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Intervista a Jazz:Re:Found: l’ascesa della nuova generazione del jazz inglese tra HipHop, grime ed elettronica

nerijia

Con l’aiuto di Denis Longhi di Jazz:Re:Found (festival innovativo, ma anche realtà dalla quale nasce la stagione di eventi Black & Forth) vi portiamo in un viaggio tra jazz e rap. Focalizzandoci sulla nuova scena inglese. Una nuova generazione di artisti che dialoga continuamente con l’HipHop, la grime e l’elettronica e che ha acceso l’attenzione sul linguaggio del jazz a livello internazionale. Per capirne le peculiarità e l’impatto in Italia, a livello di suono, ma anche di performance live, vista l’esperienza di Denis. A questo link potete trovare la nostra playlist dedicata, nella quale trovate gli artisti citati e molti altri ancora. La colonna sonora perfetta per entrare nel suono del nuovo jazz inglese.

Jazz e rap hanno sempre avuto un legame forte. Provengono da un sottotesto culturale comune, che gli ha resi generi con molte affinità, soprattutto agli inizi. Hanno dato voce alla comunità black, la quale attraverso le rime e le jam session improvvisate, esorcizzava la propria condizione sociale. In molti casi entrambi hanno significato anche via concreta di emancipazione personale verso il successo. Sono generi che hanno spesso dialogato tra loro influenzandosi a vicenza. Il rap a livello soprattutto di campionamento, attraverso le sapienti mani di beatmaker come Pete Rock o DJ Premier, che hanno dato nuova vita a brani jazz tagliando e ricucendone i pezzi in loop pieni di ritmica e di groove. Fino ad arrivare ad artisti come J. Dilla che non si sono limitati solo all’utilizzo del jazz come sample, ma ne hanno tradotto e reso fruibile l’estetica.

Certamente col tempo jazz e rap hanno intrapreso dverse. Il rap non è stato più solo musica di protesta, ma è rimasto in mano alle giovani generazioni come potente strumento d’espressione per raccontare di volta in volta il proprio tempo, dagli storytelling di strada all’ostentazione post social media dei nostri giorni. Mentre il jazz nell’immaginario comune è diventato simbolo di una musica d’elite colta e raffinata, smarcandosi dalle strade e diventando un oggetto culturale proprio di istituzioni più ufficiali.
Un momento di svolta si è avuto ad esempio con artisti come Kamasi Washington o Thundercat. Due che hanno preso il jazz accademico e lo hanno riportato tra la gente, lavorando sulla ritmica, su un suono più spettacolare e melodico. Certo, magari non hanno innovato così in profondità, riproponendo anche stilemi già noti ai cultori. Ma hanno avuto il merito di dare di nuovo una “coolness” al jazz, come accadeva agli inizi. Determinante è stata la loro collaborazione alla realizzazione di To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar. Un disco che ha scritto la storia della musica rap e che tra i suoi tanti meriti ha anche quello di aver interpretato liberamente il jazz. Questa volta non limitandosi ad avere dei campioni tagliati e ricomposti nelle proprie canzoni, ma creando insieme ai musicisti un nuovo suono d’avanguardia manifesto di un immaginario unico, a partire da brani iconici come “Alright”.

Oggi è la scena inglese che si sta prendendo la ribalta a livello internazionale. E’ in Inghilterra che il percorso tracciato da produttori HipHop come il già citato J.Dilla, o da musicisti, come Robert Glasper, ha trovato un pieno compimento. C’era stata una prima fiammata nel 2006-2007 con artisti che mescolavano il jazz a suoni propri del rap, ma anche con influenze elettroniche, a partire dal mondo del Djing. Proprio in quegli anni in Italia c’era già qualcuno all’ascolto, affascinato da quel mondo che stava emergendo. Stiamo parlando di Denis Longhi che iniziò la sua esperienza come organizzatore di eventi fondando Jazz:Re:Found partendo proprio da quella scena primordiale.

Dal 2003-2004 ho fatto il promoter con un collettivo di DJ e visual artist, con il quale ho suonato in vari eventi e ho organizzato alcuni live sporadici. Già all’epoca si aveva l’idea di essere un po’ i pionieri di questa cosa in Italia. Ai tempi si parlava più del mondo legato a Ninja Tune (celebre etichetta discografica inglese, ndr) quindi il brokenbeat della scena West London. Dal 2006-2007 abbiamo fondato Jazz:Re:Found e abbiamo iniziato a portare i primi nomi di quella scena live in Italia come Bugz In The Attic, il collettivo che rappresentava la dimensione black jazz, un suono storto e sincopato, ma con una dimensione più pop. Tra i nomi più significativi c’era Mark de Clive-Low, che è ancora considerato tra quelli che aveva un collegamento reale con il mondo del jazz più “ufficiale”, avendo come riferimenti artisti come Hancock o George Duke, Sergio Mendes, Cesar Mariano. Da lui sono partite le ispirazioni soprattutto dei producer. Dopo quel periodo c’è stata una diaspora verso gli USA ed è arrivata la generazione più legata alla grime e alla dubstep, con artisti come Jamie XX o Benga, dando vita ad un momento di transizione”.

Questa prima ondata ha seminato in realtà in modo importante, andando a costruire le basi della ben più solida e innovativa generazione che si sarebbe iniziata ad affacciare al mondo della musica a partire dal 2011, arrivando al suo culmine in termini di affermazione internazionale a partire poi dal 2014.

Per noi, ma in realtà un po’ per tutti, il riferimento è sempre stato Gilles Peterson- ci dice Denis -colui che è stato in grado di intercettare e valorizzare i nuovi talenti dandogli un palcoscenico importante. Alla fine degli anni ‘90 aveva una residenza a Soho, ma era ancora una situazione post drum n bass, acid jazz e lui secondo me non aveva ancora un’idea chiara. Ai tempi aveva un programma radio notturno a BBC 1 e si concentrava più sulla club culture. Il suo passaggio nel 2012 a BBC 6 con un programma il sabato pomeriggio, quindi molto più sociale, è significativo. Infatti, erano gli anni delle prime date europee di Glasper ed era il periodo in cui si iniziava a parlare delle prime cose di Kamasi, anche se non aveva pubblicato ancora un album ufficiale. In più c’era il giro di di Moses Boyd, che stava diventando rilevante”.

Gilles Peterson in effetti ha avuto un ruolo centrale in questa storia. È stata la voce narrante della nuova generazione del jazz inglese. Ha rappresentato la figura in grado di dare risalto a questa scena di musicisti giovani e scalpitanti, lanciando le loro carriere verso un successo che sembrava insperato. Ma per il ruolo che si è ritagliato, rappresenta già uno step avanzato nel percorso di affermazione di un musicista. Prima di arrivare da lui i nuovi nomi del jazz inglese hanno calcato i palchi di club di periferia facendo jam di improvvisazione e misurandosi con un’affermazione in strada. Un po’ come nel rap americano degli inizi. Questa è una delle caratteristiche distintive di questa nuova scena. Sono per lo più ragazzi giovani, tra 20 e i 30 anni, e sono immigrati di terza quarta generazione. Quindi provengono da contesti multiculturali, africani ma anche caraibici. Magari sono anche stati in prestigiose accademie in cui hanno studiato il jazz più classico. Tutto questo lo riportano nella loro musica che quindi non può che ribellarsi, uscire dalle accademie ed affilare le sue armi in strada. Perché è un mezzo per fare festa e stare insieme. E infatti l’altra caratteristica importante di questa generazione è quella di aver creato una comunità solida di musicisti che collaborano tra loro, senza atteggiamenti da star, ma divertendosi ancora nella jam e nelle situazioni più underground.

E Denis con Jazz:Re:Found è andato a pescare lì dove tutto comincia: “Lo scouting lo abbiamo fatto a Jazz re:freshed al Mau Mau. Da lì deriva, il nome della mia realtà Jazz:Re:Found. Nonostante la nomea che si è fatta negli anni la serata, è rimasta in questo localino afrocentrico, con provenienze principalmente di derivazione africana o jamaicana. Una cantera di quello che Gilles intercettava dopo, tipo Future Bubbles UK. Adam Rock è l’aka del promoter e direttore artistico dell’evento ed è la figura a cui mi sono ispirato, nonostante siamo quasi coetanei”.

Jazzrefreshed

Il lavoro fatto da Adam Rock, all’anagrafe Adam Moses, è stato davvero fondamentale. Ora lo storico locale Mau Mau ha chiuso da qualche mese. Ma Adam prosegue nella sua attività di talent scouting attraverso l’etichetta indipendente che ha fondato e che porta lo stesso nome della sua celebre serata. Un’etichetta che raccoglie alcuni dei nomi più promettenti di oggi, ma che è punto di riferimento imprescindibile per tutta quella scena.
Rispetto a questo mondo più sotterraneo Gilles Peterson rimane quindi distante, raccogliendo quanto di buono emerge, una volta filtrato da questo tipo di eventi undergound. Tuttavia, nonostante questo rapporto quasi simbiotico, Denis ci racconta che “Invece sono scene che si guardano con diffidenza perché giustamente si considerano tra loro competitor. Paradossalmente. mi sono trovato io da esterno a conciliare i due mondi, facendo incontrare qui in Italia Adam e Gilles, in un territorio neutrale in cui potevano dialogare apertamente”.

Con l’esplosione di questa scena sono arrivati anche eventi più alla moda come il recente Church Of Sound. Ma sono le classiche situazioni che nascono sull’onda del momento, per l’appeal di quella musica, nonostante abbiano una cornice e un format molto attrattivi. Molto più determinante invece è stato l’evento creato da Gilles Peterson i “Worldwide Award”: un appuntamento annuale in cui si premia il meglio della scena. Denis è un abituè e ha vissuto in prima persona il successo di questo evento: “Agli awards vado dal 2008, è una sorta di Grammy della scena. I primi anni ci andavano 500, poi 100, poi 1200 persone. Adesso ne fa 2.500 – 3.000 sold out in prevendita. Ho visto situazioni incredibili, come James Blake premiato da Flying Lotus. Ci sono sempre stati pochi rappresentanti italiani, ma tanti addetti ai lavori della scena nordeuropea. Per l’Italia, Relief e Bass Culture, sono gli unici che c’erano già in tempi non sospetti e che rappresentavano le realtà che già ai tempi proponevano in maniera diversa il nostro stesso tipo di ricerca. In futuro probabilmente arriveranno anche altri organizzatori italiani come Club to Club o altri, visto il seguito crescente di questa scena”.

Il successo di questo evento, come l’affermazione di Jazz:re:freshed, è dovuta al successo incredibile che la scena inglese ha ottenuto sul campo. Un successo non limitato all’Inghilterra, ma ormai di portata ben più ampia. I nomi di punta del jazz inglese sono nelle line up di tutti i principali festival, i loro tour gli portano in giro per il Mondo. E la loro influenza è ormai trasversale, alimenta l’ispirazione di tanti generi, primo fra tutti il rap. In Inghilterra infatti la scena rap dialoga costantemente con la nuova generazione del jazz e gli esempi sono davvero molteplici (se volete approfondire potete ascoltare la nostra playlist dedica su Spotify). Uno dei più validi è Loyle Carner. Rapper intimo e riflessivo che ama circondarsi di musicisti talentuosi, come Tom Misch e Jordan Rakei, per far colorare la sua musica di sfumature che vanno dal funk al jazz. Lo troviamo ad esempio al fianco di grandi nomi come gli Ezra Collective, nell’album che ha vinto proprio i Worlwide Awards 2020 di Gilles Peterson come album dell’anno. Il suo timbro profondo è perfetto per cavalcare con un flow morbido quel tipo di groove.

Ma anche il mondo della grime guarda dritto nella direzione della nuova scena jazz inglese. Perché questa nuova scena ha dato nuova vitalità e interesse per quei suoni, che così sono inevitabilmente finiti dentro anche la musica di gente come Stormzy o Skepta. Recentemente uno che ha dimostrato di apprezzare molto questa wave è J Hus che mischia grime con un’attitudine quasi dancehall, ripresa dalle linee di basso imponenti. Nel suo ultimo disco troviamo spesso traccia delle infiltrazioni del jazz di matrice inglese.

Guardando il mondo del jazz, secondo Denis il punto di contatto tra jazz e rap è stato forte e significativo innanzitutto per ciò che riguarda i DJ, che rappresentano il punto di partenza con cui anche Jazz:Re:Found ha iniziato per introdurre l’HipHop nelle sue line up: “Con il mondo dell’Hiphop abbiamo avuto un collegamento, facendo suonare live nomi come Afrika Bambataa, DJ Premier, Grandmasterflash. Lo abbiamo fatto per avvicinare tutti, mettendo aperture intelligenti che approfondissero quel discorso, come Onra. Al pubblico il collegamento jazz-rap arriva soprattutto col mondo dei DJ, come con Moodyman o Theo Parrish che riprende quel mood di Detroit stile J Dilla. Yussef Kamaal poteva aiutare a emancipare questa connessione. Di progetti come quello non ce ne sono ora, c’è un po’ un vuoto. Joe Armon-Jones ha trovato una strada che in qualche modo riprende quel tema, ma in un modo più mentale e meno esplicito. I Kokoroko hano individuato quella wave, ma a livello più di estetica. Nerija invece spinge di più da quella parte, come suono e come approccio”.

Proprio il collettivo Nerija è infatti uno dei nomi cardine degli ultimi anni. Un super gruppo quasi tutto al femminile che vede al suo interno donne dalla personalità spiccata che tirano le fila di numerosi progetti importanti, tra cui spicca Nubya Garcia. Insieme si divertono a sperimentare e il loro rapporto con la ritmica, la creazione di un groove ripetitivo e cadenzato, richiama una viscerale connessione con il rap.

Il crescente protagonismo di questa scena è sotto gli occhi di tutti. In Italia una realtà come Jazz:Refund è sempre stata sul pezzo e ha portato costantemente gli artisti più freschi. Ma con la crescita della fama di questa scena non sarà così facile in futuro ripetersi.

Nell’ultimo anno e mezzo le economie sono diventate più grandi e impegnative. Il problema è che non ci sono artisti intermedi. Gli artisti emergenti se diventano famosi non diventano più accessibili per il mercato italiano, perché arrivano a chiedere cifre importanti che ancora non siamo in grado di reggere.
In 13 anni di festival e 2 di stagione, abbiamo sempre fatto, sia per il pubblico sia per noi, cose che ci piacevano, non abbiamo mai dovuto cercare un compromesso. Il nostro lavoro è interessante, ma per fare il salto servono altri promoter in modo da fare economia di scambio e di scala. L’alternativa ad oggi è che artisti che passavano da noi vanno in situazioni che non sono contestualizzate, ma che organizzano quei live perché è il trend del momento. Così poi quell’artista quando ritorna nel nostro Paese pretende lo stesso riscontro economico, che nessuno potrà garantirgli nuovamente al di fuori di quei circuiti, inquinando in un certo senso il mercato.

In Italia il discorso sulla nuova scena jazz inglese non sembra essere ancora un argomento così trattato. Eppure, Jazz:Re:Found è una realtà solida che ha sempre avuto anche un buon riscontro di pubblico, dimostrando quindi la presenza di un certo interesse.

L’interesse del pubblico c’è. Abbiamo costruito step by step l’interesse intorno a Je:Re:Found innanzitutto come festival: prima a Vercelli dove avevamo un pubblico molto fidelizzato, ma circoscritto alla zona; poi a Torino dove abbiamo ampliato il bacino d’utenza verso un pubblico più emancipato, attirando anche molte persone da Milano, in questo modo abbiamo rafforzato il brand; infine in Monferrato dove ora la gente ci dà credito e viene perché ha capito la nostra proposta e si fida di noi. Dal 2018-2019 siamo riusciti a fare lo stesso realizzando una stagione di eventi su Milano, che ci è servita come posizionamento. Lì abbiamo potuto stimolare un pubblico più abituato ai linguaggi della black music. Lo abbiamo fatto senza strafare, facendo un numero di eventi giusti e puntando sulle giuste capienze. In questo modo abbiamo affermato definitivamente il nostro brand facendo capire che c’era un ragionamento dietro e che non era solo una serie di eventi“.

Jazz refound

Secondo Denis il pubblico interessato ai nuovi fenomeni del jazz in Italia è diviso in due correnti: “Ci sono due categorie principali di appassionati, che di solito non si intrecciano tra loro. C’è il mondo dei musicisti/nerd/nuovi jazzisti, che seguono il jazz americano bianco e più canonico fatto da artisti come Cory Wong, Snarky Puppy, Vulfpeck. Poi c’è il pubblico che apprezza molto la wave inglese, quindi Kokoroko, Nerija, etc. Un nome che potrebbe mettere d’accordo tutti è Shabaka Hutchings, attivo come solista, ma anche come parte di gruppi importanti come i Comet is coming. Lui è un po’ come Robert Glasper negli Stati Uniti: musicista importante, avanguardia reale, contenuti fuori dal jazz che stanno nel mondo dei rave, un po’ i Chemical Brothers con un sassofono (ride, ndr). E anche economicamente sarà uno di quei progetti che potrà puntare ad avere un successo di pubblico importante anche in Italia.

Anche a livello artistico l’Italia potrebbe dire la sua e in parte lo sta già facendo. “Qui da noi c’è Venerus che ci rappresenterà nei prossimi anni. Lui è quello che tutti noi stavamo aspettando. Potrebbe cambiare gli equilibri e la percezione di un suono. Ha dentro il rap di adesso, ma c’è anche James Blake, come ci sono i rimandi al pop anni’60. Pure i Nu Guinea hanno già dimostrato di avere un certo spessore di livello internazionale, tanto che sono già arrivati a calcare palchi importanti come Sonar e Glanstonbury. Manca forse il personaggio HipHop alla Neffa dei ’90, che sintetizza proprio l’unione tra jazz e rap.”

Ricapitolando, per un’affermazione di questa nuova ondata del jazz inglese anche in Italia, sembra esserci sia un pubblico interessato che artisti promettenti in grado di sdoganare quel suono e diffonderlo. Quello che manca sono invece realtà diffuse che promuovano questo tipo di musica come si è detto in precedenza e probabilmente anche una stampa in grado di parlare di questi temi. A livello internazionale testate non specialistici come il Guardian approfondiscono continuamente le influenze di questa nuova scena. Da noi invece né le riviste di settore nè le convention di addetti ai lavori hanno finora dedicato grande spazio a questi temi.

Secondo Denis è un fatto culturale: “Ho la sensazione che qualsiasi fenomeno musicale qui da noi quando raggiunge il successo attira più un interesse a livello di moda e di lifestyle e non è scontato che venga anche approfondito nei contenuti. Questo per un’esigenza di avere sponsor e di creare qualcosa di vendibile. Ma è un fatto comune, in realtà. Inoltre, il racconto della musica black in Italia non interessa a molti. I testi sono di protesta e di richiesta. Qui invece è un’altra semantica. A livello internazionale ci sono vari magazine che possono parlare di questo, qui invece sono pochi”.

Tuttavia, i mezzi che abbiamo a disposizione oggi sono così potenti che volendo una persona può, partendo da una manciata di artisti, approfondire nuovi linguaggi in modo autonomo. Anche Denis concorda su questo punto: “Oggi c’è la possibilità di approfondire e capire i nuovi linguaggi in modo molto più veloce. Da Youssef Kaamal uno riesce a ricostruire una panoramica ampia. Magari non come quella che mi sono costruito in 15 anni di esperienza, ma comunque si può arrivare a cogliere il senso del discorso”.

In un futuro quindi magari anche in Italia si parlerà diffusamente di questo nuovo suono. Di certo c’è che questa nuova generazione di musicisti ha avviato una rivoluzione senza precedenti, sovvertendo regole che sembravano immutabili. Ora il jazz è fuori dalle sale da concerto più istituzionali, si contamina, ispira nuovi linguaggi. E se volete vedere la sua energia live in Italia, sperando in un futuro prossimo in cui potremo tornare a vedere concerti dal vivo, non vi resta che seguire le attività di Jazz:Re:Found. Vi lasciamo un assaggio di cosa è successo nell’edizione 2019 del festival in Monferrato.

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia.

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margherita vicario emis killa

No, il rap non è sessista

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