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Novità in FIMI: fare il Disco D’Oro non sarà più così facile

dischi d'oro

L’annuncio è arrivato per vie ufficiali solo in questi giorni, ma già da settimane si rincorrevano voci riguardo alla possibilità da parte della FIMI di rivedere i propri criteri alla base di classifiche e certificazioni tramite dati streaming.

Dopo una dichiarazione breve e concisa del presidente Enzo Mazza, sul sito della Federazione Industria Musicale Italiana è apparsa una comunicazione contenente un’importante novità: a partire da gennaio 2018, solo gli stream premium (a pagamento) saranno considerati validi ai fini delle classifiche Top of the Music.

Per farla semplice, su Spotify e su tutte le altre piattaforme che offrono il servizio anche in versione gratuita, gli ascolti derivanti da utenti cosiddetti free non contribuiranno più a determinare punteggi validi ai fini di classifiche ed eventuali certificazioni.

Questa notizia non avrà ripercussioni sull’andamento dell’industria musicale dell’intero globo, ma almeno in Italia qualche equilibrio potrebbe spostarlo (in questo caso per davvero).

Parlare di siccità nel 2017 sarebbe paradossale perché di certificazioni ne sono piovute a bizzeffe a destra e a manca. Se fino a due anni fa raggiungere un traguardo prestigioso come un Disco d’oro (o addirittura qualcosa in più) era un privilegio riservato a pochi intimi, nel corso degli ultimi mesi gli artisti hanno dovuto fare i conti con l’opposta convinzione: ≥ Disco d’oro = inizi ad essere qualcuno.

Una convinzione nata un po’ per caso, dopo che la FIMI ha deciso di convertire gli stream in download, secondo un conversion rate di 130 ad 1 (ad un download di un brano equivalgono 130 stream dello stesso pezzo).

Una convinzione molto diffusa da derubricare immediatamente nella lista delle sciocchezze, prima che diventi un assioma in particolare per la generazione dei più giovani.

Ora, la questione riguarda molto da vicino il mondo del rap italiano. Il 2017 è stato l’anno delle certificazioni per tutti (sono fioccate in ogni dove) e quasi nessuno è rimasto a bocca asciutta, compresi nomi impensabili fino a poco fa o gente sconosciuta al di fuori dei confini di YouTube.

La Fimi, come ribadito nella propria comunicazione, ha voluto sottoporre gli ascoltatori di musica ad un test che ha evidenziato un risultato chiarissimo: non distinguere tra stream gratuiti e a pagamento ha generato una completa rivoluzione sul piano delle classifiche e, di conseguenza, delle certificazioni.

Qualcuno, tra gli addetti ai lavori, deve aver storto il naso di fronte a questa improvvisa moltiplicazione di premi. Come era giusto che fosse, ci sentiamo di sottolineare noi.

Così, la FIMI – dopo essersi adeguata ai nuovi parametri internazionali che prevedono l’integrazione dei dati streaming nelle classifiche – ha pensato di aggiustare il tiro limitando la possibilità di incidere con i propri stream solo agli abbonati.

D’altronde, anche in USA, Billboard ha definito una serie di accorgimenti simili a partire dal prossimo anno.

Tutto questo cosa significherà?

In primis, orde di ragazzini con la trap pompata nelle orecchie dalla mattina alla sera potranno, sì, influenzare la classifica ma con un impatto meno violento rispetto al 2017.

E qui è interessante capire gli ultimi dati relativi all’utilizzo dei servizi streaming da parte di FIMI: i dati più recenti ed attendibili parlano di un ascoltatore premium ogni due free.

Ad ogni modo, il 2017 è stato l’anno della rivincita per moltissimi artisti, soprattutto indipendenti che, grazie alla propria tenacia, organizzazione e creatività, sono riusciti ad imporsi in classifica (singoli ed album) davanti a nomi consolidati del panorama pop italiano. Al di là delle mere certificazioni, questi artisti – Ghali, Coez, Capo Plaza, Liberato, solo per citarne alcuni – hanno il merito di mostrarci tutto il potenziale dello streaming anche qui in Italia.

Lo streaming può, e per fortuna piano piano sta già diventando, una valida alternativa al circuito radio che, salvo qualche sporadico esempio, resta un sistema difficilissimo da stravolgere e da attualizzare.

Nel 2018 ci si aspetterà invece dagli ascoltatori un passetto in avanti. Quanto siamo disposti a spendere per sostenere la musica che ci piace? A pensarci bene, basterebbe qualche euro al mese. Tra servizi premium offerti da compagnie telefoniche e abbonamenti formato famiglia, lo sforzo richiesto è davvero minimo.

Ma sarà semplice convertire un pubblico che nel 2017 continua ancora ad ascoltare perlopiù musica su YouTube anche dal cellulare?

About Giorgio Quadrani

Inseguito dal diritto di giorno, rincorro il rap di notte. Amo ascoltare gente che blatera al ritmo di una base musicale, indagare su tutto ciò di inutile intorno a me e fare discorsi col senno di poi.

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