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Intervista a DJ Fastcut: la scena underground c’è ed è unita

DJ Fastcut

Dopo il successo di “Dead Poets”, il producer e DJ romano Fastcut è tornato quest’anno con un doppio album da produttore ricco di collaborazioni con il mondo del rap underground. La crema della crema della scena riunita in 26 tracce con alcuni featuring inediti e tante, ma tante, barre.

Abbiamo fatto qualche domanda a DJ Fastcut per capire meglio che tipo di lavoro c’è dietro a questo doppio album e lui ci ha risposto così:

RapBurger) Sono passati 3 anni dall’uscita del primo capitolo di Dead Poets, un album culto del circuito underground del rap italiano. Cosa è cambiato ad oggi e cosa è rimasto invariato?

DJ Fastcut) Diciamo che sono due anni e un mese, il cambiamento che ho notato è stato il ritrovato interesse di molti ascoltatori verso la scena rap underground italiana; non abbiamo ancora portato cambiamenti drastici, ma abbiamo sicuramente attirato l’attenzione verso la setta. Altra cosa che noto, e credo anche voi lo abbiate notato, è il numero notevolmente maggiorato di MC’s che hanno abbracciato questa faccenda dei Dead Poets, con l’obiettivo di riportare il rap underground nostrano al livello che merita.

Dove nasce l’idea di dividere l’album in due parti con un riferimento ai carbonari Targhini e Montanari?

Il fatto dei due CD è nato perché mi sono trovato al punto di decidere se aumentare le tracce e farne un doppio album o di levarne alcune – cosa che non avevo intenzione di fare – e farne uno singolo; ovviamente decisi di proseguire e di inserire altre tracce. L’idea di Targhini e Montanari mi venne in seguito, perché come tutti sanno sono un appassionato di cinema: una sera, durante la visione di “Nell’anno del signore”, notai alcuni collegamenti tra la setta dei poeti estinti e la setta carbonara. Il primo è che possono farne parte persone di classi sociali alte ma anche il semplice operaio, come nella mia setta il più giovane emergente con il più spesso degli MC; anche il fatto di lottare per proteggere un ideale è una cosa nella quale ho riconosciuto il lavoro dei poeti estinti – i carbonari complottavano contro lo stato pontificio e le sue oppressioni, noi lottiamo contro chi di questo rap ne sta facendo un mezzo di guadagno con dei prodotti lanciati sul mercato di massa, qualitativamente a dir poco discutibili e privi di qualsiasi significato. Il tutto fatto fregandosene e dimenticando totalmente che il rap è un mezzo di comunicazione.

I producer album sono un tipo di progetto musicale dal quale parecchi produttori cercano di stare alla larga dopo averne fatto uno perché mettere insieme tanti rapper per un disco è sempre un casino. Tu invece dopo il primo Dead Poets sei tornato con un doppio disco da produttore raddoppiando la quantità di rapper coinvolti. Cosa ti ha convinto a fare questa pazzia?

Io ho voluto un po’ dimostrare che se si vuole fare si può fare, dipende dalla determinazione, dalla costanza e dal rispetto che si ha per questa musica. Una volta notato che il mio gusto personale di produzione e la mia idea di album ha funzionato col primo capitolo, perché mai avrei dovuto fermarmi e vedere il resto della scena intorno a me andare a rotoli? Volenti o nolenti, producer come Shocca, Fritz, Phil e altri hanno delle responsabilità verso questa scena, i nostri album sono gli unici che danno un forte segnale di unione tra i nostri MC’s. Alle persone i producer album danno una bellissima sensazione di scena coesa, senza distinzioni di mainstream o non mainstream, e in questo periodo in cui si sente troppo spesso la frase “l’hip hop è morto”, i producer album è come se dicessero a tutti i nostri ascoltatori “hey bro, ok la dubstep, ok la trap, ma ricordatevi che noi siamo qua pronti, carichi a bestia e ci saremo anche quando voi sarete passati di moda”. Io sento quindi un po’ di responsabilità ora che ho avviato questo progetto dei poeti estinti, finché ne avrò la forza cercherò di sfornare più album possibili: sia personali che con altri artisti, classici e non classici. Per quanto riguarda Dead Poets ovviamente non faccio eccezioni, quello è e rimarrà per sempre classic.

Come hai scelto gli accoppiamenti degli artisti nelle tracce?

Conosco personalmente buona parte degli artisti invitati e altri li seguivo da tempo, quindi già un’idea del tipo di produzione sul quale avrebbero potuto rappare ce l’avevo già. Poche collabo sono state decise con alcuni di loro, il resto delle accoppiate sono state affidate al mio puro gusto personale o alla mia idea di collaborazione tra artisti, anche diversi nel loro genere. Alcune collaborazioni erano in programma da moltissimo tempo tra alcuni artisti, ci sono voluto io per chiuderle una volta per tutte. Il modus operandi era questo: proponevo in primis il beat prescelto alla persona che avevo più vicina per quella combinazione di MC’s, una volta approvato il beat proponevo anche la mia idea di feat e quasi tutte le scelte sono state accettate con grande entusiasmo. Alla fine questo è lo spirito di Dead Poets, come una grande rimpatriata tra amici che non vedono l’ora di raccontarsi quanto successo durante gli ultimi anni.

È prevista un’altra data epica come quella della scorsa estate?

Sì e probabilmente più di una, avendo il triplo degli artisti da ospitare sul palco ho deciso di organizzare varie presentazioni ed invitare MC’s più vicini in base alla città della serata. La prima grande data sarà il 20 aprile all’Underfest di Ravenna, nel quale avremo una delle tre giornate interamente dedicata a DEAD POETS 2, con più di venti MC’s chiamati a raccolta. Ci sarà poi la data romana, il 10 maggio all’Università La Sapienza, mentre l’11 maggio a Bologna – anche li in un’università.

Quali sono i tuoi top 3 producer album?

DJ Revolution – In 12’s we trust

In assoluto un must se parliamo di beatmaker e turntablist, questo è uno de lavori che mi ha forgiato e segnato per sempre. Impossibile non apprezzare il mood dell’album, specialmente se sei un amante del classic e dei cut.

DJ Shocca – 60hz

Ovviamente un cult dei producer album italiani, forse quello ad avermi influenzato maggiormente; soprattutto, è l’album che mi ha spronato a fare lo stesso quando ne avrei avuto la possibilità e le capacità.

Dr. Dre – Chronic 2001

Il mio album preferito, le mie sonorità preferite – anche se gli arrangiamenti non erano opera di Dr. Dre – sicuramente lui aveva un intuito che altri non avevano. Uno dei, se non il miglior, producer album della storia; erano gli anni in cui assorbivo tutto come una spugna e anche non volendo venivo contaminato dai suoni, dal carattere deciso delle drum, da quella semplicità di quei pochissimi strumenti e pochissime note, messe però nel post non giusto, giustissimo. Non ho potuto non ascoltarlo per tutta la mia infanzia e ancora oggi.

About Koki

Amo l'hip hop, il vino rosso, disegnare chiese e vincere. Il mio vero nome è Jorge ma nessuno lo sa pronunciare.

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