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Quello che ci è piaciuto e quello che non ci è piaciuto del 2019

Commodo Gladiatore Imperatore

Il 2019 volge al termine ed è tempo di bilanci. Abbiamo deciso di fare una sintesi dell’anno passato, raccontandovi tre cose che ci sono piaciute (e che quindi vorremmo trovare anche nel prossimo anno) e tre cose che invece non ci sono piaciute (e che quindi ci auguriamo di non ritrovare più nel 2020).

 Quello che ci è piaciuto

Performance live di livello

Finalmente nel 2019 abbiamo visto live pensati, coinvolgenti ed efficaci. Una tendenza che abbiamo apprezzato, dopo anni in cui tanti artisti salivano sul palco impreparati, non sapendo esprimere dal vivo quanto avevano dimostrato nei loro dischi.

Quello che ci ha colpito è stata soprattutto l’attitudine live di alcuni emergenti che hanno portato sul palco la loro energia con competenza, sapendo far fruttare i propri punti di forza. Alcuni di loro hanno dimostrato di meritarsi palcoscenici importanti, come Massimo Pericolo: il rapper di Varese prima ha esordito sul palco principale del Mi Ami Festival, poi si è esibito nei principali festival in giro per l’Italia ed infine ha suggellato il tutto con un tour insieme a Barracano e Speranza in venue importanti come l’Alcatraz.

Altri invece hanno dimostrato di avere talento ed idee anche senza trovare il riscontro di pubblico che sembravano meritarsi, come Priestiess che ha dominato il palco di Santeria con personalità da artista navigata, nonostante un pubblico non così numeroso.

Poi ci sono state le conferme di quegli artisti che hanno fatto della loro capacità di esibirsi live un loro tratto distintivo. Come ad esempio Ensi e Clementino che sono da sempre dei veri mattatori, capaci di incendiare qualsiasi tipo di palco.

O come Salmo che ha dimostrato sia di essere un vero animale da palco sia di avere una visione innovativa. Infatti è riuscito a costruire un’esperienza live davvero di un altro livello, per visual, musicisti coinvolti, energia. Tanto da riuscire a varcare i confini dell’Italia con un tour europeo di successo e da annunciare per il prossimo anno una data allo Stadio San Siro. Rimanendo il casa Machete, non possiamo non citare la serie di live di Lazza che hanno infuocato il palco dell’Alcatraz (e non solo), altro top player dell’anno che si sta concludendo.

O come Davide Shorty e Johnny Marsiglia, artisti poliedrici che sanno sempre mettersi in gioco. Insieme sono i protagonisti del nuovo tour dei Funk Shui Project: un concentrato di funk, soul, rap davvero esplosivo, tra nuovi arrangiamenti, sperimentazioni ed improvvisazioni. Da non perdere nemmeno nel prossimo anno!

Menzione d’onore al progetto LaBatteria con Kaos che pochi giorni fa hanno performato sul palco del Magnolia coniugando l’energia del Don con il rock progressive del quartetto romano.

Oltre al livello delle performance live degli artisti italiani, ci è piaciuto trovare finalmente l’Italia tra le tappe di tour internazionali di rilievo. Non solo di artisti con un percorso già definito, come gli intramontabili Slum Village o l’instancabile Talib Kweli, ma anche di nomi in ascesa in questo momento. Ad esempio, sono passati dalle nostre città: i visionari Earthgang, il genio Anderson Paak, la futuristica Fka Twings, il funambolo Saba, la genuina Noname, il ruvido Freddie Gibbs. Senza contare ASAP Rocky che aveva in programma una data a Milano con Octavian; evento saltato solo per la spinosa vicenda della sua detenzione in Svezia. E questo trend sembra confermato anche per il prossimo anno, ad esempio con il live atteso di Kendrick Lamar a Rock In Roma, ma anche con i live programmati di artisti in rampa di lancio come IAMDDB, 070 Shake, Princess Nokia o Lous and The Yakuza.

Lo spazio e il rispetto riservati ai giovani promettenti

Anche il 2019 è stato un anno di esordi e di nuovi artisti emergenti. Quello che ci è piaciuto è stato vedere lo spazio e il rispetto che sono stati riservati ad alcuni di loro da altri artisti più affermati ed anche dai media.

Alcuni sono stati spinti da realtà importanti e credibili, come è successo a Tha Supreme con la Machete Crew. Prima gli è stata data la possibilità di farsi notare, mettendo in mostra il suo talento in un progetto ambizioso e con ampia visibilità come il Machete Mixtape Vol 4. Poi, ha avuto modo di raccogliere i frutti di quell’attenzione comparendo in selezionate collaborazioni di rilievo, come con Marracash o Gemitaiz e Madman. E infine ha potuto esprimere il suo potenziale nel disco d’esordio, dimostrando la freschezza delle sue idee sia nelle produzioni sia nel suo modo di esprimersi. Fino a raggiungere un successo internazionale, che certifica la forza innovativa della sua musica, capace di rompere barriere linguistiche e culturali.

Altri hanno conquistato la fiducia di artisti e addetti ai lavori con la propria personalità ed il proprio modo di lavorare, come Madame. La giovane rapper ha messo a punto singoli incisivi che l’hanno fatta notare. Questo l’ha portata a collaborare con artisti come Ensi o Marracash che ne hanno apprezzato l’applicazione e l’attitudine alla scrittura. E questo ha finito per darle ulteriore credito, che vedremo se saprà confermare.

Altri ancora invece hanno saputo conquistarsi spazi insperati con la forza del proprio percorso e l’energia del proprio talento, come Massimo Pericolo. Uno che è partito davvero da zero, con una storia personale complessa, ma che ha saputo raccontarsi in modo genuino anche e soprattutto nei lati più contraddittori e oscuri del proprio carattere. Questo lo ha fatto apparire come autentico e lo ha messo in contrapposizione con tutti quelli che parlavano solo di soldi e bella vita. Così è riuscito a collezionare collaborazioni importanti, con Marracash e Fabri Fibra ad esempio, ed endorsement altrettanto pesanti da buona parte della scena.

La dignità delle rime

Grazie soprattutto ad alcuni dischi, si è forse iniziato a capire che il rap può avere una sua dignità ed una sua coerenza anche a fianco di stili, suoni e linguaggi nuovi. Questo ci è piaciuto, perché allarga gli orizzonti del panorama musicale e alimenta la competizione. Del resto, è quello che succede Oltreoceano, dove oltre al successo della trap, ad esempio con i Migos, troviamo sia artisti che fanno del saper rappare un punto di forza, come Kendrick Lamar o J. Cole, sia realtà solide, come ad esempio Griselda Records, capaci di catalizzare un’attenzione comunque significativa su una proposta più di nicchia e meno immediata.

Marracash sicuramente è l’emblema di questo discorso. Ha saputo realizzare un disco maturo e coerente, capace di raccontare con intelligenza un vissuto personale, rendendolo però fruibile ad un pubblico trasversale che è riuscito a empatizzare e a fare propri quei contenuti. E lo ha fatto affrontando anche nuove sonorità e nuovi stili, coinvolgendo artisti emergenti come Tha Supreme o Madame, ma senza snaturarsi. Dentro Persona ci sono rime pesanti che danno dignità al rap e mostrano quanto abbia senso oggi, pur nella contaminazione e nell’evoluzione dei linguaggi.

Tra gli emergenti, invece, spicca Massimo Pericolo. Il rapper di Varese ha dimostrato che anche sapendo rappare puoi risultare interessante e puoi competere con le tendenze del momento. Il suo linguaggio è più ibrido rispetto a quello di Marracash, ma è figlio di una generazione diversa, che ha riferimenti più variegati ed è più incline a mischiare influenze anche molto distanti tra loro. E la forza di “Vane” sta tutta qui, nella freschezza del suo modo di esprimersi. Oltre che nel suo saper raccontare in modo crudo e genuino una storia personale fatta di drammi, ma anche di rivalsa sociale. Andando quindi a pescare uno dei temi fondanti del rap, che è per antonomasia strumento che dà voce a chi non ce l’ha per trovare un riscatto personale e collettivo.

Poi ci sono quegli artisti che hanno saputo arricchire il proprio rap di influenze diverse, creando musica mischiando stili ed approcci. Tra questi va citato sicuramente Luché che sa sempre dare un’identità forte alla sua musica, basando il suo racconto personale sul rap, ma allargando l’orizzonte della sua musica a  sonorità e soluzioni attuali. Ma anche Mecna quest’anno ha messo a segno un disco davvero interessante, collaborando con il giovane producer Sick Luke. Insieme sono riusciti a fondere i loro immaginari, creando un disco davvero originale per idee ed intenti. Tra i nomi meno in vista, ci sentiamo di citare anche i Malegria, duo composto dal rapper Cali e dal producer Twenty Two. Partendo da radici quali il rap e l’elettronica, hanno saputo creare un progetto fresco ed eclettico, che mischia la profondità dei testi con l’immediatezza del linguaggio e delle sonorità.

Infine, ci sono quegli artisti che hanno sempre messo al centro di tutto le rime, pur mantenendo una visione aperta rispetto a quello che gli circonda. È il caso di Ensi che ha saputo fare un disco di rap nudo e crudo, senza risultare fuori dal tempo, suonando coerente ma anche valido ed interessante. Ma si vedano pure gli exploit di Fabri Fibra che ha messo a segno strofe degne di nota in vari progetti in cui è stato ospite, o di Noyz Narcos che ha saputo portare il suo stile infondibile anche in progetti all’apparenza distanti dal suo immaginario, come nel disco di Ketama 126.

Il tutto è stato confermato dalla portata che hanno avuto i progetti di matrice rap. Sia a livello di riscontro di pubblico (riflesso nei numeri degli ascolti, ma anche nelle line up dei festival, come ad esempio il Mi Ami), sia a livello di attenzione dei media (si vedano le ospitate da Daria Bignardi di Massimo Pericolo e Speranza, o di Marracash da Fiorello o nel nuovo format di Tidal e BuddyBank “Niente di Strano”). Senza contare la centralità delle rime nei progetti di collettivi e produttori, come in Mattoni di Night Skinny, o nel Machete Mixtape, come in Zerosei di Frenetik & Orang3.

 Quello che non ci è piaciuto

La gara ai featuring a tutti i costi

Come abbiamo detto le collaborazioni tra artisti possono essere occasioni importanti, per confrontarsi e magari per approcciare con un pubblico diverso e variegato. Tuttavia, troppo spesso abbiamo assistito ad una gara alla collaborazione fine a sé stessa, solo per finire in una playlist di Spotify o solo per cercare di spostare l’attenzione su un progetto il cui contenuto non avrebbe altrimenti ricevuto lo stesso riscontro.

Lo abbiamo visto sia con dischi creati da artisti con ampia visibilità, come Fedez che ad esempio ha voluto coinvolgere qualche nome trap (Dark Polo Gang, Tedua) per cavalcare l’onda del trend del momento, pur essendo distante da quell’immaginario. Come lo abbiamo visto con artisti che hanno firmato collaborazioni fatte probabilmente solo per qualche numero, da Ketama 126 con Max Pezzali, passando per Rocco Hunt con Benji e Fede, fino a a Rkomi con Annalisa.

E dispiace vedere questa smania della collaborazione a tutti i costi. Anche perché si possono ben creare collaborazioni tra universi musicali apparentemente distanti, pur mantenendo una propria identità e dando quindi un senso al featuring. Come hanno saputo fare ad esempio Margherita Vicario con Speranza, unendo i loro immaginari in un brano d’effetto.

L’hype fine a sé stesso.

La potenza della comunicazione porta anche nella musica l’annosa questione di quanto a volte alcuni progetti abbiano una grande esposizione solo per le azioni di marketing fatte piuttosto che per il reale contenuto del progetto. Non ci è piaciuto quindi assistere alla corsa all’hype a prescindere da tutto. Questo ha portato a progetti in cui si è puntato tutto sulla comunicazione piuttosto che sulla cura della musica.

Esemplificativo è ad esempio il caso di Side Baby, che per il suo esordio ha avuto una campagna di comunicazione impeccabile e di alto profilo: si è creato anche una sorta di temporary store con ospiti ed eventi live. Peccato che lo stesso livello non ci fosse anche nella proposta musicale, che è risultata essere davvero scontata e poco convincente.

Il  finto perbenismo 

Non ci è piaciuta l’attitudine tutta italiana di dover sembrare tutti amici fraterni. In un periodo florido, con un’attenzione crescente del pubblico e dei media, è sembrato spesso un pretesto per non pestarsi i piedi a vicenda e non perdere consensi. Noi siamo convinti che il panorama musicale ne trarrebbe solo giovamento da un po’ di sana e reale competizione: più onestà, più confronto, più libertà di dire ciò che si vuole, più proposte artistiche differenti tra loro.

La competizione, il dissing, sono il sale della musica rap. Un genere fatto di ego giganteschi che sono tra loro per forza di cose in contrapposizione per idee e visioni. Eppure, questo non si traduce in musica, anzi a volte nascono anche collaborazioni tra artisti distanti per gusto e percorso, giusto per mantenere lo status quo.

Qualche mosca bianca c’è stata, ma si tratta di eccezioni che confermano la regola. In pochi si sono espressi in modo netto rispetto a qualcosa che non gli convinceva nella visione di un altro artista o più in generale in un modo di fare musica. Spesso si tratta del solito gioco del prendersela con un generico ed indistinto nemico immaginario.

Anzi, quando sono stati diretti, i tentativi di dissing sono nati e morti sui social. Come è accaduto ad esempio con il diverbio tra Salmo e Luchè. Vedere gli artisti dare corpo a gossip da rivista scandalistica nei commenti di Instagram è triste. Il fatto che quell’energia non si sia trasformata in rime al veleno, in barre ispirate, in ritornelli incendiari, dispiace. Anche perché Salmo è lo stesso che aveva dato vita ad uno dei dissing più efficaci, rispondendo a Inoki in modo irriverente e divertente.

Aspettando di vedere cosa ci riserverà il prossimo anno, di una cosa siamo sicuri… Noi ci saremo per descriverlo!

Buon Anno!

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia.

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