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No, il rap non è sessista

margherita vicario emis killa

Sembra quasi un paradosso che nella culla dell’arte si faccia fatica a distinguere un’espressione artistica da un discorso pubblico, ma è così. In realtà è molto semplice: siamo talmente oberati dal fardello di grandissima cultura classica che questo paese ha prodotto nei secoli che tendiamo a denigrare l’arte dei giorni nostri.
Da qui nasce un equivoco gigantesco che porta alle polemiche di queste ore che vede come protagonisti Margherita Vicario, Emis Killa e un plotone di giovani commentatori ignoranti.

La storia la potete leggere qui e qui e direi che si commenta da sola; Emis ha scritto una canzone, Margherita Vicario l’ha definita misogina, delle pagine che parlano di rap hanno creato la polemica su Instagram e dei ragazzini hanno scritto cose inenarrabili alla cantautrice romana.

Vengo al punto: in una canzone si può e si deve scrivere ciò che si vuole, proprio come si può fare in un quadro, in un libro e in un film. Se per esempio un’artista volesse scrivere una canzone sull’incesto, che è un reato, lo può fare, e non è incitazione all’incesto, è magari una riflessione sulle proprie pulsioni sessuali più recondite. Noi possiamo scegliere se ascoltare questa canzone o no, se considerarla meritevole o no.
Le canzoni non sono dei discorsi politici, i cantanti spesso interpretano dei personaggi, raccontano delle storie, usano metafore: ascoltare letteralmente una canzone è un esercizio talmente stupido da essere difficilmente contemplabile. O davvero pensate che, per dire, Laura Pausini si sia innamorata e lasciata 26363 volte e ogni volta ne abbia fatto una canzone?

Il rap usa un linguaggio più realistico e quindi qualcuno riesce addirittura a confonderlo con la realtà, come se fosse un vero discorso in prima persona.
Sembra assurdo doverlo anche esplicitare, ma il testo di Emis racconta un momento di solitudine mascherata da euforia, di un momento in cui il successo ti fa sentire superiore al resto degli esseri umani, in cui ti senti usato e quindi vuoi usare, racconta il difficile rapporto che un artista può avere con le donne. Il femminismo, la misoginia in questo caso sono completamente fuori contesto.

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Certo l’arte non ha nulla a che fare con i commenti, quelli si orribili e sessisti, che alcuni utenti hanno rivolto alla cantante: è un malcostume diffuso sul web e che in parte anche alcuni rapper hanno perpetrato rispondendo in modo scurrile e scorretto agli utenti che osavano criticarli.

È davvero grossolano l’errore di mettere sullo stesso piano un commento online, il discorso di un politico e il testo di una canzone, ma per assurdo è anche controproducente. L’arte, quando è genuina, è uno sfogo in cui riporre ogni tipo di pulsione, equiparabile a un carnevale perché assolve la stessa funzione nella nostra società. Per questo parliamo di Emis Killa, e non di Emiliano Giambelli, perché dietro la sua maschera da rapper ci rivela anche i suoi lati più oscuri, per espiarli, e noi nell’ascoltare possiamo espiare i nostri.

Un mondo dove l’arte non può esprimersi è un mondo più frustrato e quel tipo di pulsioni, insite nell’essere umano, finiranno per essere sfogati in un altro modo.

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