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Lucid Dreaming: Storia di Juice WRLD e delle nuove droghe nel rap USA

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“Una vera tragedia. Lucid Dreams era l’interpretazione di ” Shape of my Heart “ che preferivo. Avrà grande risonanza per molti anni a venire.” Così si espresse Sting, Pochi giorni dopo il tragico 8 dicembre 2019, quando fu interpellato sulla morte di Juice WRLD.

Ma chi era Juice WRLD, e cosa lo rese così rilevante per far sì che un personaggio come Sting parlasse di risonanza?

Jarad Anthony Higgins nasce a Chicago nel 1998, e cresce nella periferia sud di Homewood, Illinois. I suoi genitori si separano prima dei suoi tre anni, e lui – come per destino di molti altri ragazzi afro-americani – viene cresciuto da sua madre, una maestra che lo introduce alla musica e lo guida, inizialmente, verso il Gospel. Una volta al liceo entra in contatto con una duplice influenza. In primis il rap, soprattutto attraverso Lil Wayne e Meek Mill, che lo spinge a imparare a suonare piano, chitarra e batteria. Dall’altro lo Screamo, un genere musicale noto per i suoi testi urlati e influenze punk hardcore, che porta band come Blessthefall e Black Veil Brides ad orbitare intorno alla sua sfera musicale. A 16 anni la svolta, su SoundCloud (servizio di streaming gratuito per artisti indipendenti) sotto il nome di JuiceTheKidd, ispirato al film Juice di Tupac Shakur, comincia a caricare alcuni dei suoi brani, estremamente emotivi, alle prese con il tema delle relazioni amorose. Così, quando è solo uno studente di scuola superiore, la sua vulnerabilità diventa tratto caratteristico della sua musica.

Stilisticamente parlando, il suono di Juice WRLD non è propriamente unico. Subito viene etichettato come “emo rap”, sottogenere diventato popolare negli anni 2010 e di fatto affermatosi su SoundCloud, che propone un incontro di musica rap dai contenuti intimo-sentimentali immersi in un mood depressivo, con forti influenze emo/punk (gruppi come Taking Back Sunday e Fall Out Boy) a sua volta un sottogenere del rock reso popolare negli anni ’90. E se per il primo le figure fondamentali furono artisti come Kid Cudi, Drake e Kanye West, è proprio il mix con il secondo che è peculiare della prima vera e propria ondata di artisti che nascono dalla potenza di internet. I musicisti Lil Uzi Vert e Lil Peep furono associati per primi al sottogenere ma Juice è diverso, più melodico e più pronto al mercato pop.

Così succede che Lucid Dreams con il suo ipnotico ritornello e il suo testo profondamente malinconico, viene pubblicata su SoundCloud nel 2017. Il singolo è una ballata piena di angoscia impostata sugli accordi cupi di “Shape of My Heart” di Sting che cattura quel momento in cui una rottura romantica si trasforma in lotta per la sopravvivenza. La canzone rapidamente accumula centinaia di milioni di ascolti in streaming, e raggiunge il secondo posto nella classifica Hot 100 di Billboard che lancia il giovane rapper al successo mainstream, cementandolo come la giovane stella del sottogenere maledetto, di cui si erge esponente tra i più influenti. “Qualsiasi rap che parla di ciò che stai passando è emo rap“, dice in un’intervista.

Amore e angoscia, così come in Lucid dreams, sono anche presenti nel suo secondo singolo “All girls are the Same”, ma la sua vulnerabilità non si limita alle questioni sentimentali. In chiaro stile emo-rap del midwest, nel suo singolo del 2018 “Lean Wit Me”, Juice parla apertamente della sua lotta contro l’abuso di sostanze, e del suo difficoltoso tentativo di restarne lontano, con stampo scoraggiato, melodico, catartico. Pochi mesi dopo, in “Empty”, la prima canzone del suo tanto atteso album del 2019 Death Race for Love, Juice si espone sulla depressione. Non più e non solo, robe di cuore quindi. “Non ho mai avuto davvero nulla da nascondere“, dice in un’intervista a Genius, quando gli viene chiesto dell’onestà apertura presente nei suoi testi. “Non ho mai avuto alcun filtro nella mia testa. Ho pensato: ‘Non sarebbe bello parlare delle mie emozioni?’ Non c’è mai stato nella mia coscienza, nella mia testa, di non farlo.

L’8 dicembre 2019, Juice è a bordo di un jet privato che vola a Chicago, dove le forze dell’ordine stavano aspettando il suo arrivo, poiché il pilota li aveva informati della presenza di pistole e droghe. Una volta atterrato, Juice butta giù diverse pillole di Percocet (un combinato oppioide/paracetamolo usato per trattare il dolore a breve termine) nel tentativo di nasconderle mentre la polizia era a bordo dell’aereo alla ricerca del bagaglio. Purtroppo, morirà poco dopo a causa di questa fortuita overdose, a soli 20 anni.

Ora, per capire meglio che cosa ha rappresentato Juice WRLD (ma anche la sua morte) è necessario forse fare un passo indietro, per cercare di comprendere un quadro più grande e complesso. A proposito dei temi trattati nei suoi testi, Juice rappresenta solo la punta dell’iceberg di cambiamenti epocali avvenuti nella cultura hip-hop (e non solo), sotto la guida di due grandi nomi.

In primis, fu Kid Cudi il rapper che trasformò il contenuto lirico all’inizio degli anni dieci, meno focalizzato su temi sociali e più sulla salute mentale dell’individuo, sulla sincerità e l’apertura circa problemi personali e su come usasse la droga per far fronte a stati depressivi. Questo tratto viene particolarmente a galla nel riflessivo album del 2018 Kids See Ghosts in collaborazione con Kanye, un tuffo nell’intimità di due uomini che ha comunque sottolineato come le rime di Cudi siano devote alla salute mentale (77.4% vs totale per Cudi contro il 37.8% vs totale per Kanye).
Juice nacque sicuramente in parte dall’influenza di Cudi. Il suo catalogo divenne in fretta una colonna sonora per gli amori perduti e per un mood depressivo non meglio identificato che, a tratti, sembra affliggere una generazione intera. L’odio verso sé stesso nei suoi testi è alternato da un discreto ottimismo, una convinzione vitale che le cose possano migliorare, che la sofferenza non possa durare per sempre. Ha mostrato morbidezza, vulnerabilità in un mondo che si aspetta e richiede che uomini come lui siano tutto l’opposto. Infatti, Il mondo rap parla spesso di ragazzi neri e della loro rabbia, ma raramente della loro tristezza; “Juice” ci costrinse a vedere.

In secondo luogo, fino all’inizio degli anni 2010, l’hip hop aveva vissuto una fase nichilistica nella quale il dolore causato principalmente dai problemi sociali era messo a tacere tramite lo sfoggio di sfarzo di qualsiasi tipo. I rapper usavano le droghe come strumento per accumulare ricchezza, e ne menzionavano la vendita come una via d’uscita dalla povertà, piuttosto che farne uso personale (eccezion fatta per la marijuana). Una volta che il successo arrivava, le droghe venivano usate come simbolo di un determinato background, così da ritrovarcele spesso sule copertine di diversi album. Tutto questo cambiò con il fenomeno mondiale che fu Lil Wayne, che ha sovralimentato il consumo rispetto alla vendita di droghe.

I rapper della fine degli anni ’90, non menzionavano il consumo di droga al livello di cui parlava Wayne durante D3, DD3, C3 e No Ceilings, i suoi famosi progetti tra il 2006-2009. Con Wayne, ma più generalmente dal Southern Rap, verso la metà degli anni 2010, viene fuori la menzione alla codeina, sotto forma di lean or purple drank, un mix pericoloso di Sprite e sciroppo contenente codeina. Lil Wayne lo celebra, Young Thug lo beve liberamente durante le interviste e Juice WRLD confessò di aver voluto provarla dopo aver ascoltato Future (con il quale collabora all’album WRLD on Drugs). Oggi, altri farmaci da banco e da prescrizione sono entrati nel panorama hip-hop. Il più popolare è lo Xanax. L’ossessione della scena rap per lo Xanax è iniziata nel 2011 quando Tyler, The Creator, ha menzionato la pillola in “Yonkers”. Da allora, i maggiori esponenti, tra cui Young Thug, Future e 2 Chainz hanno menzionato tutti lo Xanax nella loro musica.

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Ora, le figure di Cudi e Wayne aprirono la strada ai successivi 12 anni di hip-hop e furono le influenze rap più incombenti sull’emo rap. Una volta che nasce la Soundcloud wave, la situazione viene portata ancora più all’estremo. Però, sebbene la morte sia ovunque nel rap di SoundCloud, con molti rapper impegnati a scrivere testi che parlavano di morte, droga e depressione, solo alcuni di loro hanno sperimentato una vera malattia mentale. Per molti altri il loro desiderio di morte era tanto un tratto estetico quanto i capelli rosa e i tatuaggi sui loro volti. Lo stesso Juice ha trascorso parecchio tempo a confrontarsi con la possibilità della propria mortalità attraverso droghe e alcol, e mentre i suoi testi parlavano delle conseguenze delle sue dipendenze, in particolare della mortalità, la natura dei suoi testi non era mai suicida.

Quindi perché la posa nichilista è diventata una profezia che si auto avvera, ponendo fine alle vite dei giovani a malapena fuori dalla loro adolescenza?

Prima di tutto, per ciò che concerne gli oppiacei e gli anti-depressivi, occorre una digressione ed è bene sottolineare che sarebbe imprescindibile un approccio macrosociologico sull’epidemia di tossicodipendenza che affligge gli Stati Uniti e che ha le sue radici storiche nella distribuzione scellerata dei medicinali menzionati da parte delle case farmaceutiche negli anni ’90. Oggi, l’intera società ne paga le conseguenze e, nonostante gli Stati stiano finalmente prendendo provvedimenti contro chi ha guadagnato senza scrupolo alcuno (vedi la bancarotta causata da sanzioni per la Purdue Pharma), la piaga si è già rivelata senza precedenti e ha ucciso 800 mila persone dal 1999 al 2018. Più di 70 mila nel solo 2017, che rappresenta più deceduti americani delle guerre di Vietnam, Iraq e Afghanistan messi insieme!

I rapper che di questa piaga ne portarono (e ne portano) messaggio – è necessario specificare – furono il frutto e le vittime di questo problema sociale, e non viceversa.
Un altro motivo potrebbe risiedere nel modo in cui le carriere di questi rapper si sono costruite, ovvero con una velocità senza precedenti. Mentre le generazioni precedenti di musicisti potevano passare anni a esibirsi prima di finire sui grandi palchi, le star del rap fai-da-te hanno aggirato i gatekeeper del settore discografico per arrivare al successo, spesso mentre erano ancora adolescenti, e doversi adattare alla fama improvvisa si è rivelato più difficile del previsto. Il volere giustificare tale fama ha portato ad una cultura dell’eccesso e successivamente a problemi psicologici che hanno iniziato a strangolare la scena, il tutto sotto gli occhi del panopticon dei social media.

Fortunatamente, tutte queste morti sembrano non essere vane. Infatti, ci sono indicazioni promettenti che la scena rap stia iniziando a correggere la rotta. Man mano che l’estetica e la narrazione dell’uso di sostanze pericolose cala, i rapper stanno diventando più consapevoli del messaggio che portano verso i loro fan. Artisti tra cui Isaiah Rashad, Travis Scott e Danny Brown si sono esposti contro l’utilizzo di droghe. A sottolineare simbolicamente questo miglioramento c’è stato Tha Carter V di Lil Wayne, un album incredibilmente intimo nel quale il 63.8% delle rime affrontano l’introspezione e il 26.8% di queste ultime affrontano l’argomento della salute mentale.

Juice fu quindi un simbolo di un’intera generazione di rapper. Come fosse il modello dell’emo rap per antonomasia. Il suo impegno per la trasparenza, per la vulnerabilità, fu un grande atto di coraggio. Dipinse immagini di una depressione isolante con candore incondizionato, oltre che del profondo dolore causato dalle delusioni amorose. La sua perdita, in così giovane età, è particolarmente devastante perché risultato di fattori sistemici in aggiunta a ciò che più lo caratterizzava come artista e come persona e che lo aveva lanciato al successo. I suoi testi suggeriscono che non avrebbe mai visto una via d’uscita per persone come lui, che provengono da dove viene, che si sentono come si sentiva, ma Juice WRLD voleva vivere. Duellò con i suoi demoni in pubblico in modo che quelli che lo stavano facendo in privato potessero sentirsi meno soli.

Negli ultimi mesi della sua vita si era stabilito a Beverly Hills dove passava il tempo ad andare in bicicletta, leggere e guardare anime, giocare a scacchi e registrare nel suo studio personale. In una delle sue ultime interviste disse: “Parlo dal punto di vista della vera definizione di persona imperfetta. Voglio essere quella persona che guida gli altri fuori dal luogo in cui si trovano. Quei luoghi bui, dove ci si può perdere e restare intrappolati. E nel frattempo, forse troverò la chiave per uscire dal posto in cui mi trovo “.

Fonte per dati e statistiche: HipHop By The Numbers.

About Stefano Restelli

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margherita vicario emis killa

No, il rap non è sessista

Sembra quasi un paradosso che nella culla dell’arte si faccia fatica a distinguere un’espressione artistica …

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