita del rap adulto, un rap riflessivo, che antepone i sentimenti prima dei soldi e del successo. Quando uno ha talmente tanta credibilità può fare quello che vuole ed a mio avviso con questo disco Shawn ha dato al rap dei nuovi argomenti, proprio come ha fatto Kanye con “808s and Heartbreak”, che è stato l’inizio del rap autoanalitico (che ha fatto la fortuna di Drake).
Peraltro c’è un pezzetto di Italia nel brano “4:44” che campiona Hannah Williams and The Affirmations, il cui disco è pubblicato dalla milanese Record Kicks.

Ma non c’è solo la moglie. “You wanna know what’s more important than throwin’ away money at a strip club? Credit” dice in “O.J Story” e questa è la voce dell’esperienza di uno che ne ha viste tante. No, andare a buttare via i propri soldi allo strip club non è figo. Volete sapere cos’è figo? Comprare un’opera d’arte e guardarla crescere di valore nel giro di pochi anni.
E poi parla del suo terapista. Nel racconto rap del “live fast & die young”, del “sleep when I’m dead”, non c’è mai stato tanto spazio per la salute mentale e questo è un vero game changer.

La nuova generazione di rapper finisce nel mirino in “Moonlight” accusata di aver venduto la cultura ai capi delle case discografiche, facendosi ingabbiare da anticipi faraonici, per andare a vivere nel quartiere bianco di Beverly Hills al posto che investire in Calabasas (dove hanno la casa lui, Kanye e Drake).

Il finale si chiama “Legacy”, in cui Jigga riflette su cosa lascerà in eredità sia ai figli che alla cultura stessa, lasciandosi andare in riflessioni religiose, di come l’universo prende il suo dolore per dargli l’opportunità di scoprire più di se stesso.

La sensazione è che JAY-Z pesi ogni singola sillaba, rappando lentamente, rimettendo la parola al centro della musica, concentrandosi più sulla comunicazione che sulla produzione, invertendo il trend attuale.

No, non c’è nessun banger, nessun singolo da classifica, c’è solo il dramma di un uomo che ora si permette di riflettere sulla sua vita, sui suoi successi e sui suoi errori. “4:44” è un’opera d’arte coraggiosa, tanto quanto lo è stato “Lemonade”, che probabilmente non diventerà una hit fra i giovanissimi fan del rap, ma che offre agli ascoltatori più adulti la possibilità di re-innamorarsi di questo genere, per quanto riesce a comunicare in modo crudo senza sovrastrutture, senza doversi vergognare degli argomenti adolescenziali.

About Oliver Dawson

Conduttore di Hip-Hopera sull'ormai defunta Hitchannel, autore di The Flow, ho collaborato con Groove Magazine e Beat Mag: seguo da vicino il rap italiano da più di 10 anni e mi piace ancora tanto.

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