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Quello che ci è piaciuto e quello che non ci è piaciuto del 2020

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Anche quest’anno, piuttosto che stilare classifiche di dischi o nomi rilevanti, come hanno fatto tutti, abbiamo preferito riassumere il 2020 della scena rap italiana raccontando a nostro modo alcune cose che ci sono piaciute e altre cose che invece non ci hanno convinto.

Cosa ci è piaciuto

Il rap e i suoi derivati con dignità anche sui media tradizionali

Sappiamo bene tutti che il rap in Italia è approdato sui media tradizionali negli ultimi anni solo perché i numeri che faceva questo genere non si potevano più ignorare. Nella maggior parte dei casi non c’è stata alcuna volontà di capire il linguaggio del rap o di supportare l’emersione del genere: sono semplicemente saliti tutti sul carro del vincitore per sfruttare quella che di fatto si è imposta come la moda musicale di questi ultimi anni.

Così abbiamo spesso assistito, anche nel 2020, a programmi tv, format radiofonici o quotidiani generalisti che trattavano il rap in modo approssimativo, senza capirne davvero il senso. Proprio per questo è stato bello constatare che in mezzo ai tanti episodi negativi, ce ne sono stati anche di positivi che hanno dato un segnale di come il rap possa essere trattato con dignità sui media tradizionali e di come possa trovare spazio libero anche sulle piattaforme di streaming, che sono la nuova frontiera dell’intrattenimento.

L’esempio televisivo più simbolico è stata l’edizione di X-Factor 2020. In passato il programma si era già avvicinato al rap e ne aveva capito le potenzialità, pensiamo ad esempio a Sfera Ebbasta come giudice. Ma quest’anno non è stato solo un fatto di immagine. Il programma ha accolto produttori, autori e ospiti che hanno portato su quel palco il suono e l’attitudine più freschi della scena: abbiamo ascoltato inediti prodotti da Frenetik & Orang3, Young Miles, Tha Supreme e Strage; abbiamo visto duettare i concorrenti con Izi, Madame e Lazza; abbiamo assistito alle performance di ospiti come Ghali, Guè Pequeno con Ernia e DJ Shablo e la stessa Machete per presentare alcuni brani di Bloody Vinyl 3. Il tutto in un racconto sempre lontano dai soliti stereotipi del rap in televisione, tanto che anche Manuel Agnelli, con intelligenza, ha fatto eseguire al suo gruppo rock di punta una cover dei Beastie Boys.

Piccoli segnali, sempre in ambito televisivo, arrivano anche dal festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston in realtà il rap ci è passato spesso, ma sempre in maniera superficiale. La vittoria di Mahmood era stato un fuoco di paglia improvviso che non ha portato la rivoluzione che si sperava nell’apertura a nuove sonorità, ma qualcosa ha smosso. Nell’edizione 2020 tra i concorrenti c’era un veterano come Rancore, più altri nomi che hanno incrociato nel loro percorso il rap e che ne mantengono in parte l’attitudine, da Achille Lauro a Junior Cally. Senza contare la discussa ospitata di Ghali che aveva presentato in anteprima DNA. Nell’edizione appena annunciata del 2021, invece, salirà su quel palco Madame e a farle compagnia altri nomi ibridi che hanno a che fare col rap, seppur marginalmente, da Ghemon ai Coma_Cose fino a Willie Peyote. Oltre al fatto che Davide Shorty è stato uno dei dominatori del programma di Rai1 che ha selezionato le giovani proposte.

Gli esempi relativi alle piattaforme streaming invece sono molteplici. Guè Pequeno è riuscito a piazzare il mini-documentario in cui raccontava la genesi e il senso di Mr. Fini su Raiplay. Mentre, Sfera Ebbasta ha annunciato il suo disco Famoso attraverso un documentario che ne racconta il dietro le quinte per un colosso come Amazon Prime. Senza contare la riedizione di format già pubblicati, come la serie sulla Dark Polo Gang riproposta da Netflix.

La reazione creativa del mondo del rap alle restrizioni

La pandemia ha colpito duramente anche il mondo della musica. Gli artisti hanno perso il contatto diretto con il pubblico e di riflesso la loro principale fonte di sostentamento, ovvero i live. Oltre tutto, sono saltati i piani di pubblicazione dei dischi e si è dovuto ripensare da zero come promuovere la musica. Marracash è stato uno di quelli che ha pagato il prezzo più alto: quest’anno doveva essere il suo anno della consacrazione con i live nei palazzetti e magari anche qualche nuovo video tratto da Persona. Invece i live sono stati rimandati e i video non si sono potuti proprio fare. Nonostante tutto, in questa difficile situazione abbiamo visto però gli artisti e le etichette lavorare con creatività.

In molti per non rischiare di pubblicare un nuovo disco senza la necessaria possibilità di diffusione, hanno preferito prendere tempo realizzando progetti diversi, come i mixtape. La Dark Polo Gang con Dark Boys Club ha provato a tornare ai fasti delle origini. Lazza con J ha dato sfogo alla parte più irruenta ed immediata del suo rap. Tedua con Vita Vera ha voluto stupire con un progetto articolato per mostrare il suo stato di forma e la ricchezza della sua scrittura. Gemitaiz con QVC 9 ha usato il rap come la sua arma per sopravvivere, mettendo tutto sé stesso nelle rime e stavolta anche nei beat. DJ Slait si è divertito insieme a Tha Supreme, Young Miles e Low Kidd a sperimentare con i suoni, mettendo in piedi un Bloody Vinyl 3 che spazia dall’elettronica più spinta al pop più patinato. Egreen ha pubblicato I Spit 3 utilizzando il canale Telegram che aveva creato per restare in contatto con il suo pubblico, lanciando il tutto con una campagna promozionale divertente che ha preso di mira con ironia Milano.

Chi ha rischiato, pubblicando il suo disco, ha trovato nuovi modi per raccontarlo e presentarlo al pubblico, ad esempio realizzando contenuti che ne spiegassero le idee o ne raccontassero il making of. Mecna si è affidato a Enea Colombi per raccontare lo spirito di Mentre nessuno guarda attraverso un cortometraggio intenso ed emozionale. Guè Pequeno ha realizzato un mini-documentario per spiegare Mr. Fini. Sfera Ebbasta si è messo nelle mani esperte di Pepsy Romanoff per realizzare un documentario sul suo percorso e sulle sue ambizioni per Famoso. Speranza ha ripercorso con Noisey in un coinvolgente reportage video i luoghi e le persone simboliche per lui e per la sua musica, con qualche dietro le quinte davvero interessante. Anche Tedua per esplicitare il senso del suo mixtape Vita vera,  ha realizzato un breve video che racconta con la voce narrante del celebre doppiatore Luca Ward il suo percorso, i suoi sogni e la sua visione.

Per ovviare alla dimensione live, in molti hanno sperimentato vie alternative. Grazie a Vevo vari artisti italiani hanno potuto proporre su Youtube le loro performance live in modo genuino: da Mecna che ha suonato con la sua intera band per il format “Live Performance”, alle nuove voci del rap italiano che sono state protagoniste del format “Rounds”, nato per dare spazio al meglio della musica rap ed R&B europea. Altri format live hanno assunto ancora più importanza, come “Niente di Strano” di Tidal e Buddy Bank che ha dato modo a molti artisti anche del rap, di esibirsi nuovamente live, anche se in streaming, e di raccontarsi attraverso brevi interviste. Qualcuno ha provato nuovi modi di suonare dal vivo: da Ghali che ha ideato insieme a Google una modalità interattiva di live streaming, a Mecna che ha suonato live da un rifugio ad alta quota in Trentino in streaming per la piattaforma Dice.

La qualità nei giovani emergenti e nelle nuove voci della scena

Questo 2020 anomalo, ha confermato in pieno che i momenti di crisi sono anche momenti di opportunità. Così, mentre i protagonisti della scena riflettevano sul da farsi, a prendersi la ribalta ci hanno pensato tanti emergenti validi e affamati, insieme a giovani in rampa di lancio che hanno saputo affermarsi con determinazione e coraggio.

A Milano si sono fatti notare tutta una serie di giovani ragazzi, spesso di origini multietniche, che hanno messo al centro del loro racconto le storie dei quartieri in cui vivono, tra degrado e criminalità, in cerca di un riscatto collettivo. Per farlo hanno preso sia dai suoni più freschi della trap, ma hanno guardato con attenzione alla nuova wave della drill che in tutto il Mondo sta diventando il suono che racconta la periferia. Neima Ezza, con il supporto prezioso di Big Fish, è tra i nomi più promettenti del giro. I numeri per il momento invece li stanno facendo soprattutto Rondadasosa e Vale Pain, che sono stati tra gli emergenti più in vista dell’anno. Oltre a loro ci sono tantissimi altri nomi interessanti, che sapranno farsi largo, da Luchitos a Sacky.

A Napoli la scena è sempre più florida e promettente. Merito di una città che pullula di produttori talentuosi e di una varietà di nomi con visioni differenti, grazie al supporto locale imprescindibile su cui ha sempre potuto contare il rap partenopeo. Samurai Jay con il suo album d’esordio Lacrime ha messo in musica la sua emotività, raccontando il suo percorso e le sue emozioni. MV Killa & Yung Snapp si sono divertiti a unire i loro percorsi in Hours, un disco leggero e ironico il giusto. Nicola Siciliano è il nome da tenere d’occhio: con Napoli 51 ha fatto capire a tutti di avere idee chiare e molto da dire, sia con i beat che con le rime. J Lord invece si candida per dire la sua in futuro: i singoli che ha pubblicato hanno mostrato a tutti la sua scrittura fresca e profonda.

Anche la scena ligure si è fatta sentire forte e chiaro, confermando di essere terra fertile per la nuova generazione del rap. Da lì, si sono fatti largo nomi che sono diventati protagonisti della scena come Izi o Tedua. Proprio loro sono stati fondamentali per far emergere altri nomi di quella scena, a cui sono legati da anni di amicizia fraterna e che in questi anni abbiamo già visto all’opera nei loro singoli e nei loro mixtape. Vaz Tè ha dato prova di carattere e talento con il rap agguerrito di VT2M. Mentre Bresh è stata una delle sorprese dell’anno con il suo debutto Io mi aiuti, un disco fresco, con una scrittura articolata e una visione originale.

Oltre ai nuovi nomi in rampa di lancio, ce ne sono diversi che quest’anno hanno fatto il passo decisivo per affermarsi definitivamente. Ernia ha saputo prendersi con merito visibilità e successo sintetizzando nel suo nuovo album Gemelli sia la parte più ruvida del suo carattere, sia la parte più emotiva e fragile. Gianni Bismark è riuscito a raccontare con efficacia la sua romanità, fondendo con personalità gli stilemi del rap con la tradizione degli stornelli romani in Nati diversi. Vale Lambo è riuscito a trovare spazio anche fuori dalla sua Napoli, usando il rap come una valvola di sfogo attraverso la quale esternare sentimenti, paure, orgoglio e appartenenza in Come il mare. Rosa Chemical ha saputo farsi notare per l’ironia tagliente con cui ha affrontato temi difficili come quello della sessualità in Forever.  Geolier ha alimentato l’hype dell’anno scorso arricchendo Emanuele di nuovi brani potenti ed incisivi che lo proiettano di diritto tra i protagonisti della scena. Speranza si è preso il suo tempo e ha confermato con L’ultimo a morire di essere una delle voci più autentiche del rap italiano. Dimostrando anche di essere in grado di scrivere non solo barre incendiarie, ma di saper usare le chiavi dell’ironia o dei sentimenti se necessario.

Anche per quanto riguarda le voci femminili quest’anno abbiamo avuto segnali incoraggianti (ne abbiamo parlato in modo approfondito qui). Oltre ai nomi più in vista, come Chadia Rodriguez, Beba o Priestess, abbiamo visto farsi largo anche altre giovani ragazze affamate. Big Mama con la sua scrittura tagliente si candida per essere tra le rivelazioni del prossimo anno, complice anche la collaborazione nel nuovo atteso disco di Inoki. La Hasna ha attirato l’attenzione di molti con il suo stile ibrido, che mischia con carattere il rap, l’R&B, la trap. Anna si è presa i riflettori a suon di hit, anche più di protagonisti affermati della scena. Leslie si è fatta portavoce di un rap dal sapore più street con singoli combattivi e incisivi. Roshelle si è rimessa in gioco firmando per Island e pubblicando nuova musica più personale, muovendosi abilmente tra rap ed R&b. La prova del nove sarà per tutte dare seguito all’hype e dimostrare di poter costruirsi un percorso solido e credibile, magari con il contributo delle tante donne che si stanno prendendo un posto nella musica italiana con un suoni e stili vicini al mondo del rap, come per esempio Elodie.

Pure il livello dei beatmaker emergenti o in cerca dell’affermazione definitiva si è dimostrato bello alto anche nel 2020. Da casa Machete abbiamo visto emergere il talento di Young Miles, capace di unire il suo gusto per l’elettronica agli stilemi della trap più fresca. Thaurus ha lanciato Drillionaire che con personalità ha saputo costruire un suono potente e distintivo che ha fatto la differenza nei dischi di Drefgold e Sfera Ebbasta. Marz e Zef, dall’alto della loro esperienza, sono stati decisivi nell’affermazione di Ernia grazie alle loro produzioni fresche e intelligenti. La scena partenopea non è stata da meno: Dat Boi Dee ha saputo farsi spazio con determinazione, costruendo un suono che sa essere coerente e valido sia quando lavora con Geolier sia quando collabora con Anna Tatangelo; Yung Snapp ha saputo interpretare in chiave personale i suoni della trap più soulfoul internazionale, dimostrando di avere gusto e talento.

Cosa non ci è piaciuto

La saturazione di contenuti senza originalità.

Soprattutto durante la primavera, siamo stati sommersi da contenuti spesso poco originali. In una corsa generale per capitalizzare sul web l’attenzione persa dalla mancanza di iniziative dal vivo.

Per quanto riguarda gli addetti ai lavori abbiamo visto un mare di dirette ed interviste in cui ad emergere c’era solo il protagonismo di chi le faceva. Sono nate imitazioni di format live internazionali poco convincenti, che non hanno aggiunto nulla di nuovo o creativo. Le pagine social sono state inondate da copy che spesso non hanno scavato in profondità per proporre discussioni di qualità, che potessero dare voce al rap italiano in modo interessante e originale, fermandosi alla ricerca di numeri facili.

Per quanto riguarda gli artisti, sono state lanciate iniziative che non hanno dato l’esito sperato, come la moda dei freestyle a tema Covid. Uno spunto che poteva anche essere interessante per raccontare l’attualità, ma il risultato è stato vedere ripresi gli aspetti più superficiali dell’attualità, senza lasciare il segno, ma anzi vendendo poi di fatto strumentalizzati in maniera banale.

Ci sono stati comunque esempi positivi in controtendenza. Abbiamo visto nascere podcast brillanti come la serie di “Certified” che ha raccontato album classici del rap americano con le voci di Dargen D’Amico e Ghemon. Big Fish  ha deciso di utilizzare la sua esperienza fondando “Tempo Academy” per formare addetti ai lavori e artisti preparati e consapevoli. I 2nd Roof hanno lanciato una challenge per scovare nuovi beatmaker talentuosi con l’obbiettivo di formare un nuovo team di produzione. Il format di Redbull “64 Bars” si è dimostrato anche quest’anno come uno dei format più freschi e interessanti, unendo artisti e produttori con idee diverse, in inediti davvero d’impatto.

Il poco protagonismo del rap nell’affrontare l’attualità

In questo anno complicato avremmo voluto vedere più protagonismo nel rap per raccontare la realtà. È più che comprensibile che anche per gli artisti non siano stati momenti facili e che non è scontato riuscire a raccontare in presa diretta quello che ci circonda. Però stiamo parlando di rap, un genere che per antonomasia è immediatezza, racconto del quotidiano. Qualcuno ci ha provato ma con scarsi risultati. Un esempio sono i freestyle a tema prima citati. Oppure, un altro esempio è Izi che con ‘Riot’ voleva indagare il ruolo dell’artista nella società di oggi, ma poi nel concreto ha creato un disco pieno solo di buone idee senza riuscire a dare forza e coerenza al suo racconto in generale.

Uno dei pochi che ha saputo raccontare le sensazioni e i sentimenti di questo anno travagliato è stato Dargen D’Amico. Seppur il suo Bir Tawil sia stato ideato e composto prima della pandemia, nella sua complessità fotografa bene la condizione umana di isolamento che ha prevalso nel 2020. Per questo ha fatto più che bene a pubblicarlo quasi a sorpresa, mantenendone anche gli aspetti più spigolosi, senza ricercare per forza di cose di rincorrere i suoni e i temi di moda.

Se possiamo capire comunque le difficoltà di scrivere musica che sia aderente al quotidiano, non capiamo quelli che pur avendo ampia visibilità sui social o nell’opinione pubblica l’hanno usata per alimentare polemiche sterili sull’attualità o rendendosi protagonisti di episodi di cronaca negativi. Pensiamo ad esempio alle notizie di quest’estate relative alle scorribande di Rondodasosa o alle polemiche scaturite dal live di Shiva.

Per fortuna ci sono stati comunque esempi positivi di nomi del rap che hanno interpretato il loro ruolo pubblico con consapevolezza. Pensiamo alle tante importanti iniziative benefiche portate avanti: dalla raccolta fondi della Machete alla promozione di un fondo per i lavoratori della musica. Qualcuno, poi, ha anche deciso di mettere la propria faccia per campagne di sensibilizzazione, come Ghali che si è messo in gioco in modo intelligente dando voce alla speranza di Milano.

La solita rincorsa all’hype.

Già l’anno scorso non ci era piaciuta la ricerca spasmodica dell’hype a tutti i costi, tra gossip e scelte comunicative e artistiche tutte uguali, a discapito della qualità e dell’originalità della musica. Quest’anno la ricerca dell’hype è stata ancor più accentuata dalle restrizioni della pandemia.

Così abbiamo visto progetti sempre infarciti delle solite prevedibili collaborazioni eterogenee per non scontentare nessuno. Ma in pochi hanno cercato il featuring originale, provando a creare qualcosa di innovativo o alternativo. Sempre gli stessi nomi, per riuscire a infilarsi nella varie playlist di Spotify e raggiungere qualche certificazione FIMI. Avremmo invece voluto ascoltare più musica come “Ragazzi della nebbia”, brano in cui Mace ha unito le diverse attitudini degli FSK e di Irama, in un brano contaminato davvero inaspettato.

Inoltre,  in molti hanno provato ad imitare sempre gli stessi trend con il pilota automatico. Una volta che Anna con “Bando” ha fatto clamore, facendo rap sulla dance, tutti si sono buttati a capofitto su questa nuova moda. Da Fedez a Shiva, c’è stata una gara alla hit, scomodando anche gli artisti simbolo di quel suono degli anni ’90, come gli Eiffel 65. Il risultato non è stato all’altezza delle aspettative e il trend è finito in fretta. La stessa dinamica si è vista con copiature plateali di quello che succedeva Oltreoceano. Ma visto che oggi sembra valere davvero tutto, nessuno ha detto nulla. Così anche nomi privi di idee ed originalità sono riusciti comunque a ritagliarsi il loro momento di gloria, sorretti solamente dall’hype che erano stati in grado di generare.

Anche quest’anno abbiamo poi visto dischi con campagne marketing eclatanti che non rispecchiavano veramente il contenuto del progetto. Il caso di Sfera Ebbasta è il più facile da citare (ne abbiamo parlato in modo diffuso qui): la campagna di marketing per Famoso è stata perfetta e ambiziosa, ma è sembrata essere sproporzionata rispetto al contenuto del disco. Lo stesso, in altri termini, è successo anche con Emis Killa e Jake La Furia: il loro disco 17 è stato annunciato in pompa magna come un game changer capace di aprire una nuova stagione di ritorno alle rime nude e crude, mentre alla fine si è trattato solo di un buon disco, niente di più. Situazioni che hanno creato quindi grandi aspettative, spesso non sorrette dalla realtà dei fatti.

Nonostante questa lotta per l’hype, la maggior parte della scena di fronte al clamore generato da Sfera Ebbasta è rimasta comunque  in disparte, non pubblicando musica nuova quel giorno e addirittura usando i social per fare il tifo per il suo successo. In un genere come il rap, dove la competizione dovrebbe essere benzina preziosa per fare musica, è sembrato strano vedere tutti accondiscendenti, senza voci fuori dal coro. Un segnale stonato della solita ipocrisia in cui è immerso l’ambiente, in cui si preferisce spartirsi le fette della torta tra tutti piuttosto che rischiare e lottare per prendersene una più grande.

Drimer è stato tra i pochi a dimostrare di avere quel sano fuoco di rivalsa: ha pubblicato vari brani a cadenza settimanale riprendendo il beat di un brano di protagonisti della scena rilasciato la settimana prima, tra questi anche il rifacimento di “$€ Freestyle”. All’interno del quale ha proprio centrato il punto di questo discorso: “Se vuoi essere il Re, il Re devi ucciderlo, mica incensarlo”.

Staremo a vedere cosa ci riserverà il prossimo anno, noi come sempre saremo qui a raccontarvelo.

Buon anno!

 

About Francesco Zendri

Insaziabile di musica e cibo, vere e proprie ragioni di vita, amo scrivere e vado matto per la criminologia.

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