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Mambolosco: sono cresciuto con l’hip hop ma mai ascoltato rap italiano

Mambolosco

Mambolosco è la nuova scommessa in casa Universal (e più nel dettaglio Virgin), sempre che di scommessa si possa parlare visti i numeri che in un anno di attività il rapper italoamericano ha raccolto; cifre che non hanno nulla da invidiare a quelle di altri big già affermati.

Il 7 settembre è uscito “Guarda Come Flexo 2″, il debutto in major per Mambolosco che a un anno di distanza ha voluto celebrare il successo di quel “Guarda Come Flexo” che lo ha aiutato a diventare ciò che è oggi: uno dei rapper della nuova wave con più hype e parte della scuderia di Universal e della Triplosette Entertainment della Dark Polo Gang.

Abbiamo incontrato Mambolosco negli uffici della Virgin (una delle tre divisioni di Universal) e abbiamo scambiato con lui qualche chiacchiera per conoscerlo meglio.

RapBurger) Complimenti per il tuo nuovo singolo, musicalmente sei riuscito a fare meglio del primo “Guarda Come Flexo”, come mai hai scelto di fare il secondo capitolo di quel pezzo per il tuo debutto in major?

Mambolosco) Perché non uscivo con qualcosa da nove mesi, sono stato fermo. Il beat lo abbiamo fatto io e Nardi insieme in studio e mentre lui stava producendo ho detto “no ma questa roba è proprio flex”. Quindi mentre lui faceva il beat io ho scritto il ritornello e la prima strofa, abbiamo fatto il provino lì da lui, sgasava un sacco poi dopo un po’ ho scritto su anche la seconda strofa. Volevo tenere la wave di “Guarda Come Flexo” che è andata anche tutta l’estate.

Ha fatto 1 milione e mezzo in una settimana, numeri alti e senza un video. Ti aspettavi questi numeri?

Sì, un milione e mezzo in sette giorni… non mi aspettavo assolutamente questa risposta e poi senza video. Sta andando benissimo.

Nella copertina del singolo c’è una “a” di anarchia e io trovo molto anarchico il fatto di debuttare in major, che ha tra i suoi interessi anche i passaggi radiofonici, facendo un ritornello pieno di parolacce che come si sa non vanno molto a genio alle radio.

Quando scrivo le canzoni non penso a se il pezzo deve andare in radio, di qua o di là quindi anche mentre scrivevo “Guarda Come Flexo 2” non pensavo a Universal e le radio. Però secondo me è anche ora che in radio passino qualche parolaccia no? (ride ndr) Che poi le canzoni americane in Italia non le censurano e io cos’è che dico? Bitch!

Il ritornello di "Guarda Come Flexo 2" (fonte Genius)

Il ritornello di “Guarda Come Flexo 2″ (fonte Genius)

Sei uno degli artisti più forti di questa nuova wave italiana, molto probabilmente sei anche uno dei più grandi a 28 anni. Quando è iniziata la tua carriera artistica? Non può essere solo 1 anno fa…

Io ho iniziato a fare musica a 13 anni, scrivevo le canzoni e registravo col microfonino… hai presente quello dei computer con l’asta fina? Quello, e veniva uno schifo, in inglese. Ecco, ho fatto musica in inglese per tantissimo tempo, sono andato in America, ho vissuto lì e facevo musica per hobby. Quando sono tornato in Italia ho visto che era iniziato il movimento, i ragazzini stavano iniziando a capire il genere. Io mi ricordo che quando andavo a scuola io mi vestivo in un certo modo e la gente mi prendeva in giro mi dicevano “oh ma alzati i pantaloni”. Invece adesso vedo che è cool quello che facevo io quando tutti mi guardavano male. Sono nato per questa roba qua, non mi interessa quanti anni ho, ce l’ho dentro.

Ti aiuta anche il fatto che sei per metà statunitense?

Sì. Al cento per cento.

Perché? Io un’idea me la sono fatta.

Perché io ascolto questa roba qui da sempre. Non è che prima ero uno skater o ascoltavo la techno, io ascolto hip hop, ascoltavo Eminem, 50 Cent, Snoop Dogg, ancora prima Tupac anche se ero piccolo e lo ascoltavo perché me lo passavano quelli più grandi di me. Secondo me è questo il motivo, poi essendo italoamericano quel tipo di cultura mi ha sempre affascinato, sapere cosa c’era dall’altra parte dell’oceano.

Come immaginavo, se ci pensi invece parecchia gente di questa nuova wave magari ha iniziato ad ascoltare il rap con i Club Dogo o i Truce Klan.

Eh sì, tipo io mai ascoltato queste cose. L’hip hop italiano non l’ho mai ascoltato. Mai. Ho iniziato ad ascoltare l’hip hop italiano con la DPG, con loro mi son detto “ok, loro se la trappano bene”.

Cosa ti ha colpito di loro?

Prima di tutto lo stile, a loro piace il fashion come me. Ci siamo annusati subito, anche per loro sono la cosa che rispecchia di più lo spirito “dark”. Poi ci siamo sentiti su Instagram e nel giro di un paio di giorni sono andato a Roma.

Beh l’influenza romana già si sente, nel tuo nuovo singolo dici “ quanto cazzo sono fregno”.

(Ride ndr) Non lo so neanche come mi è uscita, può darsi, nell’ultimo anno sono stato spesso a Roma e sono stato spesso con Tony, Ludwig e gli altri. A furia di sentirlo mi è uscito.

Chi fa rap in Italia spesso “rappa” in maniera violenta, un po’ da battaglia..

Esatto, in Italia anche quella cosa di chiamare i pezzi “freestyle” anche quando sono cose scritte e non improvvisate. Boh ‘sta cosa qui in Italia… poi sì molto violento, “ti facciamo il culo” “se vieni nella mia via sono mazzate”, un copia incolla dell’east coast americana.

Poi c’è chi fa trap che abusa parecchio dell’autotune, tu invece hai un modo di rappare calmissimo. Sembra che ti piazzi su una chaise longue, accendi una canna e registri.

Difatti io col mio producer, Nardi, faccio tutti i provini da seduto. Registro così, molto chill. Anche “Guarda Come Flexo 1” è molto chill.

Ha un qualcosa di R&B.

Molto, difatti canto anche. Non è solo rap, è molto cantata la cosa. Volendo faccio anche il rap alla “420” che rispetto a “Piano Way” è tutta un’altra cosa.

Uno degli artisti più forti in questo momento è Sfera Ebbasta e secondo me uno dei suoi punti di forza è quello di essere intonato. Sono stato in studio da lui anni fa e mi colpì il fatto che beccava tutte le note. Parecchi oggi invece usano l’autotune e poi sono stonatissimi, tu invece mi pari appunto parecchio intonato.

Sì, infatti spesso mi dicono “togli l’autotune!”, “falla senza autotune questa!” perché volendo i miei pezzi sono capace di cantarli davvero.

È uno stile molto particolare il tuo, quali sono i dischi fondamentali per il tuo percorso artistico?

Paid The Cost To Be The Boss di Snoop Dogg, è il CD che ricordo sono andato a comprare. Tornato a casa mentre lo ascoltavo mi guardavo il booklet ed ero proprio affascinato. Ero piccolo avevo circa 13 anni. Però gli album che mi hanno segnato di più sono due, Trap House di Gucci Mane, con dentro “So Icy” insieme a Young Jeezy e poi Thug Motivation 101 proprio di Young Jeezy. Se l’hip hop è religione, quei due album lì per me sono la bibbia.

La parte estetica per te è molto importante e legata al lato musicale?

È fondamentale. Adesso come adesso lo è perché i ragazzini ascoltano, guardano e poi fanno. Non tutti, però molti vedono anche come si vestono gli artisti. Magari vogliono le scarpe che indosso perché le rocko bene, vogliono copparsi gli occhiali che porto perché spaccano… È fondamentale. Poi ora che anche i brand fanno i featuring.

Continuando a parlare di estetica, non si possono non notare i tuoi tatuaggi. Scriversi sul volto “arte” non è una cosa leggera. Che messaggio vuoi mandare?

Che io faccio arte e che io sono arte. La gente associa questa cosa dell’hip hop con la roba criminale e blablabla. Questo non è il vibe che io voglio mandare e anche la storia dei tatuaggi in faccia, non lo faccio per mandare a fanculo la società. Voglio mandare questo messaggio: io faccio arte.

mambolosco arte

La tua musica è influenzata dagli artisti di nuova generazione, i soundcloud rapper come Lil Xan e soci?

Tra gli ultimi artisti mi è preso benissimo Trippie Red e poi gli altri… Non so, tutta quella wave di Lil Xan e quelli là, sono un po’ pericolosi per il movimento. Di tutti questi nuovi Trippie Red è il più talentuoso.

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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Foto di Cosimo Buccolieri

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