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Davide Shorty: la mia musica contro la depressione e il razzismo

Photo Credits by Andrea Nose Barchi

Photo Credits by Andrea Nose Barchi

Il 21 settembre è uscito il nuovo disco di Davide Shorty realizzato in collaborazione con i Funk Shui Project dal titolo “Terapia di Gruppo”. Per l’occasione abbiamo quindi intervistato Davide per farci raccontare il suo percorso fino a qui e per analizzare insieme alcuni punti chiave di questo suo nuovo progetto discografico.

RapBurger) Sei arrivato a questo disco, dopo un lungo percorso artistico, costellato di tappe importanti, dalla tua formazione musicale a Londra fino all’esperienza televisiva di X-Factor. Durante questo percorso in quali aspetti ti senti cresciuto come artista e in quali ambiti senti di essere migliorato?

Davide Shorty) Innanzitutto ho imparato ad ascoltare. Quando inizi a fare musica tutto si basa sulla tua esigenza di esprimerti, ma non badi troppo alle conseguenze esterne di ciò che fai. Ho quindi imparato a vedermi da fuori e ad avere una percezione più completa del mio modo di fare musica. Poi, sono migliorato sicuramente come cantante: quando sono partito da Palermo non sapevo cantare, è stato a Londra che ho affrontato la parte tecnica e fisica del cantare. Ho appreso come stare su un palco e ho fatto mia l’educazione del dare importanza ai musicisti che suonano con te.
Inoltre, durante questi anni anche la mia scrittura è cambiata molto perché ho assorbito influenze tra le più diverse, ascoltando generi di tutti i tipi, dal cantautorato italiano alla musica psichedelica. A livello italiano mi hanno sempre ispirato artisti come Ghemon, Tormento e Neffa, mentre a livello internazionale per me sono sempre stati fondamentali Mos Def, Common e Black Thought.
Quello che negli ultimi tempi mi è mancato è stato poter studiare la mia musica con continuità. Infatti, mi sono spostato da un posto all’altro senza soluzione di continuità non avendo più occasione di concentrarmi sulla mia voce e di allenarmi nello suonare i mie strumenti, non potendo portarli sempre con me.

Nel tuo percorso artistico quindi Londra ha giocato un ruolo centrale per la tua formazione di musicista. Come mai hai scelto di andarci e come ti sei relazionato con l’ambiente artistico?

Ho scelto di andare a Londra scommettendo su di me e sulla mia passione. Mi ispirava a livello culturale ed a livello linguistico. Ritenevo importante e sfidante il poter imparare l’inglese ed essere capito da un pubblico con un background diverso. Poi, io credo molto nel concetto di cittadinanza universale. Quindi è stato un modo per imparare a rapportarmi con un contesto differente e contaminarmi a mia volta con le sue influenze.
All’inizio facevo l’emcee nelle serate dubstep underground, divertendomi a improvvisare. Poi ho deciso di fondare una soul band con le persone che frequentavo e con cui suonavo quotidianamente, per tornare alla musica che mi aveva sempre appassionato.
L’esperienza con i Restrospective for love è stata importante anche a livello di contatti con la scena musicale. Ad esempio mi ha fatto conoscere il sassofonista che lavorava con i Bombay Bicycle Club. È stato lui che poi mi ha coinvolto, come corista, nella band di Mr. Jukes, per portare live il suo album solista. Un progetto cosmopolita, un vero meltin pot di artisti.
Stando a Londra ho conosciuto anche il neozelandese Jordan Rakei. Lui voleva venire a Londra, io gli avevo scritto per avere un testo di una sua canzone per fare una cover e da lì è nata la nostra amicizia. Una volta in città mi ha coinvolto nei suoi progetti come corista ed ho anche partecipato ad alcuni suoi videoclip.
Insomma, in questi ambienti viene premiata l’educazione e il modo rispettoso di approcciarsi alla musica, al di là dell’immagine superficiale dell’artista. Ed è così che si entra in contatto con altri artisti e realtà.

Dall’esperienza stimolante della scena artistica di Londra poi però sei passato al mondo della televisione italiana, partecipando ad X-Factor. Come è maturata questa scelta? 

È stata un’esperienza iniziata per gioco. Mi ha portato ad essere conosciuto da tante persone, con i lati negativi e positivi della cosa. Ad esempio, mi è stata affibbiata l’etichetta dell’artista passato dal talent e alcune persone evitavano per questo i miei live. Tuttavia è stata un’esperienza dal lato professionale ineguagliabile: un vero concentrato di insegnamenti a livello artistico. Poi con Elio avevo trovato una connessione particolare e tuttora siamo rimasti in contatto.
Il problema è stato gestire il momento successivo. Devi capire cosa vuoi e come vuoi sfruttare quell’esperienza. Sei vittima di tanta pressione. Infatti, passi da un’attenzione mediatica molto elevata, ad un’attenzione molto più contenuta in poco tempo. Ed è difficile gestire questo passaggio, almeno, io non sapevo gestirlo e ho scoperto per la prima volta cosa volesse dire essere depressi.
Questo purtroppo è un effetto comune della nostra società che è dipendente dai social e fa a gara per ricercare un apprezzamento che è solo virtuale e che poi non trova riscontro nella realtà. A tal proposito, mi aveva colpito un’intervista di Mac Miller dove sottolineava come la prima azione quotidiana di quasi tutte le persone è quella di guardare il feed dei propri account sui social network. Questo è molto triste.
Io sono riuscito a riscattarmi con la musica, già quando ho rilasciato Straniero infatti ero in un periodo di ripresa. Con questo disco invece ho avuto l’esigenza di raccontare nel dettaglio quel periodo e quel malessere: è di questo che parla Terapia di Gruppo.

Infatti, in questo album hai sicuramente scavato molto più a fondo dentro di te rispetto a Straniero. Eppure sei riuscito in quest’operazione facendo un disco con altre persone. Com’è stato raccontarsi così intimamente suonando insieme ad altri?

Straniero era un viaggio, questo album è stata quasi un’auto-psicanalisi. Ti trovi a dover dire a te stesso che hai un problema e che devi affrontarlo. Con i Funk Shui Project abbiamo trovato una comunanza di intenti, perché tutti avevamo bisogno di affrontare le nostre paranoie e i nostri problemi e lo abbiamo fatto chiudendoci in studio e suonando insieme.
Suonare con loro mi ha curato ed è stata la chiave che mi ha permesso di scavare dentro di me, affrontando faccia a faccia le mie paure. La cosa che mi rende più felice è che questo disco può permettere a persone che si trovano in situazioni simili di empatizzare con le storie raccontate.

Come è nata quindi quest’unione di intenti per te così proficua?

Ci siamo incontrati la prima volta per registrare In The Loft (serie di video in cui i Funk Shui Project performavano live insieme ad altri artisti, ndr). In precedenza, avevo apprezzato molto il lavoro che avevano fatto con Willie Peyote, ma non ci conoscevamo di persona. Appena uscito da X-Factor il loro rapporto con Willie Peyote si era allentato e mi avevano chiamato per registrare In The Loft. Per quel progetto, mi aveva così tanto preso il beat proposto da loro, che avevo ripreso una mia strofa del passato al quale ero molto legato.
Arrivato lì con loro, poi, è stato amore a prima vista, come sentirsi in famiglia. L’idea di fare un progetto insieme è nata in quel momento, all’inizio per scherzo. Avevamo subito capito che ci piacevano le stesse cose e che ci veniva naturale farle insieme. Io non stavo molto bene in quel periodo. Stavo ancora affrontando il momento alienante del dopo X-Factor, in cui per molti ero ancora il personaggio televisivo. Tuttavia, dopo qualche tempo abbiamo iniziato a registrare il disco insieme a Torino. Il primo brano, “Blues di mezzogiorno”, lo abbiamo composto in una sola giornata, campionando un vinile che avevo appena comprato. E da lì in poi il resto è venuto in modo naturale.

In questo disco al centro c’è il rap, al contrario dei tuoi lavori passati. Come mai sei tornato alle origini di quando facevi freestyle a Palermo?

Sì, l’unico brano in cui non rappo è quello con Hyst. Io rappo poco magari nei dischi, ma ho sempre fatto freestyle e mi son sempre divertito a fare rap. Mi fa sorridere quando la gente mi dice che sono un cantante e che per questo non dovrei fare rap. Per me era il modo più diretto per scrivere di quelle paranoie e per sviscerare le mie sensazioni. Con il rap hai la possibilità di riempire le canzoni di più significato. Alcune strofe addirittura erano state concepite all’inizio come poesie e sono state tradotte poi in musica.

Tuttavia, c’è comunque una grande cura negli arrangiamenti e nelle linee vocali. Aspetti che sono stati centrali proprio nel progetto di Mr. Jukes al quale tu hai collaborato per la parte live. Quanto ti ha influenzato tutto questo?

Aver lavorato al progetto con Mr. Jukes, mi ha sicuramente aiutato a migliorare i miei arrangiamenti e ad arricchire i brani anche dei backing vocal. Stiamo cercando di trasporre questo stile anche nella formula del live di Terapia di Gruppo. Comunque, voglio sottolineare che il disco per me è un disco rap. Ho voluto fortemente esprimermi tramite questo linguaggio. Inoltre, ho sempre vissuto la cultura hip hop come movimento e mi ha fatto piacere poter dare anche il mio contributo a questo movimento.

Parli di movimento hip hop in un periodo in cui forse questo aspetto sembra stia lentamente scemando. Riesci ancora a ritrovare questo spirito in Italia?

Io vedo ancora vivo in Italia lo spirito hip hop. C’è anche in artisti e in progetti non prettamente hip hop, ma che hanno un’attitudine innegabilmente hip hop; penso al lavoro di Frah Quintale o ad alcune cose recenti di Guè Pequeno, ad esempio. Quando torno in Italia non mi è mai mancato vivere questo spirito. Mi viene in mente la situazione incredibile  della presentazione del disco di Claver Gold a Bologna, dove gli artisti ospiti hanno dato vita ad un cypher di freestyle nel backstage. Perciò, per me tutto questo è ancora vivo.

Nel disco oltre ad usare il rap per scavare dentro di te lo hai utilizzato anche per esporti in prima persona rispetto all’attualità politica e sociale italiana. Quanto è importante per te questo aspetto?

Prendere posizione per me, ma penso di poter parlare anche a nome di tutti i Funk Shui Project, è fondamentale. Vanno dette determinate cose, perché la gente ormai ha quasi paura di esporsi. Il fatto che sia sdoganato il razzismo o il fatto che lo straniero è stato trasformato in un bersaglio mobile, non può passare sotto silenzio. Ho sentito il nuovo brano di Salmo e mi ha fatto piacere ascoltare la sua rima sul paradosso di chi ascolta rap ed è razzista. Purtroppo ci si espone poco a livello artistico al giorno d’oggi. L’arte è uno specchio della realtà e la racconta nelle sue sfaccettature. Se ci sono dei problemi nella realtà che viviamo tutti i giorni è giusto che l’arte ne parli.

In Italia oggi c’è comunque tanta musica che nasce da idee e visioni musicali originali, anche in progetti trasversali come ad esempio quelli di Ainè o CRLN, o Joan Thiele. Secondo te come può questa musica raggiungere una propria attenzione?

Serve sicuramente l’educazione all’ascolto. Noi artisti dal canto nostro, possiamo continuare a spiegare le cose ed educare il nostro pubblico. Il mio ruolo è continuare a fare musica fino a quando avrò qualcosa da dire. L’importante è sapere osservare e non smettere di guardare le cose. Al giorno d’oggi c’è un’univocità di messaggio, mirata a promuovere uno stile di vita votato alla fama e al successo. Ci vorrebbe più equilibrio tra musica che propone queste visioni e musica che comunque non nasce e muore solo nell’ostentazione.

Visti i tanti progetti a cui hai partecipato nel tempo, in un futuro con chi ti piacerebbe collaborare?

In Italia ci sono delle collaborazioni che ci siamo promessi, in particolare con Ghemon, Willie Peyote, Ainè e forse anche con Niccolò Fabi. Poi dovrei tornare a collaborare anche con Daniele Silvestri, con cui prossimamente ho appuntamento in studio. Un mio sogno, invece, sarebbe quello di poter lavorare con Giorgia: con il disco “Mangio Troppa Cioccolata” rappresenta per me il concetto di soul italiano. A livello internazionale spero di poter proseguire nelle collaborazioni con Jordan Rakei e Mr. Jukes.

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia. Nel tempo libero curo le iniziative dell'Associazione Culturale Step by Step di Rovereto (Tn) per promuovere la cultura Hip Hop.

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Foto di Cosimo Buccolieri

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