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Il live di Kendrick Lamar è davvero incredibile

Kendrick Lamar Live Damn Tour

Kendrick Lamar ha portato a suo modo una piccola rivoluzione nel mondo del rap americano: è venuto fuori in un momento di grande debolezza della West Coast, in totale controtendenza ha concentrato molti dei suoi testi sulla condizione degli afroamericani cercando di aprire un dibattito politico ed anche dal punto di vista visivo ha alzato l’asticella sviando dai classici cliché.

Non sorprende quindi che, quando si è trattato di affrontare il “The Damn Tour”, Kendrick abbia cercato delle soluzioni visive inedite spingendo fino all’estremo il concetto di “live rap”.

Il nuovo tour europeo si è aperto a Dublino e RapBurger era negli spalti sin dall’apertura, a cura di James Blake, con un live che non sembra aver colpito particolarmente il pubblico che probabilmente era troppo giovane per ricordarsi “Limit To Your Love” e “CMYK” e troppo esuberante per apprezzare le atmosfere rarefatte del genietto dell’elettronica d’Albione.

Basta la presenza di Kendrick, annunciato da un scoppio fortissimo, per accendere il “3arena” gremito (circa 14.000 presenze): tutti si alzano in piedi ed iniziano a rappare ogni pezzo parola per parola, anche le parti più tecniche, urlando a squarciagola come se fosse un concerto di Vasco, anche se in Irlanda Vasco non sanno manco chi sia.

Money Trees (live)

La scenografia è imponente: due mega schermi, uno come fondale ed uno come tetto del palco, quest’ultimo mobile in grado di arrivare fino a tre metri da terra ed ad inclinarsi a seconda dell’esigenza. Fiammate, lampi di luce, visual ispirati ai manga ed alla cultura giapponese hanno fatto da sfondo ad un’esibizione impeccabile dell’artista di punta della TDE, che ha snocciolato un repertorio di hit che ormai inizia ad essere abbastanza importante: DNA, poi King Kunta, Swimming Pools, Backseat Freestyle e Loyalty infiammano il pubblico in visibilio.

Le basi non sono quelle del disco, sono più epiche, riarrangiate in modo magistrale dalla band nascosta a lato palco e quasi invisibile per buona parte del pubblico. Una scelta particolare, che lascia tutta la scenografia sgombra, ma che in qualche modo sacrifica la band che peraltro ha fatto un lavoro ottimo durante tutto il set.

Kendrick sparisce (al suo posto entra una ragazza per un balletto ispirato dalle arti marziali) per poi riapparire sul palco secondario, in mezzo al pubblico dove è intrappolato da una gabbia di luci mentre canta LUST.

Dopo una serie di colpi di teatro Kendrick riappare al centro del palco sdraiato in orizzontale mentre rappa, prima di affrontare un finale energico con Bitch Don’t Kill My Vibe, Alright e ovviamente Humble che parte con la base, ma che viene cantata accappella da tutto il pubblico presente, diventando per 90 secondi il nuovo inno nazionale irlandese.

Bell’effetto eh?

Un breve bis e la serata Kendrick si conclude ringraziando tutti i presenti per il grandissimo calore.
“The Damn Tour” è un live moderno, pirotecnico, al passo con le più moderne tecnologie, interamente incentrato attorno al suo unico protagonista: Kendrick Lamar. Mancano gli effetti degli spari, il pull up del dj, l’hype man, tutto quello che ha caratterizzato da diversi un concerto hip hop: ma Kendrick ha saputo andare oltre molti cliché del genere ed ha saputo superare anche questi.

About Oliver Dawson

Conduttore di Hip-Hopera sull'ormai defunta Hitchannel, autore di The Flow, ho collaborato con Groove Magazine e Beat Mag: seguo da vicino il rap italiano da più di 10 anni e mi piace ancora tanto.

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