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I tre migliori album della discografia di Jay-Z

Jay z

Il 4 novembre Jay-Z ha compiuto 50 anni e come per magia su Spotify è tornata disponibile tutta la sua discografia. Abbiamo quindi deciso anche noi di omaggiare uno dei protagonisti indiscussi dell’HipHop mondiale raccontandovi i suoi tre dischi che riteniamo fondamentali. Una scelta non facile, visto che siamo di fronte a più di 20 anni di carriera e ad una quindicina di dischi pubblicati. Tutt’al più che Jay-Z è sempre stato un artista capace di creare album coerenti e genuini, avendo gusto per i beat e sapendo scrivere liriche accattivanti ed ispirate .

3. The Black Album

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Un album provocatorio con il quale Jaz-Z aveva deciso di annunciare il suo ritiro dalla scena. Non tanto perché non sapeva più che farsene della musica, ma perché riteneva di essere arrivato al top e credeva che oltre a quello che aveva fatto non ci poteva essere altro di altrettanto significativo.

L’album suona quasi come un testamento e riassume il percorso di ascesa che aveva avuto il rapper di New York. Ci sono quindi le sfaccettature più significative della sua musica: il racconto autobiografico di “December 4Th”; la capacità di affrontare in modo crudo e diretto un tema scottante come quello del razzismo in “99 Problems”; l’egocentrismo di autoproclamarsi sempre come il migliore di “Dirt off your shoulder”, fino ad elevarsi a moderno James Brown in “Encore”; l’attrazione verso l’universo femminile di “Changes your clothes”; le scorie del giovane criminale di “Justify my thug”; l’ego trip di “What more can I say”; l’intimità di “Moment of clarity” in cui riflette sulla figura di suo padre, morto prematuramente.

Un album che è un’opera di autocelebrazione vera e propria, nella quale Jazy-Z fa il punto della situazione e mette in mostra quello che sa fare meglio. Il tutto con il supporto di un team di produttori davvero d’eccezione,: Kanye West, Timbaland, Neptunes, Rick Rubin, Just Blaze. I quali disegnano alcuni dei beat che hanno fatto la storia dell’HipHop, regalando al rapper di New York le giuste atmosfere da riempire con le sue liriche.

The Black Album non è stato poi l’ultimo album di Jay-Z, il quale ha continuato la sua scalata, ma rimane uno dei suoi progetti più a fuoco. In questo disco ha saputo infatti concentrare le skills imparate lungo un percorso di successi in modo coerente e convincente. Tanto che l’album preannuncia, quasi profeticamente, anche le successive esperienze che il rapper di Brooklyn farà, contaminando la sua musica e sperimentando. Perché tanto il top nel rap l’aveva già raggiunto e allora tanto valeva divertirsi.

2 .Reasonable Doubt

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L’opera prima di Jay-Z resta anche a distanza di anni tra i suoi album migliori. Una vera e propria pietra miliare per l’HipHop.

Jay-Z non aveva un’etichetta, vendeva droga per vivere ed usava il rap come personale terapia. Reasonable Doubt venne pubblicato per la sua etichetta Roc-A Fella Records, che fondò per l’occasione utilizzando i proventi dei suoi traffici. Il suo nome infatti se l’era costruito in strada, vendendo mixtape dal retro dell’auto e facendosi notare da artisti rilevanti per l’epoca, come il suo mentore Jaz-O e Big Daddy Kane.

Per questo il ritratto di questo disco, incosciente e arrogante, è un racconto realistico di un ragazzo partito dai project che vuole farsi strada ed avere successo, per riscattare sé stesso e la propria famiglia. Il tema principale è quindi quello del giovane “godfather” e si delinea nei vari brani: ci sono le storie di spaccio (“Friend or Foe”), le strategie crude di come fare business (“Brooklyn Finest”, “Cashmere Thoughts”), qualche ripensamento sulla vita criminale (“Feelin It”, “Can I live it”), l’ostentazione e l’ossessione per il materialismo (“Dead presidents II”, “Politics As Usual”), l’amore criminale (“Ain’t no nigga”), l’importanza di essere un mentore per le future generazioni (“Coming of age”), le riflessioni sulle proprie ossessioni o sul proprio futuro (“Can’t knock the hustle”; “D’evils”). Unico intermezzo il freestyle di “22 two’s” che è più un esercizio lirico che contiene in effetti ventidue usi delle parole “too”, “two e “to”.

I beat rispecchiano le liriche del rapper di New York, boom-bap grezzi, arricchiti di campioni che creano, di tanto in tanto, atmosfere più raffinate e ricercate, quasi traducendo in musica i sogni di ricchezza e le ambizioni del giovane Jay-Z. Il tutto grazie a dei veri maestri come DJ Premier, Ski Beatz e DJ Clark Kent.

Un disco live and direct, di un giovane Jay-Z che stava emergendo facendo tutto da sé, partendo da una vita di strada e puntando ad affermarsi come uomo di successo nella musica, ma anche nella vita e nel business. Ambizione, spregiudicatezza, ego e talento.

1. The Blueprint

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Un album che racconta in modo autentico chi è Jay-Z. Probabilmente perché è stato scritto di getto, per la necessità di dire la propria e di affermarsi.

Infatti, ai tempi Jay-Z attendeva l’esito di due processi ed era al centro di numerosi dissing da parte di artisti come Nas, Prodigy dei Mobb Deep, Jadakiss. Voleva difendersi, dimostrare chi era, come uomo e come artista, ed affermare il suo ego, già ai tempi gigantesco.

Per buona parte del disco Jay-Z sfida a viso aperto tutti i suoi detrattori in una sorta di rivalsa personale, decidendo di fare tutto da solo, senza featuring (ad eccezione di un giovanissimo Eminem). “Takeover” è il brano simbolo, in cui il rapper di New York sfoggia tutto il suo stile e incalza gli avversari con barre al veleno.

L’altra parte del disco invece ci restituisce il Jay-Z più autentico, che si racconta in modo più intimo e sincero, togliendosi la maschera da boss criminale. La title track “Blueprint (Momma Loves Me)” è l’episodio più emblematico: ci racconta della sua infanzia, nomina i suoi famigliari, ci porta all’origine del suo percorso di vita e ci mostra chi davvero è.

L’ego del rapper comunque anche in questo album è straripante, ma se prima di questo disco c’era la volontà di proporsi come il boss, qui si inizia a fare uno step successivo volendo dimostrare di essere definitivamente il migliore nel gioco (The God Emcee). E infatti non mancano gli episodi in cui associa sé stesso a “Jehova” ovvero Dio in ebraico: come in “Hola Hovito” o “Izzo (H.O.V.A.)”.

Il suo voler dire l’ultima parola è poi ricorrente in tutti i brani, dove non lascia quasi mai scorrere i pregevoli campionamenti dei beat rispondendo a tono: quando Bobby Byrd canta “You don’t know what you’re doing” lui risponde “Yes I do”, quando David Ruffin canta “Never Change” ecco che deve subito controbattere “I never change”.

Proprio i campionamenti del disco sono il tassello che completa il puzzle. I beat di The Blueprint hanno una forma semplice, ma hanno un suono coerente e fanno rivivere il soul degli anni ’70 in modo incredibile: dai Jackson Five di “Izzo (H.O.V.A.)” ad Al Green di “Blueprint (Momma Loves Me)”. Un tappeto sonoro che si amalgama alla perfezione con le liriche di Jay-Z creando un connubio perfetto. Tra l’altro questi beat lanceranno le carriere di gente come Kanye West (che ha prodotto, tra le altre, il classico “Never Change”) e Just Blaze (che ha prodotto l’incredibile “U don’t know”).

The Blueprint non sarà forse un album così originale, ma è un album sentito e autentico, in cui Jay-Z si mette in gioco per davvero, difendendo sé stesso e la propria identità in un racconto accorato che né evidenzia l’egocentrismo, ma anche il lato più umano e personale.

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia.

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