shopclues offers today 2017

amazon coupons code india

clear trip coupon code promo

flipkart coupon code

globalnin.com

La trap non deve ignorare Tony Allen

Tony-Allen

Giovedì notte si è spento Tony Allen, all’improvviso, a 79 anni.
Ovviamente il mondo della musica si è unito nel cordoglio; non credo di esagerare nel dire che quello che Jimi Hendrix era per la chitarra, Biggie per il rap, Freddie Mercury per il canto, Pastorius per il basso, Tony era per la batteria. Una leggenda, di una bravura impareggiabile, un grande innovatore, un visionario e profondo conoscitore del ritmo.
Per questo mi ha stupito molto vedere che le notizia è stata pressoché ignorata dai blog che parlano di rap; se è vero che non ha mai partecipato attivamente alla cultura hip hop, l’ha sicuramente influenzata moltissimo.

Poi ho letto una riposta che Tha Supreme ha dato a un fan che lo incalzava su Instagram: “I rapper italiani per la maggior parte mi annoiano o copiano gli americani”.
Non so se ThaSup ha ragione o no, ma sicuramente c’è una matrice comune fra i due fenomeni; la poca attenzione che diamo in Italia alle origini del rap e della trap, che non nascono come fiori nel deserto, ma anzi si inseriscono molto chiaramente in una lunga tradizione di musica black.
Cercare le radici nella musica del passato, può sembrare un’impresa titanica, ma se si è guidati dalla passione e dalla curiosità può essere molto appagante; soprattutto aiuta a capire meglio da dove arriva la musica che ascoltiamo oggi e alimenta la creatività e la capacità di creare qualcosa di davvero originale.

Tony Allen è stata la figura centrale di una delle ultime grandi rivoluzioni musicali; l’afrobeat. La sua batteria era il motore ritmico della musica di Fela Kuti che dalla Nigeria arrivò a conquistare tutto il mondo, mischiando in modo molto caparbio i ritmi occidentali del Funk e del Jazz con la tradizione africana. Un mix che arriva alle radici del groove, tanto complicato quanto istintivo.

Fela Kuti aveva studiato in Inghilterra e conosceva bene la musica occidentale: decise di andare negli Stati Uniti e studiò molto bene l’orchestra di James Brown. Senza i mezzi di oggi l’unico modo per approfondire la musica del suo eroe era andare a più live possibili: quando tornò in Nigeria fondò una sua orchestra, gli Africa ’70, e copiò spudoratamente l’impostazione di Brown. Quasi come un trapper di oggi che cerca “ispirazione” negli Americani.

E proprio come succede oggi, questo “copiare” non ha di certo limitato la capacità artistica o l’originalità della musica di Fela. Il sound della sua band, trascinata dalla batteria di Tony Allen, girò il mondo, arrivò anche negli USA.
Credo di poter affermare con certezza che se non fosse per Tony Allen, ?uestlove dei The Roots non esisterebbe o comunque sarebbe un artista profondamente diverso. J Dilla ha campionato diversi groove di Allen.
Una decina di anni fa crearono addirittura anche un musical sull’afrobeat chiamato, “FELA!”; fra gli investitori Will Smith e Jay-Z.

fela

Ci stupiamo che la musica Italiana riesca a conquistare altri paesi, nell’era dello streaming dove i confini non esistono; immaginatevi quanto devono essere stati bravi perché questa orchestra Nigeriana abbia avuto così tanto successo in anni dove la musica circolava più difficilmente.

Ovviamente dietro questo successo non c’era solo il ritmo di Tony Allen; i testi di Fela Kuti, provocatori e ipnotici, andavano ben oltre quello che era considerato “accettabile” al tempo. Oltre a temi politici scottanti, trattavano di sesso, materialismo, e spesso scadevano nello scabroso, offensivo o misogino. Frasi corte ripetute come mantra, slogan, il parallelismo linguistico fra Fela Kuti e la trap di oggi è molto evidente anche perché, musicalmente, hanno entrambi lo stesso scopo; far ballare.
Per non parlare del fatto che cantava quasi esclusivamente in “pidgin english” ovvero una storpiatura fonetica dell’inglese: non troppo distante dal “Fareshi” di Ski & Wok.
Fela aveva anche la sua traphouse; un luogo dove abitava con i suoi musicisti e le sue 27 mogli e dove ci si drogava liberamente.

Fela-3

Dopo la morte di Fela Kuti, nel 1997, Tony Allen continuò a fare musica collaborando con Damon Albarn, la mente dei Gorillaz, e mostri sacri della musica elettronica come gli AIR e Jeff Mills. Migliaia di batteristi partecipano ai suoi workshop dove tentava di spiegare i suoi poliritmi, costruzioni ritmiche complesse anche per il migliore dei musicisti.

DuD27xhW0AARdrV

La sua influenza sul mondo rap continuava: la sua batteria finisce anche in “Mortal Man”, traccia di chiusura di “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar.

L’hip hop deve molto all’afrobeat e allo scienzato del ritmo quale era Tony Allen ed è importante non dimenticarci di figure del genere, per non finire, nelle parole di Tha Supreme, ad essere “delle copie degli americani”.

ps: nell’articolo ho inserito qualche disco per esplorare la musica di Tony Allen. A primo impatto può non essere semplicissima da capire e apprezzare; l’afrobeat si basa sul concetto della ripetizione incessante del ritmo che ha un effetto ipnotico sulla mente e manda i ballerini in trance. Per certi versi molto simile alla techno.

About Oliver Dawson

Sparati anche questo!

Future 2

Future: l’onestà del dolore che ha cambiato la trap

Nella scena musicale di oggi, in Italia e non, l’hip hop la fa ormai da …

Lascia un commento

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>